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PASSAGGIO IN OMBRA di Mariateresa Di Lascia

Scomparsa a soli 40 anni, con tanti sogni rivoluzionari di giustizia e di uguaglianza, Mariateresa Di Lascia, ci ha regalato un picco altissimo nella nostra letteratura contemporanea. Passaggio in ombra, pubblicato 4 mesi dopo la sua morte, causata da un cancro fulminante, e vincitore del Premio Strega nel ’95, è stata l’ennesima sollevazione di un’anima sensibile, eclettica e recettiva. In molti, tra i suoi stessi amici e compagni di lavoro, si sono stupiti che la Di Lascia, tra gli altri interessi, riconoscibili e riconosciuti che ha condotto come lotta e come convinzione – una per tutte la fondazione della lega “Nessuno tocchi Caino”, – si sia rivelata una formidabile narratrice, capace di rievocare storie che sanno di favola, di rapsodia, di evocazione e lirica. Tutto questo in un solo romanzo, l’unica prova che l’ha vista impegnata per quattro lunghi anni e terminata, per l’appunto, poco prima della sua morte.
“Lo scrivere mi cresce dentro come una necessità”, questo aveva confessato a quei pochi eletti che conoscevano questo suo dono, che – pareva – voler tenere gelosamente nascosto. La scrittura certo, ma anche le letture devono essere state caparbie, poiché nello stile, tipico di una femminilità forte e provata nel suo intimo più nascosto, richiama le grandi della letteratura italiana, da Lalla Romano ad Anna Maria Ortese. Esplicitamente, nei personaggi che fanno senz’altro parte della memoria più lontana della Di Lascia, nella quale si possono intravedere la sua infanzia combattuta, il dolore per l’unione instabile dei suoi genitori che non si sono mai sposati, si scopre tra le righe la lettura ripetuta ed attenta di Menzogna e sortilegio capolavoro indiscusso di Elsa Morante. La stessa Di Lascia ammise di averlo letto almeno tre volte. Ma se in Chiara, la protagonista di Passaggio in ombra, si tratteggiano i caratteri fievoli e arrendevoli di Elisa, la ragazzina voce narrante e chiave che racchiude l’intero significato del romanzo della Morante, molte più affinità pare affiorino da un’altra probabile lettura amata della Di Lascia: Aracoeli ultima soffertissima opera della Morante.
Così come accade a Manuel, l’uomo fallito che si riscopre caparbiamente in cerca sempre di una figura materna, che ha causato, anche solo involontariamente, delle crepe profonde nella sua sicurezza di persona, medesima sconquassamento si verifica in Passaggio in ombra, dove Chiara, affetta da un’asma invalidante, donna anch’essa matura, vive un presente solitario, fatto solo di reminiscenze e grandi dolori del passato; in visini del tutto allucinate, vede addirittura le ombre di quelle figure, ancora vive o già morte, che la ossessionano e non le permettono ormai più di condurre una vita “normale”. Ecco il perché dei titolo: una vita all’ombra scura del suo passato.
Dalle due opere della Morante, che devono essere state la sua Bibbia letteraria, nasce la storia di una disfatta personale, fatta di disincanti e delusioni, affiancata con grande maestria, in analessi e prolessi continui, da una lunga saga famigliare, composta da personaggi eccentrici, lunatici, ombrosi, avidamente egoisti , i quali causano in Chiara quelle discrepanze che lasciano vacillare la persona.

“Nella casa dove sono rimasta, dopo che tutti se ne sono andati e finalmente si è fatto silenzio, mi trascino pigra e impolverata con i miei vecchi vestiti addosso, e le scatole arrampicate sui muri scoppiano di pezze prese nei mercatini sudati del venerdì.
(…) Hanno cercato di convincermi in molti a lasciare questa casa, perché piccola e affogata e, quando mi viene l’asma rischio sempre di morire davanti alla finestra aperta, ma io non do ascolto a nessuno, e penso che è inutile preoccuparsi di ogni cosa: la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente. Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita.
(…) La sera mi siedo sul balconcino della camera da letto, che è stata quella di mia zia, e guardo sulla strada stretta e solitaria dove anche gli alberi non vogliono crescere.
(…) Infine, quando non c’è più un punto della stanza e dell’orizzonte dove possa volgere lo sguardo senza che si facciano incontro con il loro carico di storie, piango senza passione e senza furore, arresa ai miei ricordi come una cittadella ai propri assalitori.
Ci sono tutti: in questa casa senza aria e senza luce, io li riconosco uno a uno, anche quelli che non vidi mai neppure in una foto; e gli amici degli amici che si sono dati la voce, e popolano la carta da parati a fiori beige che ricopre i muri, e proiettano la loro ombra come in un grande cinema.”

