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	<title>GalassiaLibri</title>
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	<description>un occhio sul mondo di carta</description>
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		<title>GalassiaLibri</title>
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		<title>VIAGGIANDO SUI TRENI DI DACIA</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 09:41:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dacia Maraini]]></category>
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		<category><![CDATA[campi di concentramento]]></category>
		<category><![CDATA[deportazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
 “Avevo offerto La vacanza a vari editori: con il sentimento sgradevole d’essere un vitello che va a vendersi al mercato. Non conoscevo quasi nessuno, quindi mandavo per posta il dattiloscritto: non ti rispondevano mai, se ne fregavano, oppure ti scrivevano la solita lettera, l’opera è interessante ma i nostri programmi editoriali non consentono attualmente.” [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=120&subd=galassialibri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;"><a href="http://galassialibri.files.wordpress.com/2008/11/128791.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-122" title="128791" src="http://galassialibri.files.wordpress.com/2008/11/128791.jpg?w=193&#038;h=300" alt="128791" width="193" height="300" /></a> “Avevo offerto <em>La vacanza</em> a vari editori: con il sentimento sgradevole d’essere un vitello che va a vendersi al mercato. Non conoscevo quasi nessuno, quindi mandavo per posta il dattiloscritto: non ti rispondevano mai, se ne fregavano, oppure ti scrivevano la solita lettera, l’opera è interessante ma i nostri programmi editoriali non consentono attualmente.” Queste parole, Dacia Maraini, le usò in una lunga premessa al romanzo citato, in una nuova edizione per Bompiani.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">In questo brano, si racconta molto del suo inizio, della necessità, per esordire, di ancorarsi al nome di Moravia; lo stesso nome che – per ammissione della scrittrice – le fece da ombra nel corso dei primi anni. Pare, infatti, che in seguito, ogni qual volta un suo testo otteneva un certo successo di pubblico, un riscontro anche critico, qualcuno cercasse e trovasse un nesso, anche solo casuale, con l’autore della <em>Ciociara</em>.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Ci sono voluti molti anni per risolvere la questione dell’affrancamento, anni di duro lavoro in cui le tecniche narrative della Maraini hanno subito un lungo processo di maturazione: da asciutte e parsimoniose di aggettivi, andarono sempre più colorandosi e arricchendosi; fino alle più recenti pubblicazioni, dove si nota un amore ed un’attenzione per il “termine”, che non lascia mai sbavature, che è appassionato ma non melenso, partecipe ma mai patetico.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Da Marianna Ucrìa in poi, né è passata di acqua sotto i ponti; tra narrativa, poesia, saggistica e drammaturgia, la Maraini è diventata la scrittrice-colosso che tutti oggi conosciamo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Così come abbiamo imparato a riconoscere nell’intimo ogni suo personaggio, ogni sua storia, sempre compiuta; capace di lamentare un dolore, di esprimere un disagio, una violenza. E non può più essere addebitato al caso se ciascuna delle sue narrazioni finisce per intersecarsi quasi sempre, inevitabilmente, con i grandi eventi – in special modo turbolenti – della Storia.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Sarà che la scrittrice si dice molto legata al concetto di naturalezza del male, un male intrinseco e inseparabile, un irrinunciabile valore aggiunto che sedimenta nelle persone e le aiuta a cambiare, a diventare quel che sono.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Un teorema bizzarro ma efficace che sembra fungere da leitmotiv anche nel suo lavoro più recente, <em>Il treno dell’ultima notte</em>, un romanzo molto lungo, molto dettagliato su alcuni temi tragici consumatisi in Europa nella prima metà del Novecento: l’ascesa del nazismo, l’accettazione passiva e l’inconsapevolezza di pratiche spudoratamente antisemite, le deportazioni arbitrarie delle varie etnie e, alfine, l’olocausto consumatosi silenziosamente nei campi di concentramento – di cui, vogliamo ricordarlo, la Maraini, da bambina, in Giappone, ha avuto esperienza diretta.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Ma non solo. In questo romanzo, ambientato negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, c’è una narrazione particolareggiata di certi eventi eclatanti che si verificarono al di là della cortina di ferro. C’è la guerra fredda. C’è la fame. C’è il sentimento di rivolta che nasce e che si alimenta di speranza e voglia di riscatto; entrambi sedati dai cingolati sovietici che entrarono a Budapest il 4 novembre del 1956.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Infine, il desiderio di ricostruire, di rinascere, ma senza dimenticare.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Ogni personaggio raccontato in questo romanzo è accomunato a tutti gli altri proprio da questo rifiuto fermo nel non dimenticare quello che è stato. Non dimentica Amara, che cerca il suo amico di infanzia Emanuele, forse deportato in qualche campo di concentramento; non dimentica la madre di Emanuele, ebrea viennese, che con ossessiva pervicacia, in piena ascesa nazista, si sente tutelata solo perchè suo padre ha perso un braccio nella battaglia della Kolubare; non dimentica Hans, “l’uomo che si è salvato dai nazisti per la preveggenza di una madre amorevole”; e neanche il bibliotecario Horvath, a caccia di storie sulla deportazione ancora così poco conosciuta nei quindici anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Ma, più di tutti, è Emanuele – il personaggio più riuscito di tutto il romanzo, sia sotto il profilo psicologico che storico – a non poter operare l’oblio su ciò che ha significato l’orrore nazista.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Lui, ebreo, benestante, colto, assennato, era solo ragazzino al tempo dell’ascesa nazista. Per volere della madre, ingenua e inconsapevole del significato ed intento delle leggi razziali, ritorna a vivere a Vienna, la loro città d’origine.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Da questo momento in poi sarà solo l’orrore.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">La deportazione nel ghetto di Lodz nel 1942 significano umiliazione e patimento, fame, freddo, violenza. Eppure, nonostante tutto, Emanuele rimane attaccato alla speranza, all’illusione che tutto debba finire così com’è cominciato. Coltiva, allora, il suo amore per la vita, scrivendo, annotando i suoi pensieri, i suoi ricordi della recente infanzia, il suo amore per Amara, in una serie di lettere e in un diario.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Poi, di lui, non si sa più nulla. Si crede che possa essere stato deportato nel campo di Auschwitz-Birkenau; e qui lo cerca Amara, tra i registri e le fotografie e i vari reperti esposti in mostra nel museo dell’orrore. Salvo scoprire, dopo varie peripezie e viaggi sui treni dell’est, che Emanuele è miracolosamente sopravvissuto alla deportazione.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Ma è davvero possibile parlare di sopravvivenza? Emanuele può ancora ambire a vivere nel presente e sperare nel futuro? La risposta pare essere negativa. Tutto quello che oggi è Emanuele è il suo passato e il suo passato è il campo di Dachau. Laddove ha visto e vissuto cose che non possono essere dimenticate e che non permettono di andare avanti. Ha visto morire donne e bambini, li ha visti cadere a terra, li ha visti morire nel poco ricordato progetto T4.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">E dove, soprattutto, ha assistito inerme all’incattivirsi della sua persona, al rendersi brutale anche lui per sopravvivere; dove il suo cuore, ripetutamente sottoposto a terribili esperimenti pseudo-scientifici, ora è diventato di pietra.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">Come a dire, per la prima volta quando si parla di olocausto, che meglio sarebbe dimenticare. Come a dire, per la prima volta, che sopravvivere è come morire.</p>
Posted in Dacia Maraini Tagged: Add new tag, campi di concentramento, Dacia Maraini, deportazioni <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/galassialibri.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/galassialibri.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/galassialibri.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/galassialibri.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/galassialibri.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/galassialibri.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/galassialibri.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/galassialibri.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/galassialibri.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/galassialibri.wordpress.com/120/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=120&subd=galassialibri&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>ANNIE VIVANTI, L’EFFIMERA FARFALLA DELLA NOSTRA LETTERATURA</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Sep 2008 09:46:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Annie Vivanti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura femminile]]></category>

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		<description><![CDATA[
Nei testi di critica letteraria si trova solo un rapido accenno &#8211; quando accade &#8211; ad Annie Vivanti.
