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ANNIE VIVANTI, L’EFFIMERA FARFALLA DELLA NOSTRA LETTERATURA

Nei testi di critica letteraria si trova solo un rapido accenno – quando accade – ad Annie Vivanti.

Eppure, questa scrittrice per molti sconosciuta, visse un notevole successo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Parliamo di un’epoca in cui i lettori affidavano alla produzione letteraria il compito di intrattenere, di distrarre; e, proprio in quegli anni, sebbene in concomitanza con il fiorire dello stile composito e raffinato di matrice prettamente dannunziana, spopolava il cosiddetto romanzo di consumo, di cui questa scrittrice fu formidabile rappresentante.

Si pensi che molte furono persino le emule di questa scrittrice, che Matilde Serao canzonava apertamente chiamandole “vivantine”.

Benedetto Croce definì Annie Vivanti, all’epoca di maggior successo, la “poetessa del capriccio, della passione, violenta e fuggevole”, facendo vagamente riferimento alla frivolezza e leggerezza della sua personalità – di lei si diceva che non si fosse fatto mancare neanche un amore saffico –, sempre così manifesta più nel personaggio che si era costruito addosso che non nello scrittore.

Il suo nome, difatti, soprattutto negli anni successivi all’esordio, veniva ricordato e pronunciato per certe eccentricità: una per tutte, la relazione amorosa con Giosué Carducci, da lei confidenzialmente ed affettuosamente nominato Orco (un po’ come la Bestia della nota favola di Perrualt), il quale, suo malgrado – fu proprio lui ad aver ribadito più e più volte l’incapacità di preti e donne a confrontarsi col verso – capitolò ai piedi della bella ventitreenne.

“Io non so parlare di lui come del primo poeta della nuova Italia. Per me, egli non è Enotrio Romano; non l’ardente cantore di cui il nome va, risonante di gloria, per il mondo. Egli, per me , fu l’amico adorato, l’ideale della mia sognate fanciullezza, il secondo padre della mia orfana gioventù. E la sua mano mi sorresse e m’innalzò nella lieta primavera della mia vita.” Questo brano, contenuto in un racconto intitolato Giosué Carducci, all’interno di una raccolta di racconti (Zingaresca, oggi non più ristampato), narra nel dettaglio l’incontro tra la giovane scrittrice e il grande Vate della poesia italiana.

Espone, senza remore e sotterfugi, anche se forse un po’ mistificato dal piglio narrativo,  il meccanismo fuori dal conforme che la condusse, in giovanissima età, alla pubblicazione della sua prima raccolta di versi.

Subito dopo, si cimentò con la prosa, stendendo un brevissimo romanzo Marion (oggi ripubblicato da Sellerio col titolo Marion, artista di caffè concerto), autobiografico e abbastanza scabroso per la mentalità dell’epoca; opera da cui Carducci prese elegantemente le distanze, nel timore di intaccare la sua fama d’uomo politico e di esponente accademico.

Da questo momento in poi, il destino di Annie Vivanti prende un’altra piega. Si sposa con un avvocato irlandese e lascia l’Italia. Di lei, in territorio nazionale si perdono quasi le tracce, anche se, all’estero, negli Stati Uniti, Annie continua a pubblicare racconti (oggi in gran parte riproposti, anch’essi da Sellerio, in un volume dal titolo Racconti americani).

Una vera e propria officina per la Nostra, strumento di limatura della sua tecnica narrativa, seguito da scritti prettamente narrativi, di repertorio decadente, i cui soggetti rispettavano certi argomenti inconsapevolmente cari alla scrittrice: il mito dell’eterno femminino, il rifiuto della moralità comune, il culto del piacere e della bellezza, la contemplazione dell’effimero e della fatalità.

Si ribadisce: inconsapevolmente; perchè chi legge la Vivanti ha la sensazione che dietro il suo stilema non si nasconda nulla, che tutto sia esattamente come appare, che non ci sia servilismo ad alcuna corrente letteraria, nessuna influenza esterna.

Dunque, si può dire un caso, una fortunata coincidenza che gli argomenti che catturavano l’interesse dell’autrice combaciassero con la moda letteraria del tempo. Tanto più che, se non tutti, quasi tutti gli scritti vivantiani risentono di echi e tematiche di riferimento prettamente autobiografiche; e, se non proprio e non sempre autobiografiche, almeno molto vicine all’umano sentire della scrittrice. Tanto più che, le rare opere che non raccontano di esperienze dirette risultano, poi, essere una mescolanza fortunata e inscindibile di verità e finzione, così come erano vissute da Annie Vivanti: con estremo trasporto e passionalità

Così è per Fosca, sorella di Messalina o per Circe. Il Romanzo di Maria Tarnowska, due romanzi  oggi non più editati, dell’età cosiddetta matura, in cui l’inevitabilità di un destino prescritto e il mito della teatralità del femminile ritornano in maniera prepotente. Così fu anche per Marion in cui si racconta della chanteuse bambina – forse il più autobiografico delle sue composizioni – ritratta con il biscotto in mano, che si inizia al palcoscenico, sempre per fatalità ed una buona dose inerzia.

Fu questo l’ingrediente del suo successo, di pubblico e di critica – sebbene Annie affermasse di disconoscere la valenza del giudizio critico – che la portarono ad un numero sbalorditivo di ristampe e di traduzioni al di fuori dei confini nazionali.