Il racconto, come ogni evocazione che si rispetti, inizia esattamente dalla fine, da quel punto irrimediabile dove ormai tutto si è compiuto, dove l’irreparabile ha sedimentato le sue linee demarcative, dove altro non rimane che non riflettere, considerare e sospirare. Chiara è descritta immobile, ferma nella sua quotidianità vuota, mentre l’unica animosità deriva proprio dai ricordi pungolati da personaggi del passato, quasi si ostinassero a voler rivivere i tempi irripetibili di allora.
Anita, madre di Chiara, è solo una ragazza quando scopre che diventerà madre; ma la particolarità di questa maternità inattesa è quella scandalosa di non avere un marito. Lo stato di ragazza- madre, tuttavia, non la scalfisce, con grande equilibro e maturità mette al mondo questa figlia, da sola, lavorando come mammana, senza l’aiuto di famigliari, né tantomeno del padre della bambina, che nasce serena, desiderata; ne è orgogliosa e la circonda di un affetto assoluto ed irriproducibile, come solo quello di una madre può essere:

“Delle tante incertezze che incarnandosi nella mia vita le hanno dato forma, una sola mi fu risparmiata, e su essa non dovetti mai interrogarmi: l’amore di mia madre. La devozione, la passione tenera con cui si prendeva cura di me, furono tali che, fin quando vissi sola con lei, non dubitai di me stessa e della infallibile bellezza della mia sorte.”

E’ una figura leggiadra Anita, descritta con grande leggerezza e candore; una donna equilibrata e capace di gestire gli affetti con grande maturità:

“Ora che le tracce della mia femminilità biologica (le ultime a resistere sulla barricata di una identità muliebre rifiutata fino allo spasimo) sono precocemente scomparse, e non devo più assistere allo scempio del mio inutile sangue che scorre, ripenso a quale indomita creatura ella fu, e mi coglie uno sbigottimento, come davanti all’apparizione inattesa di un tempio eretto per una divinità pagana, o di un evento della natura mirabile e spaventoso: un terremoto o un nubifragio. Tale fu la forza di mia madre, o quella che mi appare mentre la rivedo compiere gesta semplici e tremende, come sono le imprese della vita vera.”

Il legame che la lega alla figlia è molto forte, indissolubile, il quale sarebbe scorso lieto e sereno, se non fosse ricomparso Francesco, padre di Chiara, defilatosi ai tempi dell’annuncio della futura nascita, nascosto dietro la scusante dell’arruolamento. In realtà fugge su di un autobus, fugge la sua realtà che non lo soddisfa, fugge dal suo stato di orfano per parte di madre, fugge da una figura paterna ingombrante. Sentendosi forse vittima degli eventi e delle circostanze, evade dalle responsabilità, quelle stesse che, poi, al suo inaspettato ritorno, pretende per sé, in un calo di affetto e considerazione. Desidera riacquisire il suo prima ripudiato stato paterno e Anita, che prova per quest’uomo un sentimento sincero e pulito, prima come ora, seppur all’inizio abbia il terrore di questa comparsa improvvisa, cede e lascia che rientri ancora nella sua vita e, adesso, anche in quella della figlia:

“Da quando mio padre era tornato al paese, Anita aveva perso la pace.
(…) Noi stiamo così bene aveva continuato a ripetersi, ma il pensiero di quella ricomparsa non la lasciava mai. Trascorse giorni e notti terribili, addormentandosi alle prime luci dell’alba, lei che aveva il sonno pronto e le bastava appoggiare il capo sul cuscino per chiudere gli occhi. Ma anche quando stremata prendeva sonno, rapidamente si svegliava al più piccolo scricchiolio di un mobile, a un mio respiro più intenso,o a un sussulto del suo stesso corpo.
(…) Quando Francesco tornò a casa nostra deciso a riconoscermi, Anita non aveva ancora trovato una risposta a tutti i dubbi che le occupavano il cuore. Travolta dalle parole di mio padre e confusa dalle circostanze, gli oppose uno sguardo smarrito. Ripresasi un poco, lo contrastava dicendogli di lasciarmi tranquilla, perché ero abituata a una vita ordinata. E siccome egli insisteva senza darle tregua, lo guardò dura. <> disse. <>”