Eppure, questa scrittrice per molti sconosciuta, visse un notevole successo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Parliamo di un’epoca in cui i lettori affidavano alla produzione letteraria il compito di intrattenere, di distrarre; e, proprio in quegli [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=116&subd=galassialibri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://galassialibri.files.wordpress.com/2008/09/annie_vivanti.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-115" title="annie_vivanti" src="http://galassialibri.files.wordpress.com/2008/09/annie_vivanti.jpg?w=160&#038;h=230" alt="" width="160" height="230" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Nei testi di critica letteraria si trova solo un rapido accenno &#8211; quando accade &#8211; ad Annie Vivanti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Eppure, questa scrittrice per molti sconosciuta, visse un notevole successo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Parliamo di un’epoca in cui i lettori affidavano alla produzione letteraria il compito di intrattenere, di distrarre; e, proprio in quegli anni, sebbene in concomitanza con il fiorire dello stile composito e raffinato di matrice prettamente dannunziana, spopolava il cosiddetto romanzo di consumo, di cui questa scrittrice fu formidabile rappresentante. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Si pensi che molte furono persino le emule di questa scrittrice, che Matilde Serao canzonava apertamente chiamandole “vivantine”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Benedetto Croce definì Annie Vivanti, all’epoca di maggior successo, la “poetessa del capriccio, della passione, violenta e fuggevole”, facendo vagamente riferimento alla frivolezza e leggerezza della sua personalità – di lei si diceva che non si fosse fatto mancare neanche un amore saffico –, sempre così manifesta più nel personaggio che si era costruito addosso che non nello scrittore.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Il suo nome, difatti, soprattutto negli anni successivi all’esordio, veniva ricordato e pronunciato per certe eccentricità: una per tutte, la relazione amorosa con Giosué Carducci, da lei confidenzialmente ed affettuosamente nominato <em>Orco</em> (un po’ come <em>la Bestia</em> della nota favola di Perrualt), il quale, suo malgrado – fu proprio lui ad aver ribadito più e più volte l’incapacità di preti e donne a confrontarsi col verso – capitolò ai piedi della bella ventitreenne. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">“Io non so parlare di lui come del primo poeta della nuova Italia. Per me, egli non è Enotrio Romano; non l’ardente cantore di cui il nome va, risonante di gloria, per il mondo. Egli, per me , fu l’amico adorato, l’ideale della mia sognate fanciullezza, il secondo padre della mia orfana gioventù. E la sua mano mi sorresse e m’innalzò nella lieta primavera della mia vita.” Questo brano, contenuto in un racconto intitolato <em>Giosué Carducci</em>, all’interno di una raccolta di racconti (<em>Zingaresca</em>, oggi non più ristampato), narra nel dettaglio l’incontro tra la giovane scrittrice e il grande Vate della poesia italiana. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Espone, senza remore e sotterfugi, anche se forse un po’ mistificato dal piglio narrativo, <span> </span>il meccanismo fuori dal conforme che la condusse, in giovanissima età, alla pubblicazione della sua prima raccolta di versi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Subito dopo, si cimentò con la prosa, stendendo un brevissimo romanzo <em>Marion</em> (oggi ripubblicato da Sellerio col titolo <em>Marion, artista di caffè concerto</em>), autobiografico e abbastanza scabroso per la mentalità dell’epoca; opera da cui Carducci prese elegantemente le distanze, nel timore di intaccare la sua fama d’uomo politico e di esponente accademico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Da questo momento in poi, il destino di Annie Vivanti prende un’altra piega. Si sposa con un avvocato irlandese e lascia l’Italia. Di lei, in territorio nazionale si perdono quasi le tracce, anche se, all’estero, negli Stati Uniti, Annie continua a pubblicare racconti (oggi in gran parte riproposti, anch’essi da Sellerio, in un volume dal titolo <em>Racconti americani</em>). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Una vera e propria officina per la Nostra, strumento di limatura della sua tecnica narrativa, seguito da scritti prettamente narrativi, di repertorio decadente, i cui soggetti rispettavano certi argomenti inconsapevolmente cari alla scrittrice: il mito dell’eterno femminino, il rifiuto della moralità comune, il culto del piacere e della bellezza, la contemplazione dell’effimero e della fatalità. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Si ribadisce: inconsapevolmente; perchè chi legge la Vivanti ha la sensazione che dietro il suo stilema non si nasconda nulla, che tutto sia esattamente come appare, che non ci sia servilismo ad alcuna corrente letteraria, nessuna influenza esterna.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Dunque, si può dire un caso, una fortunata coincidenza che gli argomenti che catturavano l’interesse dell’autrice combaciassero con la moda letteraria del tempo. Tanto più che, se non tutti, quasi tutti gli scritti vivantiani risentono di echi e tematiche di riferimento prettamente autobiografiche; e, se non proprio e non sempre autobiografiche, almeno molto vicine all’umano sentire della scrittrice. Tanto più che, le rare opere che non raccontano di esperienze dirette risultano, poi, essere una mescolanza fortunata e inscindibile di verità e finzione, così come erano vissute da Annie Vivanti: con estremo trasporto e passionalità </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Così è per <em>Fosca, sorella di Messalina</em> o per <em>Circe. Il Romanzo di Maria Tarnowska</em>, due romanzi <span> </span>oggi non più editati, dell’età cosiddetta matura, in cui l’inevitabilità di un destino prescritto e il mito della teatralità del femminile ritornano in maniera prepotente. Così fu anche per <em>Marion </em>in cui si racconta della chanteuse bambina – forse il più autobiografico delle sue composizioni – ritratta con il biscotto in mano, che si inizia al palcoscenico, sempre per fatalità ed una buona dose inerzia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Fu questo l’ingrediente del suo successo, di pubblico e di critica – sebbene Annie affermasse di disconoscere la valenza del giudizio critico – che la portarono ad un numero sbalorditivo di ristampe e di traduzioni al di fuori dei confini nazionali. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Altrettanto sbalorditivo fu l’apice del suo successo, raggiunto in Italia dopo che attorno alla sua figura ci furono vent’anni di silenzio. Era da tanto che la scrittrice non produceva più nulla per il pubblico italiano. Fino a quando, spinta anche e soprattutto dal successo che stava vivendo la figlia Vivin come enfent prodige del violino in tutto il mondo, decise di riscrivere in italiano <em>I divoratori</em>, pubblicato l’anno precedente in Inghilterra.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Senza dubbio possiamo confermare, a distanza di quasi un secolo dalla sua prima pubblicazione, che questo romanzo sia il suo capolavoro. L’istanza autobiografica è molto sentita, come sentita è la tesi che deve aver spinto l’autrice ad iniziarsi a questa narrazione; la quale focalizza ogni suo sforzo sul ritratto del sacrificio materno, sulla forza dell’ambizione, sulla delusione bruciante unita alla speranza di potersi giocare la carta del riscatto spingendo sui sogni dei propri figli. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Sarà la genialità precoce, prodigiosa e dirompente a “divorare”, a generare un sostrato di finta felicità, di soddisfazione solo parziale e dunque più amara dell’insoddisfazione stessa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Quello della genialità è stato per Annie Vivanti un tema di grande interesse, una specie di martellante pensiero. Ne scrisse in una novella intitolata “La vera storia di una bimba prodigio raccontata da sua madre, Annie Vivanti”, oggi contenuta nel volume <em>Racconti americani</em>, e ne scrisse molto tempo dopo, in un brevissimo racconto intitolato “La storia di Vivien” anch’esso facente parte del volume <em>Zingaresca</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">In quest’ultimo racconto, sempre rigorosamente autobiografico, la Vivanti narra con estremo candore e senza alcun sensazionalismo, il momento in cui ha presagito che la figlia Vivien, ancora neonata, sarebbe stata anch’essa vittima del Genio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Insomma, lo spauracchio per quei formidabili bambini prodigio la spaventavano a morte. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Si legge nei <em>Divoratori</em>: “Non vi è mai venuto in mente il pensiero che forse la bambina sarebbe più felice se non fosse altro che una semplice bambina?” È questo il corollario di tutto il romanzo: genialità e infelicità camminano di pari passo, a braccetto. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Times New Roman;">Nella realtà, tuttavia, la personalità eccentrica di Annie Vivanti lascia supporre che si compiacesse della genialità della figlia, così come a suo tempo s’era compiaciuta della sua; forse – presupposizione soggettiva e non provata – proprio per non lasciarsi “divorare” dalla figlia Vivien, per non soccombere al suo prodigio musicale, la scrittrice decise di dedicarsi ancora alla scrittura, stavolta con maggiore costanza e dedizione. <span> </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Eppure, nella vita, così come nel romanzo, l’epilogo è triste, perché i “divoratori” sono poi coloro i quali subiscono, come dicevamo, la loro stessa genialità, pagandola a cara moneta: solitudine, infelicità e dispiacere. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Ha torto, la brava Annie, ad asserire un così tragico corollario? Pare di no. Non ha torto, né nella finzione romanzata né nella realtà; nella seconda più della prima, visto che la figlia Vivien pagò la sua genialità con un precocissimo suicidio. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">E non è detto che, anche quando si ritiene che l’esistenza di Annie possa considerarsi straordinariamente ricca di accadimenti, non sia stata anche lei una infelice, che anche lei non abbia, ad un certo punto del suo percorso, visto con occhio puro e schietto “[…] la Vita, in tutta la sua iniqua e spaventosa inutilità – la breve, vana, tragica, sonnambulesca corsa dal Nulla al Nulla” (I divoratori, p. 518)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Di certo, questo, è un romanzo dalla forza prorompente, in certi punti davvero brillante e sempre ilare, anche quando il passaggio è triste; per contro è anche giusto dire che certi accadimenti, certi incontri fortuiti siano davvero troppo inverosimili per accattivare il lettore. Indubbiamente queste sono delle ingenuità imperdonabili per un narratore, poiché si nota la toppa necessaria a far quadrare i conti all’interno della storia. Ma è anche giusto asserire che, in un complesso di cinquecento pagine, questi episodi disturbano poco e finiscono per essere presto dimenticati o compensati con passaggi davvero acutissimi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Non esagero nell’asserire che ai <em>Divoratori</em> spetta un posto d’onore nel limbo dei buoni romanzi del Novecento. Anche se ancora indissolubilmente legata al nome di Carducci e anche se la critica la relega nell’ambito delle scritture “femminili”,<span>  </span>Annie Vivanti resta una narratrice molto abile, molto attenta alla ricostruzione psicologica dei personaggi, delle loro aspettazioni e morbosità. Il suo stile è schietto e scevro di inutili zavorre e dice esattamente quello che il lettore si aspetta, senza alcuna sovrastruttura. Forse è proprio questo che rende amabile e decreta il successo dei suoi testi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:9pt;text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Con queste caratteristiche, Annie Vivanti appare più moderna di molti scrittori contemporanei. Lei meglio di qualunque scrittore d’oggi, avrebbe saputo sopravvivere agli attacchi gratuiti della critica conforme e altera; avrebbe alzato un sopracciglio, forse avrebbe tirato un sospiro e sarebbe tornata caparbiamente al suo scrittoio; e finita l’ultima pagina avrebbe detto: “Addio, dunque, figlioli della mia mente; fate buon viaggio. E che la critica vi sia leggera!” (<em>Zingaresca</em>, Una prefazione «I divoratori»)</span></p>
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		<title>A PROPOSITO DEGLI SCRITTORI&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 22 May 2008 08:39:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Nabokov]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>

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		<description><![CDATA[A proposito degli scrittori si dicono molte panzane; alcune sono dei veri e propri inciuci denigratori e ingiuriosi, altre, con il tempo, si rivelano delle verità assolute.
Forse che gli scrittori siano diventati egocentrici soubrette, starlet, perseguitori di mainstream tanto quanto i loro colleghi della telvisione?