Altrettanto sbalorditivo fu l’apice del suo successo, raggiunto in Italia dopo che attorno alla sua figura ci furono vent’anni di silenzio. Era da tanto che la scrittrice non produceva più nulla per il pubblico italiano. Fino a quando, spinta anche e soprattutto dal successo che stava vivendo la figlia Vivin come enfent prodige del violino in tutto il mondo, decise di riscrivere in italiano I divoratori, pubblicato l’anno precedente in Inghilterra.

Senza dubbio possiamo confermare, a distanza di quasi un secolo dalla sua prima pubblicazione, che questo romanzo sia il suo capolavoro. L’istanza autobiografica è molto sentita, come sentita è la tesi che deve aver spinto l’autrice ad iniziarsi a questa narrazione; la quale focalizza ogni suo sforzo sul ritratto del sacrificio materno, sulla forza dell’ambizione, sulla delusione bruciante unita alla speranza di potersi giocare la carta del riscatto spingendo sui sogni dei propri figli.

Sarà la genialità precoce, prodigiosa e dirompente a “divorare”, a generare un sostrato di finta felicità, di soddisfazione solo parziale e dunque più amara dell’insoddisfazione stessa.

Quello della genialità è stato per Annie Vivanti un tema di grande interesse, una specie di martellante pensiero. Ne scrisse in una novella intitolata “La vera storia di una bimba prodigio raccontata da sua madre, Annie Vivanti”, oggi contenuta nel volume Racconti americani, e ne scrisse molto tempo dopo, in un brevissimo racconto intitolato “La storia di Vivien” anch’esso facente parte del volume Zingaresca.

In quest’ultimo racconto, sempre rigorosamente autobiografico, la Vivanti narra con estremo candore e senza alcun sensazionalismo, il momento in cui ha presagito che la figlia Vivien, ancora neonata, sarebbe stata anch’essa vittima del Genio.

Insomma, lo spauracchio per quei formidabili bambini prodigio la spaventavano a morte.

Si legge nei Divoratori: “Non vi è mai venuto in mente il pensiero che forse la bambina sarebbe più felice se non fosse altro che una semplice bambina?” È questo il corollario di tutto il romanzo: genialità e infelicità camminano di pari passo, a braccetto.

Nella realtà, tuttavia, la personalità eccentrica di Annie Vivanti lascia supporre che si compiacesse della genialità della figlia, così come a suo tempo s’era compiaciuta della sua; forse – presupposizione soggettiva e non provata – proprio per non lasciarsi “divorare” dalla figlia Vivien, per non soccombere al suo prodigio musicale, la scrittrice decise di dedicarsi ancora alla scrittura, stavolta con maggiore costanza e dedizione.  

Eppure, nella vita, così come nel romanzo, l’epilogo è triste, perché i “divoratori” sono poi coloro i quali subiscono, come dicevamo, la loro stessa genialità, pagandola a cara moneta: solitudine, infelicità e dispiacere.

Ha torto, la brava Annie, ad asserire un così tragico corollario? Pare di no. Non ha torto, né nella finzione romanzata né nella realtà; nella seconda più della prima, visto che la figlia Vivien pagò la sua genialità con un precocissimo suicidio.

E non è detto che, anche quando si ritiene che l’esistenza di Annie possa considerarsi straordinariamente ricca di accadimenti, non sia stata anche lei una infelice, che anche lei non abbia, ad un certo punto del suo percorso, visto con occhio puro e schietto “[…] la Vita, in tutta la sua iniqua e spaventosa inutilità – la breve, vana, tragica, sonnambulesca corsa dal Nulla al Nulla” (I divoratori, p. 518)

Di certo, questo, è un romanzo dalla forza prorompente, in certi punti davvero brillante e sempre ilare, anche quando il passaggio è triste; per contro è anche giusto dire che certi accadimenti, certi incontri fortuiti siano davvero troppo inverosimili per accattivare il lettore. Indubbiamente queste sono delle ingenuità imperdonabili per un narratore, poiché si nota la toppa necessaria a far quadrare i conti all’interno della storia. Ma è anche giusto asserire che, in un complesso di cinquecento pagine, questi episodi disturbano poco e finiscono per essere presto dimenticati o compensati con passaggi davvero acutissimi.

Non esagero nell’asserire che ai Divoratori spetta un posto d’onore nel limbo dei buoni romanzi del Novecento. Anche se ancora indissolubilmente legata al nome di Carducci e anche se la critica la relega nell’ambito delle scritture “femminili”,  Annie Vivanti resta una narratrice molto abile, molto attenta alla ricostruzione psicologica dei personaggi, delle loro aspettazioni e morbosità. Il suo stile è schietto e scevro di inutili zavorre e dice esattamente quello che il lettore si aspetta, senza alcuna sovrastruttura. Forse è proprio questo che rende amabile e decreta il successo dei suoi testi.

Con queste caratteristiche, Annie Vivanti appare più moderna di molti scrittori contemporanei. Lei meglio di qualunque scrittore d’oggi, avrebbe saputo sopravvivere agli attacchi gratuiti della critica conforme e altera; avrebbe alzato un sopracciglio, forse avrebbe tirato un sospiro e sarebbe tornata caparbiamente al suo scrittoio; e finita l’ultima pagina avrebbe detto: “Addio, dunque, figlioli della mia mente; fate buon viaggio. E che la critica vi sia leggera!” (Zingaresca, Una prefazione «I divoratori»)

1 comment Settembre 7, 2008


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