Gli scrittori contemporanei, e mi riferisco soprattutto alle giovani reclute, non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=106&subd=galassialibri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><a href="http://bp3.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/SDUnEy2RFRI/AAAAAAAAADg/eXoLBYyyerg/s1600-h/snoopy+scrittore.gif"><img style="float:left;cursor:pointer;margin:0 10px 10px 0;" src="http://bp3.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/SDUnEy2RFRI/AAAAAAAAADg/eXoLBYyyerg/s400/snoopy+scrittore.gif" border="0" alt="" /></a>A proposito degli scrittori si dicono molte panzane; alcune sono dei veri e propri inciuci denigratori e ingiuriosi, altre, con il tempo, si rivelano delle verità assolute.</p>
<div style="text-align:justify;">Forse che gli scrittori siano diventati egocentrici soubrette, starlet, perseguitori di mainstream tanto quanto i loro colleghi della telvisione?<br />
Gli scrittori contemporanei, e mi riferisco soprattutto alle giovani reclute, non difendono più il loro diritto alla individualità, sono accorti a non offendere, a cercare l&#8217;aggancio, l&#8217;ammanicamento, il cono di luce, l&#8217;angolazione migliore da cui risplendere.<br />
Si fanno amici altri scrittori, sono riverenti e compiacenti verso recensiori, si fanno essi stessi recensoni e aspettano d&#8217;essere ricambiati.<br />
Le loro operette, appena appena digeribili da chi con la letteratura un pò la frequentata anche al di là del tempo libero, sono irriverentemente blande di stile e sempre più conformi ad un tipo di scrittura che va per la maggiore.<br />
Chi si stupirà più allora quando la lingua si trasformerà in una babele di neologismi da strada e di tempistiche abbreviazioni?<br />
A me piacciono gli scrittori scomodi &#8211; e non per scelta -, quelli che non cadono nella rete di editori-commercianti, quelli che non si lasciano corrompere dalle regole di mercato, quelli che per difendere l&#8217;individualità del proprio stile non scendono a compromessi, quelli che sono in grado di scrivere una frase composta, quelli che la abbelliscono di termini appropriati, quelli che non si compiacciono mai.</div>
<div style="text-align:justify;"></div>
<div style="text-align:justify;">«Lei sembra chiedersi che cosa mai può avere spinto me, uno scrittore in boccio (come lei dice &#8211; ma è un termine improprio, perchè l&#8217;autentico scrittore in boccio rimane in boccio tutta la vita; altri, come me, sbocciano di colpo), lei sembra chiedersi, mi consenta di ripetere (non che io intenda scusarmi per questa parentesi proustiana), che bisogno aveva di prendere un simpatico contemporaneodi porcellana blu (X. fa venire in mente, non è vero?, una di quelle statuine da quattro soldi che alla fiera invogliano a un&#8217;orgia di fragorosa distruzione) e di farlo precipitare dalla torre della mia prosa nella fogna sottostante. Lei mi dice che costui gode di vasta considerazione; che in Germania le vendite dei suoi libri sono giunte a vette formidabili, quasi come qui da noi; che un suo vecchio racconto è stato appena selezionato per <em>Capolavori moderni</em>; che insieme a Y. e Z. è ritenuto uno dei più importanti scrittori della generazione &#8220;postbellica&#8221;; e che, Last but not least, è pericoloso come critico. Lei lascia capire, mi pare, che tutti dovremmo difendere il torbido segreto del suo successo, che consiste nel viaggiare in seconda classe con un biglietto di terza, o &#8211; se la mia similitudine non è abbastanza chiara &#8211; nel blandire il gusto della peggiore categoria di lettori &#8211; non quelli che si dilettano di intrighi polizieschi, siano benedette le loro candide anime &#8211; ma quelli che comprano lepeggiori banalità perchè vi trovano un cocktail alla moda con uno spruzzo di Freud o &#8220;monologo interiore&#8221; o che altro &#8211; (&#8230;) . Perchè dovremmo difendere quel vergognoso segreto? Che roba è questo legame massonico di tritume &#8211; o meglio di triteismo? Abbasso questi déi fasulli! E poi lei prosegue dicendo che la mia &#8220;carriera letteraria&#8221; sarà irrimediabilmente compromessa, fin dall&#8217;inizio, da questo attacco a uno scrittore influente e stimato. Ma se pure esistesse una cosa come la &#8220;carriera letteraria&#8221; e se io venissi squalificato solo perchè cavalco il mio cavallo, rifiuterei ugualmente di cambiare una sola parola di quello che ho scritto. Nessuna punizione incombente, mi creda, può essere così violenta da indurmi ad abbandonare la ricerca del mio piacere, specilamente quando questo piacere è il seno giovane e sodo della verità.»¹</div>
<div style="text-align:justify;">
</div>
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</div>
<div style="text-align:justify;"></div>
<div style="text-align:justify;">¹<strong><a href="http://www.adelphi.it/catalogo/schedaLibro.asp?id=2944&amp;isbn=8845909395&amp;v=s&amp;metaTitolo=La%20vera%20vita%20di%20Sebastian%20Knight%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20&amp;metaAutore=Vladimir%20Nabokov">La vera vita di Sebastian Knight</a></strong>, Vladimir Nabokov (pagg.64-65).</div>
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	</item>
		<item>
		<title>NUCLEO ZERO, Luce D’Eramo</title>
		<link>http://galassialibri.wordpress.com/2008/05/22/nucleo-zero-luce-d%e2%80%99eramo/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 May 2008 07:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luce d'Eramo]]></category>
		<category><![CDATA[nucleo zero]]></category>

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		<description><![CDATA[
 




Non da molti anni si è spenta Luce d&#8217;Eramo – nome de plume di Lucetta Mangione -, donna coltissima, cresciuta in una famiglia benestante, appassionata di filosofia e letteratura. Divenne nota al grande pubblico con il libro autobiografico Deviazione, nel quale ammise di aver volontariamente varcato la soglia dei lager nazisti, esperienza che la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=103&subd=galassialibri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;">
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><!--[if gte vml 1]&amp;gt;--></p>
<table style="text-align:justify;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr><a href="http://bp3.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/SDUlgy2RFQI/AAAAAAAAADY/hsKv34TtMcA/s1600-h/lucederamo.jpg"><img style="float:left;cursor:pointer;margin:0 10px 10px 0;" src="http://bp3.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/SDUlgy2RFQI/AAAAAAAAADY/hsKv34TtMcA/s320/lucederamo.jpg" border="0" alt="" /></a><br />
<span style="color:#444444;">Non da molti anni si è spenta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luce_d'Eramo">Luce d&#8217;Eramo</a> – nome de plume di Lucetta Mangione -, donna coltissima, cresciuta in una famiglia benestante, appassionata di filosofia e letteratura. Divenne nota al grande pubblico con il libro autobiografico <em>Deviazione</em>, nel quale ammise di aver volontariamente varcato la soglia dei lager nazisti, esperienza che la rese accanita antifascista.</span></p>
<div style="text-align:justify;"><span style="color:#444444;"> <span> </span>Dall&#8217;epoca della fuga, ancora giovinetta, accaddero poi diversi episodi; uno dei quali la segnò particolarmente: il padre la rinnegò. Dunque, senza fissa dimora né sostentamento, dovette arrangiarsi con i mestieri più umili. </span></div>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>Testardamente ritornò nei campi di Dachau, dai quali poi riuscì a fuggire; fino a quando, dopo un bombardamento che aveva devastato la città di Magonza, mentre tentava di rendersi utile nello sgombero delle macerie, un muro le crollò addosso, spezzandole la schiena. Ma Luce aveva l&#8217;ottimismo nell&#8217;animo e riuscì a risollevarsi, ad accettare la sua nuova condizione e soprattutto a non permettere all’immobilismo di impedirle di vivere decentemente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>La sua produzione letteraria è stata delle più varie; capace di passare dalla saggistica alla fantascienza, dal racconto autobiografico alla giallistica. E mai come oggi, periodo in cui l&#8217;ossessione terroristica internazionale e nazionale dilaga, i suoi romanzi tornano ad essere di grande interesse, una piacevole riscoperta.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span><em>Nucleo zero</em>, romanzo pubblicato nel 1981, ma scritto a ridosso del rapimento di A. Moro, potrebbe essere considerato un thriller, un racconto che fa della suspance delle vicende un romanzo di genere; ai più – me compresa &#8211; piace, invece, per la finezza con la quale l&#8217;autrice ha saputo tratteggiare, con enfasi pacata e senza sbavature, la psicologia dei personaggi. Siamo negli anni Ottanta, Nucleo Zero è il nome di un gruppo terroristico che ha come scopo la rivoluzione anticapitalistica<em>: &#8220;[...] avevamo fondato le Bande comuniste, antimilitariste, legalitarie, di combattenti contro il capitale e contro la proprietà in difesa della vita umana e così via. Però in quattro anni erano riusciti a dar vita in tutto al solo Nucleo Zero: otto operatori e due riciclati.&#8221;</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>Fondatore dell&#8217;organizzazione, e anche protagonista indiscusso dell&#8217;intera vicenda, è Giovanni Dettore, ex professore di filosofia, che dopo aver preso parte alle scorribande armate delle Colonne rosse (chiaramente riconoscibili come Brigate rosse) aveva riunito un gruppo di insospettabili idealisti marxisti, con i quali mettere a punto le rapine necessarie a finanziare le attività del gruppo.<br />
<span> </span>La loro organizzazione è perfetta; ogni legame è apparentemente lecito; ognuno gode di una copertura che lo rende insospettabile. Si riuniscono in maniera segreta e insieme mettono a punto i colpi e decidono delle sorti del Nucleo Zero; comunicano tramite messaggi telefonici, computando gli squilli, tra una prima ed una seconda serie: <em>&#8220;Chi dà notizie, dà prima il numero di codice della persona su cui si informa e poi il codice dell&#8217;informazione. In caso lo ritenga utile, in terza serie può dare il proprio numero di riconoscimento&#8221;.</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>La sussistenza e protezione del gruppo, tra ansie e entusiasmi, annulla le esistenza dei singoli; ogni respiro è in funzione del loro ideale per il quale si dicono pronti ad uccidere e lo fanno, anche se non senza ripercussioni sull&#8217;umano sentire. Ma come ogni gruppo, dal momento di massimo fulgore, si passa al decadimento (anche solo apparente, perchè il malcontento non muore e allora non muoiono neanche i gruppi), che coincide con l&#8217;accorpamento alle Colonne rosse, di impostazione diversa: più efferata e meno riguardosa. Ci sarà il rapimento di Perrino, un noto industriale, tenuto chiuso nella <em>&#8220;prigione del popolo&#8221;,</em> rapimento che culminerà con la morte dell&#8217;ostaggio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span><span> </span>Il racconto della prigionia di quest&#8217;uomo è quanto di più toccante si possa scoprire in questo romanzo: <em>&#8220;L&#8217;idea di essere osservato mentre si libera gli intestini l&#8217;ha umiliato sin dal primo momento, tanto da provocargli contrazioni del colon. Ha bello dirsi che il Re Sole defecava in pubblico ed era un privilegio dei più alti dignitari poter assistere alle sue cacate [...]. Sei a Versailles, si ripete, pensa a Luigi quattordicesimo.&#8221;</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>È un racconto avvincente, costruito con una superba bravura; leggendo nasce addirittura il sospetto, naturalmente illogico, che Lucetta abbia potuto far parte di un gruppo terroristico; <em>&#8220;ho vissuto a lungo con loro&#8221; </em>ammise, naturalmente solo con l&#8217;immaginazione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>Carlo Lizzani ne trasse un film che accomunò il gusto disomogeneo di tutti gli spettatori, considerato il periodo &#8220;caldo&#8221; in cui fu prodotto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>“A me premeva dire che la strada per non subire la società non può essere quella del terrorismo” dice d&#8217;Eramo parlando del suo romanzo Nucleo Zero, e questo è il messaggio che se ne deve trarre, senza fraintendimenti, anche quando i terroristi, nel loro, ragionare, possano sembrare credibili o convincenti. Si tratta di uomini che sentono forte il peso dell&#8217;ingiustizia sulle spalle, credono che il senso d&#8217;impotenza sia intollerabile, si rimboccano le maniche e tentano di smuovere le masse, questo sì, ma si tratta di gente che si arma e che uccide. Questo non bisogna dimenticarlo mai. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>E chiudo, servendo delle parole del romanzo per esprimere anche un mio pensiero: <em>&#8220;Chi si attribuisce il carisma del riscatto altrui è già un potenziale oppressore. Si è rivoluzionari soltanto sulla propria pelle, quando si cessa di sottostare. Ma essere rivoluzionari in prima persona non significa fare la rivoluzione. Ce ne corre. Significa esclusivamente saggiare in anteprima gli strumenti a disposizione della sovversione di massa e tentare di creare quel minimo di condizioni materiali alternative, perchè chi non accetta di fare la bestia da soma in questa società non sia costretto a ribaltare nel terrorismo&#8221;.</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><em><br />
</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><em><span style="color:#444444;"> </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:center;"><strong><span style="color:#444444;">UN ASSAGGIO DEL ROMANZO</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><strong><span style="color:#444444;"><br />
<span> </span></span></strong><span style="color:#444444;">Dettore ripensava perplesso ai motivi che l&#8217;avevano spinto ad aderire alle Colonne, sette anni prima. Lui, un uomo che già andava per i quaranta, con mezza vita dietro di sé.<br />
[...] Un tempo, quand&#8217;era professore di liceo e coniuge, aveva vissuto un altro ripetersi, incomparabilmente più spaventoso, nella previsione che neppure una virgola della sua esistenza tracciata minuto per minuto si sarebbe spostata sino all&#8217;ora della pensione, nell&#8217;attesa della morte.<br />
Si chiese se non fosse stato anche il ripetersi dei gesti e delle parole (detto in breve), lungo tutti quegli anni regolamentati, ad avergli dato infine un tale senso d&#8217;irrealtà da spingerlo per inerzia a una rivolta totale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>Aveva presentato le sue dimissioni al preside e inoltrato domanda di separazione coniugale, nel &#8216;71. Ed era andato a lavorare in fabbrica, dall&#8217;oggi al domani, alla Beta-Sud, in quella piana della Calabria dove il sole batteva a picco sullo stabilimento in cui sudava agli altiforni. Era luglio e la sera, nei turni di riposo, andava a bere un goccio con gli amici in osteria. Ma i compagni di lavoro, che in reparto capivano le più fini astuzie dei padroni, una volta fuori dall&#8217;officina cambiavano modi come si cambia abito. Impannucciati nell&#8217;orgoglio più suscettibile, litigavano per motivi d&#8217;onore, per minuscoli interessi, s&#8217;accoltellavano. Ripiombavano a capifitto nei comportamenti che li incatenavano. Riproducevano, a proprio reciproco danno, i rapporti di forza che li tenevano a testa in giù; e quello che sconvolgeva Giovanni Dettore, ancora venato di populismo, era che lo facevano senza vantaggio, disinteressatamente, perchè a differenza dei &#8220;signori&#8221; non ne cavavano nessun plus valore. Dal canto loro, i &#8220;signori&#8221;, che a volte invitavano l&#8217;ex professore di liceo a cena, per curiosità, per condiscendenza di ceto, erano molto più umani nel privato. Pensosi, di delicato sentire.<br />
<span> </span>[...] Quando si licenziò nel gennaio del &#8216;72 dalla Beta-Sud, la lotta armata era ormai per lui l&#8217;unica via di scardinamento possibile di quel mondo calcificato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>Una soluzione di comodo? Fino a quel momento (pensò) avrebbe respinto un simile dubbio come decadente e volgare. Ai suoi occhi, l&#8217;adesione alle Colonne era conseguita a una rigorosa analisi del contesto &#8211; economico sociale morale, anche retorico -; era stata una decisione ben pensata e &#8220;scientifica&#8221; se così si può dire, presa &#8220;a prescindere da umori personali&#8221;; in breve un cambiamento di linea.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="background:white none repeat scroll 0;text-align:justify;"><span style="color:#444444;"><span> </span>[...] La retorica dominante, vecchia e nuova mischiata (onore e consumismo intrallazzati!) era ciò che impaniava gli operai della Beta-Sud? Benissimo, gli daremo una controretorica. Noi subalterni uniti, dal terziario fino al bracciantato, non abbiamo il potere economico che ci consenta di rovesciare i rapporti di forza per stroncarli e ridistribuire altrimenti i beni del pianeta terra. È vero. Ma possiamo darci un potere retorico, incornando le istituzioni, svegliando le masse con sequestri dimostrativi, educandole a una brechtiana ironia, col mettere alla berlina i &#8220;valori&#8221; che incagliano la classe sfruttata, il sospetto d&#8217;essere mazziata due volte, spogliata viva materialmente e per di più legata nel cervello come si pressa un covone di paglia.</span></p>
<td>
<div>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
</div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align:justify;"><!--[if !vml]--><!--[endif]--></p>
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	</item>
		<item>
		<title>LA FRONTIERA DELLA NUOVA CRITICA LETTERARIA</title>
		<link>http://galassialibri.wordpress.com/2008/05/10/la-frontiera-della-nuova-critica-letteraria/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 May 2008 14:33:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>
		<category><![CDATA[classifiche]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[ Ogni tanto, chi ha a che fare coi libri, si chiede che fine abbia fatto la critica letteraria.
Se lo è chiseto Giorgio Ficara, se lo è chiesto la mia cara amica Antonella. Io me lo chiedo ogni giorno, la mattina, appena mi sveglio, e la sera, prima di andare a letto, come una preghiera.
Ma [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=102&subd=galassialibri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><a href="http://bp0.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/SCWkNYMU2OI/AAAAAAAAADI/kh5oHWAY6K8/s1600-h/0429_critica_letteraria.gif"><img style="float:left;cursor:hand;margin:0 10px 10px 0;" src="http://bp0.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/SCWkNYMU2OI/AAAAAAAAADI/kh5oHWAY6K8/s320/0429_critica_letteraria.gif" border="0" alt="" /></a> Ogni tanto, chi ha a che fare coi libri, si chiede che fine abbia fatto la critica letteraria.</p>
<div style="text-align:justify;">Se lo è chiseto <a href="http://bibliogarlasco.blogspot.com/2008/05/tocca-al-critico-ristabilire-il-vero.html"><strong>Giorgio Ficara</strong></a>, se lo è chiesto la mia cara amica <a href="http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2007/05/03/dove-sono-i-critici-letterari-con-cui-confrontarsi-articolo-di-antonella-cilento/"><strong>Antonella</strong></a>. Io me lo chiedo ogni giorno, la mattina, appena mi sveglio, e la sera, prima di andare a letto, come una preghiera.</div>
<div style="text-align:justify;">Ma il dubbio rimane amletico, irrisolvibile.</div>
<div style="text-align:justify;">Oggi la produzione letteraria &#8211; mi riferisco esplicitamente a quella italiana, &#8211; è figlia dell&#8217;industria e del commercio. Non ci si riconosce più alcuna matrice, né formazione, né ricerca. E che dire dello stile poi? Che fine ha fatto lo stile per noi scrittori italiani? Noi, i figli dello stil nuovo, omologati in una scrittura che sembra rispondere alle nuove regole della lettura veloce e spigliata, ma che, ad occhio vigile, sembra null&#8217;altro che distratta sciatteria.</div>
<div style="text-align:justify;">Gli editori non si assumono più alcuna responsabilità; il fenomeno dell&#8217;editoria a pagamento gli ha risolto il problema. Se è il caso, sarà poi il lettore a scegliere. Eppure, non c&#8217;è da credere che il libro infilato distrattamente nel carrelo del centro commerciale (&#8220;Fantastico, l&#8217;ho preso con il 15% di sconto!&#8221;)  sia frutto di una scelta ben ponderata.</div>
<div style="text-align:justify;">Ben altri sono i fattori che segnano i giochi. Ben altri ammanicamenti e relazioni giudano il percoso di ogni singolo libro.</div>
<div style="text-align:justify;">Ad esempio, le <a href="http://www.ibuk.it/irj/portal/anonymous?NavigationTarget=navurl://6ba75392673bd6e5e32b3dca8e982078"><strong>classifiche</strong></a><strong> </strong>dei libri più venduti, la stessa che tenne il libri di Melissa P. in cima per non so più quanto tempo. La stessa che, di tanto in tanto, propone qualche buon romanzo italiano.</div>
<div style="text-align:justify;">Oppure, le rensioni sui quotidiani, arrangiate, distratte, occasionali. Conosco autori (autori?) che venderebbero la mamma adorata al primo venuto per quattro centesimi pur di ottenere una menzione en passant sul Venerdì di Repubblica.</div>
<div style="text-align:justify;">E che dire, ancora, dei <a href="http://www.premiocampiello.org/confindustria/campiello/istituzionale.nsf/($linkacross)/3F25BD5738DD93F2C12573A60051501F?opendocument&amp;language=IT"><strong>premi letterari</strong></a>, i quali muovono la polvere per nasconderla sotto il tappeto.</div>
<div style="text-align:justify;">Siamo allo stallo.</div>
<div style="text-align:justify;">E i critici dove sono? Sono forse esperti del settore quelli che, di tanto in tanto, sorgono dalle ceneri per gridare Anatema! contro qualche scrittore dai grandi numeri? Sono quelli che ancorano il proprio nome a questioni controverse e già note per sistemarsi anche loro nel cono di luce (effimero) e concedersi anche loro un momento di meritata ribalta?</div>
<div style="text-align:justify;">Io mi sentirei di rispondere con un bel no.</div>
<div style="text-align:justify;">Poi ci sono quelli che attendono fiduciosi, quelli che sperano che qualche movimento tellurico, prima o dopo, ci sarà</div>
<div style="text-align:justify;">Attendono&#8230;</div>
<div style="text-align:justify;">Attendono che qualche letterato esca dal suo guscio comodo e si prenda la responsabilità di fare qualche nome. Di dire con compiacimento e convinzione: &#8220;Questo libro mi piace molto e  ora vi dirò perchè&#8221;.</div>
<div style="text-align:justify;">Attendono che si parli di un romanzo come di un&#8217;opera letteraria sofferta, capace di aprire mille porte e mille spiragli, che sia tanto importante da non durare lo spazio di una fugace bevuta in compagnia.</div>
<div style="text-align:justify;">Attendono, nostalgici  e pazienti che qualcuno li liberi dalle zavorre, che aiuti a smaltire gli scaffali delle librerie, che li aiuti a ristabilire l&#8217;ordine nel momento di maggiore caos.</div>
<div style="text-align:justify;">Attendono, insomma, che sentano la respnsabilità di risollevare la nostra letteratura e di indirizzarla verso un futuro più decoroso.</div>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/galassialibri.wordpress.com/102/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/galassialibri.wordpress.com/102/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/galassialibri.wordpress.com/102/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/galassialibri.wordpress.com/102/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/galassialibri.wordpress.com/102/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/galassialibri.wordpress.com/102/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/galassialibri.wordpress.com/102/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/galassialibri.wordpress.com/102/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/galassialibri.wordpress.com/102/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/galassialibri.wordpress.com/102/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/galassialibri.wordpress.com/102/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/galassialibri.wordpress.com/102/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=102&subd=galassialibri&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>La grande assente</title>
		<link>http://galassialibri.wordpress.com/2008/04/28/la-grande-assente/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Apr 2008 11:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anna Banti]]></category>
		<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>
		<category><![CDATA[dimenticati e sommersi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni tanto, mio malgrado, mi tocca  parlare di  Anna Banti con tono decisamente polemico.
Questo perchè, oltre ad essere la grande assente negli scaffali delle librerie, la dimenticata per eccellenza da lettori ed editori, viene trascurata anche in quegli eventi culturali tematici dove il nome della Nostra, al contrario a mio avviso e non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=78&subd=galassialibri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img style="float:left;margin:0 10px 10px 0;" src="http://files.splinder.com/cb24e25b23f03ec18b1c112cc2439c6e.jpeg" alt="annabanti" />Ogni tanto, mio malgrado, mi tocca  parlare di  <strong><a href="http://annabanti.splinder.com">Anna Banti</a></strong> con tono decisamente polemico.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo perchè, oltre ad essere la grande assente negli scaffali delle librerie, la dimenticata per eccellenza da lettori ed editori, viene trascurata anche in quegli eventi culturali tematici dove il nome della Nostra, al contrario a mio avviso e non solo, dovrebbe troneggiare.</p>
<p style="text-align:justify;">Intendo, in questo caso, riferirmi al convegno <em>Donne in rivolta tra arte e memoria</em><span class="Normal"><span style="font-family:Garamond;"><span style="font-size:medium;"><span style="color:#000080;"><strong><span style="color:#000080;"><span style="font-size:medium;"><span style="font-weight:normal;"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000080;"><span style="font-family:Garamond;"><span style="font-size:medium;"><span><span style="font-size:11pt;font-family:Tahoma;"><span style="color:#000080;"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><span style="color:#000080;font-size:medium;"><span style="color:#000080;"><span style="font-size:medium;"><span style="font-family:Garamond;"><span style="font-size:medium;"><span style="color:#000080;"> </span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></strong></span></span></span></span>che si svolgerà il 29-30 aprile a Firenze, nell&#8217;ambito del <a href="http://www.maggiofiorentino.com/">71° Maggio Musicale Fiorentino</a>, organizzato dalla Fondazione &#8220;Sum&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel suddetto convengo nomi altisonanti di donne, esponenti di spicco nel panormama culturale contemporaneo, parleranno proprio di queste donne-contro, donne che, attraverso la propria arte, hanno rappresentato il mondo femminile.</p>
<p style="text-align:justify;">A Monica Guerritore sarà affidato il compito di leggere ed interpretare brani tratti da autrici più o meno note: Virginia Woolf, Paola Masino, Anna Maria Ortese e molte altre ancora.</p>
<p style="text-align:justify;">Manca un nome, manca il nome della solita <em>grande assente; </em>tra questi manca il nome della più importante scrittrice del Novecento italiano, manca il nome di Anna Banti.</p>
<p style="text-align:justify;">La qual cosa, stavolta, mi stupisce non poco, poiché i brani che saranno letti sono stati scelti da Ernestina Pellegrini, una raffinatissima studiosa e docente universitaria che da sempre ha mostrato di apprezzare le tematiche e lo stile bantiano, che ha scritto molti saggi ed articoli sulla stessa autrice, dicendone sempre un gran bene.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora, il perchè Anna Banti non compaia nella lista, io proprio non saprei dirlo; le opere della scrittrice, tutte, hanno raccontato la condizione della donna e la sua condizione sociale. Pututtavia, posso dire che, sia che si tratti di una svista, sia che si tratti di una scelta ponderata, la grande assente farà sentire la sua mancanza.</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/galassialibri.wordpress.com/78/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/galassialibri.wordpress.com/78/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/galassialibri.wordpress.com/78/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/galassialibri.wordpress.com/78/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/galassialibri.wordpress.com/78/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/galassialibri.wordpress.com/78/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/galassialibri.wordpress.com/78/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/galassialibri.wordpress.com/78/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/galassialibri.wordpress.com/78/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/galassialibri.wordpress.com/78/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/galassialibri.wordpress.com/78/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/galassialibri.wordpress.com/78/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=78&subd=galassialibri&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>CRONACHE NAPOLETANE di Jean-Noel Schifano</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Mar 2008 08:55:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Jean-Noel Schifano]]></category>

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		<description><![CDATA[
Siamo nella Napoli della dominazione spagnola, la Napoli di tufo e di piperno, dove i lussuosi palazzi nobiliari fanno da ombra ai vicoli bui, che lenti si aprono verso il golfo e che guardano con terrore e riverenza al tumulto vesuviano. E’ la Napoli della passionalità e della vendetta; quella stessa Napoli dove ogni intimo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=56&subd=galassialibri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://bp2.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/R9T5IcgnXEI/AAAAAAAAAC4/dlPdeGMuWuk/s1600-h/Cronachenapoletane.jpg"><img style="float:left;cursor:hand;margin:0 10px 10px 0;" alt="" src="http://bp2.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/R9T5IcgnXEI/AAAAAAAAAC4/dlPdeGMuWuk/s400/Cronachenapoletane.jpg" border="0" /></a>
<div align="justify">Siamo nella Napoli della dominazione spagnola, la Napoli di tufo e di piperno, dove i lussuosi palazzi nobiliari fanno da ombra ai vicoli bui, che lenti si aprono verso il golfo e che guardano con terrore e riverenza al tumulto vesuviano. E’ la Napoli della passionalità e della vendetta; quella stessa Napoli dove ogni intimo sentore deve, per necessità, tradursi in evento soddisfatto, in appagamento subitaneo, dove ogni più impercettibile capriccio ben sa come forgiarsi ad unico scopo o ragione di vita. Schifano così riassume, con le sue colorate e perfettibili immagini, il fulgore effimero di una Napoli sanguigna: “L’amor ceruleo è straniero a Napoli, dove ognuno rincorre i suoi desideri capricciosi e folli sotto gli sbuffi barocchi di incandescenti angeli di pietra. Non c’è costanza, non c’è continuità nella città porosa, cavernosa e dilatata dove batte furioso il ventre avido e onnipotente delle donne.”I sei racconti lunghi &#8211; vecchio successo editoriale degli anni ottanta, riproposto ora con una nuova traduzione di Tjuna Notarbartolo, &#8211; rappresentano cronache di fatti reali, storici, tirati fuori dal buio degli archivi e arricchiti, con stile prettamente romanzato, dalla bravura artistica di Schifano. Ed ecco che resuscitano dall’ombra del passato i personaggi della storia napoletana, i vinti di quel periodo storico, caduti sotto i più orribili e condannabili peccati umani: uccisioni violente, vendette e tradimenti, cospirazioni e invidie; ma, sopra ogni cosa, la passionalità puramente carnale: sesso e piacere dei sensi, effimero e senza alcun sentimentalismo, atto travolgente eppure semplicemente fine a sé stesso; il tutto accompagnato, qua e là, da un intingolo di Inquisizione e da un caleidoscopico sentire del mondo divino, che dimora di fianco al più prosaico e laico sentire umano.Schifano, che è autore che usa la correttezza nell’approccio con i lettori, lo annuncia fin dalle primissime pagine che il mero intento del suo narrare è proprio di scartabellare nel fondo incunabolo delle più basse necessità umane, il suo vizio più datato: il piacere erotico. “Amore, il tuo nome è rosso nelle voci lattee. Il cronista a volte intinge la penna nell’umidore delle lenzuola: e il mondo s’illumina nell’incavo sulfureo delle passioni. La luce giace nel mortaio dove tutto si schiaccia: la donna.” Siamo in “Madrigale napoletano” il primo racconto dei sei, dove si narra, con dovizia di particolari e colori, la storia di Carlo Gesualdo, principe di Venosa, geniale musicista e omicida passionale. Aveva sposato, quest’uomo, sua cugina, Maria d’Avalos, “la festa durò tre giorni, la loro felicità quattro anni. (…) Donna Maria d’Avalos s’annoiava. Don Gesualdo tentava le Muse, toccava la viola, pizzicava il suo liuto d’Arabia, cacciava nelle sue immense tenute, il falcone sul braccio, la daga al fianco, circondato dalla corte virile e brillante dei suoi amici, dei suoi servitori. Anche donna Maria si mise a caccia, sognando un pugno nudo che s’aprisse in febbrili carezze, un falcone di carne che la violasse fino al cuore.” La nobildonna, così predisposta alla noia, si inizia al tradimento con il duca d’Andria, don Fabrizio Carafa. Essi si incontrano, con la complicità dei servi, fino a che la notizia del tradimento non giunge all’orecchio di Carlo Gesualdo, il quale, facendo in modo di coglierli in flagrante, in casa propria, li uccide entrambi, in una maniera violenta e iraconda, lasciandoli moribondi nella loro pozza di sangue Per poi sparire dalla città partenopea. In calce al racconto sono proposti, sempre in veste romanzesca, i resoconti degli interrogatori, nonché la fine dell’Informativa, la quale ironicamente punta a far rilevare il senso di giustizia dell’epoca: “E’ di pubblico dominio che la causa che spinse don Carlo Gesualdo principe di Venosa ad assassinare il duca d’Andria e la sua sposa è giusta.Si racconta che il quadro di san Michele Arcangelo che si trova ai piedi di Posillipo, nella chiesa di santa Maria del Parto, sopra l’altare della famiglia Carafa, è fatto a somiglianza del ritratto dei due amanti, e che l’Arcangelo alato è a immagine del duca, mentre il viso del Demonio, tormentato a rapirlo, è quello di donna Maria. Ma non ci si può giurare.”Ne “La controra”, si ritrova il comune sentire di un gruppo di giovani e nobili donne promesse a Dio, che subiscono l’insoddisfazione per una realtà imposta; eppure, intraprendenti e solerti, tentano, come possono, di non soggiacere alla cupa vita di recluse tra le quattro mura del convento di Sant’Arcangelo, a Forcella. C’è, quindi, chi si dedica alle fughe fuori dalle mura del convento per un amore passionale e proibito, chi scrive i propri pensieri e fantasie su pagine debitamente nascoste, chi tenta di riprodurre nel chiuso di un’angusta stanza il fulgore nobile e lussurioso dell’arredamento dei palazzi cittadini o delle dimore estive. Un’insoddisfazione di bisogni che finisce per generare omicidi violenti, ire, persino un matricidio; e, dunque, ma c’era da aspettarselo, l’insorgenza della somma e giustiziera punizione divina, fattasi carne nella terribile figura del reverendo Andrea da Avellino, che del suo ordine conservava “(…)l’attitudine impicciona, l’odio per le donne, e il naso a punta”. Di questo racconto stupisce l’incipit, che accompagna il lettore nelle pieghe della storia, quasi preparandolo al caldo rovente della controra come alle fiamme dell’inferno e del peccato, con un fievole invito finale a non addentrarsi, se si vuol essere prudenti, nella calura pomeridiana di Napoli, utilizzata come metafora della colpa che tutto trascina: “Tra le due e le quattro del pomeriggio, in piena canicola le strade della città sono quasi deserte. I neri lastrici di lava rimandano vampate ardenti che vi soffocano. Il fuoco è sulla vostra testa. Il fuoco è sotto i vostri piedi. Non c’è scampo. I vicoli, questo fitto reticolo di vene che irrigano con un sangue denso e febbrile il ventre gonfio di Partenope, la Sirena arenata, non vi portano più da nessuna parte. Siete prigionieri, trattenuti tra le reti ardenti di Napoli. A due passi dalle fucine del Vulcano, l’aria sulfurea dell’infernale mantice eccita i demoni, che colpiscono il passante col proprio forcone e lo precipitano nei torrenti di rocce ignee. Siete un’Anima del Purgatorio dalle ali in fiamma, e le fiamme vi lambiscono, vi consumano, gambe e sesso, fino al ventre,(…)Prima che sia troppo tardi, corri a casa avventato turista venuto dal Nord, chiudi la porta, le finestre, le imposte, stenditi nudo su un lenzuolo – il nostro pomeridiano sudario da dove non si resuscita che al calar del sole. Queste ore soffocante in cui la terra e il cielo ardono, non sono per te, che rasenti città sognate; sono le ore delle grandi passioni inappagate, le ore dell’amore incerto e della morte evidente, le ore in cui il mare si oscura, le ore immobili che nessun’altra città del mondo conosce, e che a Napoli si chiama .”E di seguito a queste, si narra del lazzarone popolano Masaniello &#8211; più specificatamente e magistralmente ripresa da Schifano in un’altra sua bella opera La danza degli ardenti, &#8211; dei deliri del sodomita Tiberio de Vara e della fine inevitabile dei due amanti Tirinella e Alvise, orrendamente massacrati nel momento del massimo piacere; e, infine, della bellezza mozzafiato di Orsola alla quale non si riuscì a far confessare l’omicidio della sua padrona.Con l’idioma tipico di Schifano, composto, esatto, scrupoloso fino all’ossequio del più pignolo linguaggio scritto – tuttavia tenuto in piedi da un sentore di spontaneità e naturalezza, &#8211; ci caliamo volentieri in quella città partenopea ai limiti dell’inverosimile che tanto affascina l’autore, e, alfine, anche tutti noi. E, forse &#8211; si ipotizza volentieri, &#8211; è proprio in virtù di questo sentire affettuoso che Schifano dà rilievo con i suoi scritti al motivo della decadenza del popolo di cui ha tanto detto; decadenza che ha origini lontane e risulta essere il fine inevitabile di certe dominazioni che a lungo lo hanno vessato. La scrittura diventa, così, rapsodia di una nuova gens ibrida, avvolta in un miscuglio di sangue e pensiero, di bisogni e velleità da gran signori, di barbare necessità debitamente nascoste sotto il lindore di stoffe pregiate che, quasi a tradimento, finiscono per lasciarle scoperte.E così chiudiamo, con le parole dell’autore stesso, &#8211; ché noi meglio non sapremmo fare, -: definizioni aspre ma veritiere, calde e affettuose, come di madre che riconosce ad occhio nudo pregi e difetti del proprio figlio, ne prevede il cammino e, quando inciampa, come è giusto che sia, lo aiuta a rialzarsi. Lo assolve e lo giustifica: “Razze, religioni, filosofie, costumi: come i quattro elementi che si fondano in una sconvolgente colata tettonica, palpabile apocalisse, l’homo neapolitanus porta in sé tutte le crudeli e feconde e fascinose effusioni dei secoli: e il suo sangue le trasporta da Oriente in Occidente, da Grecia a Spagna, da Cristo a Osiride, da Priapo a Pietro; e da Omero a Virgilio, da Gesualdo a Scarlatti, da Vico a Basile, dalle atellane a Pulcinella, da Tiberio a Pedro di Toledo, decimo di sessanta viceré, da Ribera lo Spagnoletto a Gemito il greco, dalle tombe delle Sirene ai sepolcri dei principi aragonesi, dal trapezio sibillino di Cuma agli obelischi platereschi – colata unica in cui sprofondano i fanciulli di Napoli dalla carne appesantita, dal riso folle e dalle ali di fuoco. Nella spirale di civiltà che i secoli napoletani hanno forgiato, le ampie nervature elleniche e iberiche girano, divergono, s’incrociano, si rincorrono, giravoltano fino alla vertigine: onore, ironia, frusta a sette code, commedia, virtù, voluttà, corpi rigidi all’improvviso sinuosi per erotica ebbrezza, sangue fino all’elsa, giocosa spada al vento, sottigliezza dei codici, abisso di passioni, gusto estremo della libertà, richiamo delle catene sulle schiene curve, aeree dolcezze e opprimente crudeltà, follia, saggezza, adorazione della bellezza e culto dei mostri, seduzione delle tenebre, corsa verso la luce, sguardi chiari e fieri, occhi velati da fosche suppliche, Piogeni truccati da cavalieri dell’urbana erranza,, impennacchiati, osceni e prodighi della polvere di sole con cui indorano, da Posillipo a Forcella, la ribollente serpentina dei maccheroni. Frizzanti napoletani! Popolo di cangianti sognatori coricati tra due maschere iridate e che giocano alla tombola, con la Smorfia, in cui i numeri, estratti dal rotondo paniere di vimini maneggiato abilmente e trattenuti e rilasciati dal medio infilato nel foro, rotolano in rondelle difficili della Fortuna e raccontano amare e strame storie, per dire al mondo che nessuno conoscerà mai il loro vero volto.” </div>
<p>
<div align="justify"><a href="http://www.marlineditore.it/portico/Cronachenapoletane.htm">Cronache napoletane</a>, Jean Noel Schifano, pagg. 180, € 11,90, Marlin, ISBN 88-6043-020-8 </div>
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	</item>
		<item>
		<title>ZUPPA INGLESE (RACCONTO IN 10 PORZIONI) di Marco Giacosa</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Sep 2007 07:17:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Marco Giacosa]]></category>

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		<description><![CDATA[ Cosa accadrà all&#8217;arrivo in tavola del dolce? 
Zuppa inglese è il titolo di questo racconto di Marco Giacosa, il quale si serve del rinomato dolce – di cui, ad un certo punto, e non senza stupore da parte mia, si provvede a fornire anche la ricetta, &#8211; come metafora, come significante dell’intreccio, ma anche [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=55&subd=galassialibri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div align="justify"><a href="http://bp3.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/RvdtBT31_7I/AAAAAAAAACw/3reh8dCw0PE/s1600-h/Zuppa+inglese+(Racconto+in+dieci+porzioni).jpg"><img style="float:left;cursor:hand;margin:0 10px 10px 0;" alt="" src="http://bp3.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/RvdtBT31_7I/AAAAAAAAACw/3reh8dCw0PE/s400/Zuppa+inglese+(Racconto+in+dieci+porzioni).jpg" border="0" /></a> Cosa accadrà all&#8217;arrivo in tavola del dolce? </div>
<div align="justify">Zuppa inglese è il titolo di questo racconto di Marco Giacosa, il quale si serve del rinomato dolce – di cui, ad un certo punto, e non senza stupore da parte mia, si provvede a fornire anche la ricetta, &#8211; come metafora, come significante dell’intreccio, ma anche come chiave in cui i vari personaggi del racconto intendo rivelare e sciogliere il proprio dilemma personale.</div>
<p>
<div align="justify">Sembra improbabile, eppure in questo minuto libro che ha tutta l&#8217;aria dello sperimentalismo letterario, si è stati capaci di riprodurre una saga famigliare <em>in fieri</em> e lo si è fatto<em> </em>nella maniera più classica. Siamo al cospetto di una una brevissima commedia condotta a fil di tragedia, in cui, come ogni saga che si rispetti, i falli dell’uno (in perfetto stile “effetto domino”) determinano e determineranno, nell’altro, aspettative puntualmente disattese. I presupposti e le argomentazioni ci sono tutte: le concatenazioni degli avvenimenti e dei personaggi, la meschinità della menzogna, ancor più meschina se perpetrata all&#8217;interno del clan famigliare e, alfine, l&#8217;epilogo definitivo, condotto con freddezza e compostezza sconcertante, il quale lascia il lettore con quel solito punto di domanda che è poi il fine ultimo e lecito della finzione letteraria. </div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify">Nulla di nuovo dunque; se non fosse che il linguaggio, svelto ma attento a non trascurare sfumature indispensabili, non solo al plot ma anche alla delineazione caratteriale e comportamentale dei personaggi, riesce nell’intento – chiaro, &#8211; di catturare il lettore e condurlo alla fine del racconto. Forse, quel che manca è la disinvoltura e la naturalezza, la verosimiglianza della storia in sé, nel senso che l’interesse dell’autore a creare uno stretto intreccio di eventi e personaggi si avverte come forzata; questo, senz’altro stride. Troppo artificio, insomma. Eppure, non può che dirsi del bene per questo primo racconto di un autore, a mio avviso, dotato di buone idee e di una buona organizzazione e gestione della suddette. Tuttavia, per non rischiare di incorrere in un giudizio avventato, è bene attendere ch’egli si cimenti ancora in quest’arte, magari con qualcosa di più complesso.</div>
<p>
<div align="justify">Non si aggiunge altro; entrare troppo nel merito significherebbe svelare ingiustamente gli arcani della sottile pantomima, il cui equilibrio narrativo e stilisco, mi piace ribadirlo, risulta alquanto esatto. Quel che come al solito si osa fare e lasciar giudicare al lettore se vale la pena di tentare, leggendo questo brano che molta parte rivela non del plot, ma del valore stesso di questo racconto in dieci porzioni: </div>
<p>
<div align="justify"></div>
<p>
<div align="justify">
<blockquote>
<p>C&#8217;è un modo di intendersi e un modo in cui ti intendono. </p>
<p>
<p>Se azzeri le differenze o quanto meno le minimizzi, probabilmente vivi bene. Essere sempre sè stessi. E&#8217; difficile per chiunque, figuriamoci se diventi un uomo, nel tuo piccolo, pubblico. Ne avevo di ideali, poi se ne sono andati.</p>
<p>
<p>Alcuni più in fretta, altri meno, battuti, ma non umiliati, ci tengo, da quei compromessi che inevitabilmente ti toccano quando sali i gradini della scala sociale.</p>
<p>
<p>La coscienza è un contenitore che si riempie a poco a poco di gocce che diventano precedenti affinché la goccia successiva venga accolta senza scossoni. E senza sensi di colpa. Un giorno, però, tracima, e nemmeno te ne accorgi.</p>
<p>
<p>Ma i conti alla fine ti toccano.</p>
<p>(&#8230;) cedo, e scrivo &#8220;vi ho voluto bene&#8221;, che poi, in fondo, è la più vera delle verità&#8230;</p>
<p>&#8230;sempre ammesso che ne esista una sola.</p>
</p>
<blockquote></blockquote>
<p><strong><a href="http://www.arpabook.com/scheda.asp?cerca=concepts&amp;IDTitolo=595">Zuppa inglese</a></strong>, Marco Giacosa, Società Editoriale ARPANet, pagg. 58, 2007, € 3, ISBN 978-88-7426-037-9 </p></blockquote>
</div>
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		<title>LA RANA racconto di Anna Banti (in Campi Elisi)</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Sep 2007 08:58:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anna Banti]]></category>

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		<description><![CDATA[La rana, steso nel 1958, è uno dei racconti meno noti della Banti, contenuto nella raccolta Campi Elisi (che uscirà per Mondadori nel 1963). E’ un racconto di chiaro contenuto esistenzialista, di cui unico personaggio è Varvara, profuga di una famiglia nobiliare russa, che a vent’anni abbandona gli agi della sua casta per capriccio, recandosi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=54&subd=galassialibri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div align="justify">La rana, steso nel 1958, è uno dei racconti meno noti della Banti, contenuto nella raccolta <em>Campi Elisi</em> (che uscirà per Mondadori nel 1963). E’ un racconto di chiaro contenuto esistenzialista, di cui unico personaggio è Varvara, profuga di una famiglia nobiliare russa, che a vent’anni abbandona gli agi della sua casta per capriccio, recandosi a Parigi e abbandonandosi ad una istintività e mollezza esasperata. All’epoca del racconto, però, la protagonista non ha più la bella età giovanile; e se il medesimo incanto di quell’età la coglie ancora di sorpresa, esaltandone l’esuberanza, in alti momenti l’abbandona, a macerare nella più desolante solitudine e malinconia. Varvara sta per compiere cinquant’anni e l’età diventa inaspettatamente un problema, poiché le riesce difficile “disimparare il contegno di una giovane e non ostentare la disinvoltura di una anziana.” Come a dire che è quell’epoca della vita in cui una persona non può permettersi alcun lusso, un punto in cui la giovinezza e la vecchiaia si annullano dando origine ad un essere ibrido che non riconosce più sé stesso. <strong><a href="http://www.annabanti.splinder.com/post/13941099/LA+RANA+(racconto+tratto+da+Ca">Leggi tutto&#8230;</a></strong></div>
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	</item>
		<item>
		<title>CARLOTTA VARZI S. A. di Emilia Salvioni</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Sep 2007 08:34:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Branca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Emilia Salvioni]]></category>

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		<description><![CDATA[ Non stupisce più che apprezzabili opere del Novecento italiano siano state dimenticate: masticate, fagocitate, inghiottite senza rimorso e senza memoria. E’ stato, e continua ad essere, il destino di molti autori che per la nostra letteratura sono perno e fulcro. E’ così che l’editoria, la quale sembra avere sempre meno memoria, rispondendo a chiare [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=galassialibri.wordpress.com&blog=3416633&post=53&subd=galassialibri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div align="justify"><a href="http://bp3.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/RupIGMqX3cI/AAAAAAAAACY/toTdaPcVgLE/s1600-h/1247311.jpg"><img style="float:left;cursor:hand;margin:0 10px 10px 0;" alt="" src="http://bp3.blogger.com/_T-7VDrDG6N8/RupIGMqX3cI/AAAAAAAAACY/toTdaPcVgLE/s200/1247311.jpg" border="0" /></a> Non stupisce più che apprezzabili opere del Novecento italiano siano state dimenticate: masticate, fagocitate, inghiottite senza rimorso e senza memoria. E’ stato, e continua ad essere, il destino di molti autori che per la nostra letteratura sono perno e fulcro. E’ così che l’editoria, la quale sembra avere sempre meno memoria, rispondendo a chiare e sempre uguali leggi di mercato, impedisce ai lettori contemporanei di leggere piccoli e grandi capolavori.<br />Ebbene, se tale assunto vale per i nomi noti, ancor più e ancor meglio varrà per quella letteratura “trascurabile”, figlia di una editoria meno nota e meno potente, oppure per quella parte di letteratura che, come si trattasse di un genere – naturalmente minore, &#8211; proviene dalla penna di una donna. E cosa accade se entrambe queste caratteristiche, alibi ulteriore alla dimenticanza, si mescolano? Cosa accade ad una narratrice, di talento, fertile e matura nella composizione, ma pur sempre donna, che, non avendo “sostenitori” diversi dalla vocazione, pubblica le proprie opere con editori di modeste dimensioni e limitati mezzi?<br />Un esempio di quel che accade lo abbiamo in Emilia Salvioni, narratrice esperta e dotata, donna intelligente, integerrima, votata, tutta, alla scrittura, all’affabulazione, a tal punto da rinunciare essa stessa all’esistenza per dedicarsi all’invenzione narrativa. Siamo nella prima metà del Novecento, epoca che ammette con profonde remore che una donna possa scrivere e possa farlo anche coi dovuti crismi. La Salvioni è brava e lo dimostra, pubblica le prime sue opere sotto pseudonimo, con piccoli editori, si fa notare, nonostante, lo si ribadisce, sia una donna e sia anche molto giovane. Nel 1934, approda alla pubblicazione, fortunosa &#8211; sia chiaro, &#8211; con Mondadori, il quale edita <em>Danaro</em>, che aveva positivamente colpito Marino Moretti. Ma questo sodalizio avrà vita alquanto breve e, sebbene il noto editore milanese pubblichi successivamente un’altra opera della Salvioni, la vicenda editoriale, venuta alla luce grazie ad un interessantissimo resoconto di Carlo Caporossi (“Il carteggio di Emilia Salvioni e Arnoldo Mondatori”, liberamente consultabile, per chi abbia voglia di approfondire, sul sito <a href="http://www.emiliasalvioni.it/">http://www.emiliasalvioni.it/</a>, nella sezione Stampa &amp; Recensioni), chiarisce il perché e il per come le opere della Salvioni siano cadute nell’oblio.<br />Come affermò la stessa Salvioni, tenere fede al proprio stile, “indipendente e personale”, diventava impresa coraggiosa, certo manifesto di una personalità forte, anche quando non incontrava il favore dei lettori. Oltretutto, c&#8217;era da considerare la già ribadita questione che non avesse sostenitori nel mondo della cultura, almeno non sostenitori pronti a battersi affinché le sue opere fossero degne di maggior considerazione, motivo anche questo che pregiudicò le vendite: delle 3222 copie stampate di <em>Denaro</em> se ne vendettero soltanto 1430. Insomma, il “marchio” Salvioni, per quanto sinonimo di qualità creativa e compositiva, non risultò sufficiente a supportare le vendite; non era più un buon affare stamparla!<br />Insomma, l’imperterrito meccanismo editoriale la voleva al margine e in quel margine, la Salvioni, c’è rimasta fino a quando, dopo <em>Angeliche colline</em> e <em>Lavorare per vivere</em>, viene ristampato <em>Carlotta Varzi S. A.,</em> opera narrativa composta in un momento di piena maturità stilistica. </div>
<div align="justify">Il romanzo, molto complesso e sottile per l’attenta ricostruzione psicologica dei vari personaggi che lo popolano, oltre che per un idioma asciutto ma preciso, dopo esser stato segnalato al concorso «Giornale d’Italia», venne proposto all’editore Mondadori, il quale – come anticipato poc’anzi, &#8211; adducendo scusanti delle più disparate, ne rimandò la pubblicazione: altra forma di rifiuto tacito. La Salvioni insistette molto affinché la sua Carlotta Varzi potesse vedere la luce; era chiaro, come lo è a chiunque legge questo racconto, che fosse ben conscia della forza intrinseca della sua ultima creatura. Eppure, sebbene abbia dimostrato una caparbietà forse inaspettata, non riuscì ad ottenere altro che una edizione a puntate, previa riduzione del testo &#8211; che è abbastanza corposo, &#8211; sul settimanale «Grazia». Tentativo vano, poiché, dopo la pubblicazione di qualche puntata, la stampa fu interrotta. E’ a questo punto che la Salvioni, forse stanca di martellare un chiodo che non voleva assolutamente essere battuto, inizia una collaborazione lunga con l’editore bolognese Cappelli, il quale pubblica due edizioni del romanzo nel 1947, seguite da altri suoi scritti, riproposti con piccoli editori vari; e poi il silenzio.<br />Silenzio che durò fino a quando, grazie alla sinergia implacabile e caparbia di chi ha apprezzato la figura di Emilia Salvioni e ancor più il suo indiscusso talento narrativo, <em>Carlotta Varzi S. A.</em> torna sugli scaffali delle librerie con la medesima, suggestiva sovracoperta di sessant’anni fa.<br />Il romanzo si apre sulla figura di Carlotta Rivalta, una ragazza, appena adolescente, che coltiva, per un attimo, l’idea del suicidio. Orfana di madre, vive nella nuova famiglia con i due fratellastri Tullio e Sandra e la sua matrigna Elisa, donna egoista e insensibile, la quale convince il marito a togliere Carlotta dal collegio, affinché possa essere d’aiuto nella drogheria di famiglia. Gli affari non vanno bene, la drogheria è ridotta a tugurio per incuria e incapacità di gestione; Carlotta nutre ribrezzo per questa attività commerciale, nella sua mente coltiva il sogno di risollevare la sua posizione con lo studio e rendersi pari, almeno intellettualmente, al figlio del notaio del paese, Roberto, di cui è innamorata.<br />Il sogno sfuma; suo padre è irremovibile: la vuole in drogheria. Carlotta è impacciata e prova uno sdegno profondo, ma da questo momento il poi il suo destino è segnato. Tullio, il padre, si ammala di cuore e in breve tempo muore, dunque l’attività commerciale grava interamente su di lei, così come la responsabilità dell’intera famiglia.<br />Da questo momento in poi è il destino che gioca un ruolo forte nella trama; quello stesso che la conduce ad un matrimonio giocato tra l’affetto e la convenienza, che allontana dalle emozioni personali sostituendole con lo sforzo alla sopravvivenza in una mansione imprenditoriale che arriva anch’essa per fato e che la rende ancor più bigotta, moralista e incapace di viversi gli affetti: <em>&#8220;La gloria del mondo! Sorrise amaramente pensando che, per essere la gloria del mondo, una donna deve rinunciare a sé stessa, negarsi qualunque gioia&#8221;.</em> Carlotta, per questa strada, diventa prima la Carlotta degli “stortini”, poi la vedova Varzi, severissimo appellativo che sceglie per sé stessa in seguito all’improvvisa dipartita del marito.<br />Il successo sul lavoro, che peraltro stenta a riconoscersi – &#8220;<em>[…] come ogni donna molto attiva, essa era facilemente soddisfatta. Non s’accorgeva nemmeno d’essere il capo della famiglia e dell’azienda, né che il marito dipendesse in tutto da lei. Prese l’abitudine di lodare di continuo l’accortezza e la diligenza di Anselmo, con sincera convinzione; per merito suo, credeva, gli affari prima tanto confusi della bottega si facevano sempre più vantaggiosi. Teneva l’amministrazione, lasciando al marito il compito di ricopiare la contabilità nei registri con calligrafia impeccabile, ma, illudendolo di avere una parte importante, illudeva sé stessa&#8221;</em> &#8211; vede una severa contropartita nel deserto di sentimenti che la circonda; l’astio e qualche volta la severità e l’intransigenza faranno di lei una donna sola.<br />Senza voler in alcun modo accennare all’epilogo – drammatico e definitivo, &#8211; non si può esimersi dal dire che <em>Carlotta Varzi S.A.</em> è un romanzo importante che narra dell’emancipazione femminile e di come questa condizione, non sempre cercata, diventi anche il prezzo amaro che paga chi, per essa, rinuncia a certe solite e modeste aspirazioni borghesi. Come a dire, insomma, che l’emancipazione è la contropartita di una profonda solitudine. &#8220;<em>E intanto tutta la sua vita era fuggita così, domani sarebbe stato eguale ad oggi e forse, come aveva detto il Moroni, un vino dolce e generoso era stato versato inutilmente.&#8221;</em></div>
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<div align="justify"><em><strong>Carlotta Varzi S.A.,</strong></em> Emilia Salvioni, anno 2006, pagg. 302, euro 12,00, Canova Editrice, ISBN 88-8409-158-6.</div>
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<div align="center"><strong>DALL&#8217;INTORDUZIONE AL LIBRO DI ANTONIA ARSLAN</strong></div>
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<blockquote><div align="justify">Questo romanzo appassionato, immerso in una atmosfera profondamente drammatica, risalta nell&#8217;ampia produzione di Emilia Salvioni come un gioiello, un approdo della sua felice maturità di scrittrice.</div>
<div align="justify">E&#8217; la storia inedita di una donna imprenditrice negli anni Trenta, in un paese di provincia, delineata con estrema precisione di dettagli e di ambientazioni. Viene descritto il suo successo come donna in carriera e il suo fallimento come donna amorosa: non tanto nel ruolo di moglie, perchè Carlotta si sposa ed è affezionata al marito, che con il suo amabile buonsenso appiana le asprezze del carattere di lei, e sarà molto addolorata della sua morte, ma come donna-amante, nel momento in cui una vera, passionale emozione dissolve le sue difese e la lascia, come una bambina spaurita, ad addentrarsi nel mondo oscuro dei sentimenti senza la guida del limpido raziocinio commerciale che le ha portato fortuna.</div>
<div align="justify">Per tutto il percorso del libro, Carlotta guida gli uomini che la circondano come una saggia matriarca, dispone e decide, e non ha dubbi nel valutare e nel provvedere; ma quando conosce il bel Giuliano, indolente seduttore quasi per caso, il percorso della sua vita le si illumina di una impietosa luce radente: sicché da un lato si rende conto lucidamente di essere di fronte a un fallimento personale totale, ma dall&#8217;altro si accorge che la sua stessa essenza di imprenditrice di successo la circonda di un alone di ambigua ma effettiva ammirazione maschile, di triviale forse, ma soffocante sensualità.</div>
<div align="justify">Così Carlotta perde la pace, si vede diversa, si vuole diversa: e per un momento crede talmente in questa sua scoperta del &#8220;diritto alla felicità&#8221; da inseguire l&#8217;innamorato (che fra l&#8217;altro, quando lei gli ha detto di amarlo, ha seccamente risposto: <em>&#8220;Io no. Ma ho voglia di te, molta!</em>&#8220;) nella grande città, per una intera giornata di passione e di avvilimento, sentendosi insudiciata, ma determinata nella sua ricerca della soddisfazione amorosa. Sa benissimo che Giuliano è <em>&#8220;fatuo e svagato&#8221;</em>, e che la lascerà presto: ma intende prenderselo per un poco, con la stessa lucida testardaggine che le ha portato fortuna negli affari.</div>
<div align="justify">Ma quel giorno, a Milano, lui non c&#8217;è. E Carlotta, sconfitta, prende un treno di terza classe, si siede sulla panchetta di legno, riflette e rinuncia. Le pagine finali sono drammatiche e forti, piene di malinconia, ma anche di fredda ironia e di coraggio, sigillate dallo straordinario, straziante colloquio telefonico finale tra Carlotta e Giuliano.</div>
</blockquote>
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