Da questo momento, ossia da quando è la stessa Chiara a desiderare la presenza del padre, il destino irruente e per nulla indulgente con certe creature deboli, fa capolinea nella vita di questa ragazza ancora fanciulla sprovveduta. A catena, si verificano diversi episodi negativi che lasceranno il segno nella sua esistenza e la renderanno la donna infelice che racconta l’intera vicenda, quasi a volerla esorcizzare: la morte improvvisa ed inaspettata della madre per tifo, l’abbandono del padre, il rifiuto di un nonno a volerla riconoscere come parte della famiglia, l’amore per Saverio, cugino, figlio illegittimo di Giuppina, donna anch’essa dileggiata dalla vita che, credendo di far bene, allontana i due ragazzi; e, infine, il personaggio che, probabilmente – ma questo è un fatto di gusto personale, – è il più riuscito dell’intera storia: la zia Peppina, donna all’antica, eccentrica e stramba fino allo stremo, che accoglie in casa Chiara, ormai orfana, la cresce, circondandola di una devozione cieca, rifiutandosi tacitamente di farle da guida nella delicatezza di quella fase della sua adolescenza, abbandonandola agli aventi del suo futuro piatto, fatto di ignavia e di una attesa calma. Ma alla fine del racconto, si scopre, che anche questa donna, che sembra non farsi scalfire dagli accadimenti, che pare vivere sospesa in un mondo al di fuori di quello reale, confessa candidamente una verità indicibile, quasi come se l’autrice abbia voluto ribadire che i misfatti del presente derivano sempre da quelli passati che qualchedun altro ha commesso prima di noi:

“La morte di Tripoli lasciò donna Peppina istupidita come se, sul suo capo, si fosse abbattuto un evento sciagurato e imprevedibile, ed ella non si potesse capacitare di una tale ingiustizia.
Una volta – lo confesso – ho commesso l’errore di volerla consolare per quella perdita, che per me non ebbe conseguenze, rischiandole a ragione l’età avanzata del fratello. Ne ebbi per risposta uno sguardo vuoto e insieme atterrito: mia zia Peppina era più grande di Tripoli.
<> mi accusò non appena si riprese. <> si affrettò ad aggiungere per giustificarla, <> (…)”

Addentrarsi in questo romanzo è un piacere infinito. Lo stile è pulito e chiaro; alterna momenti di lirismo raffinato e visionario, al più candido e umile codice popolaresco. I dialoghi sono di una linearità e di una veridicità quasi sconcertante. Non compare l’uso del dialetto, ma l’andamento delle frasi, nella sua struttura, richiama una lingua regionale adattata all’italiano e, sebbene i luoghi non vengano mai nominati, si intuisce perfettamente il dove geografico in cui ogni vicenda si svolge. Era davvero brava la Di Lascia, un talento, una vocazione naturale e spontanea; sapeva calibrare la forza del racconto con quella dello stile in un equilibrio perfetto.
Resta il rammarico, il rammarico di una vita spezzata a soli quarant’anni, il rammarico di tutte quelle opere che certamente ci avrebbe regalato e che non ha avuto il tempo di scrivere.

Passaggio in ombra, Mariateresa Di Lascia, pagg. 272, € 6,71, 1995, Feltrinelli
UN PASSO DEL ROMANZO

“A volte penso di appartenere a un’altra specie; questo pensiero che avanza in me assurdo come una mostruosità, contraddetto dall’apparenza ordinaria dei miei tratti e dalla mappa fantastica dei cromosomi, ha il potere di rasserenarmi.
Nelle rare lezioni che ascoltai quando vagabondavo per le università, le uniche che ebbero il potere di incatenare la mia attenzione, richiamandomi alla coscienza strane e diverse emozioni, mostravano il mirabile codice della specie. Di esso rimanevo stupita come se la spirale della vita fosse un’altra possibile versione della chiave musicale del violino; una sorta di vibrazione sfuggita alla deflagrazione originaria da cui ogni cosa prende forma. Non volli imparare la catena di formule che, intrecciandosi in una magica danza, non ripeteva mai se stessa e con certezza assoluta custodiva l’identità unica di una nuova vita. Mi sembrò sempre che la riduzione di un simile prodigio all’apprendimento sterile del nome scientifico, la sua evocazione dotta e assurda nella luce morta dei laboratori, avrebbe aperto, attirandola su noi, la catena infinita e ottusa del dolore. Bisogna essere molto ciechi per aggiungere nuove sofferenze all’eredità di dolore lasciata da chi è passato prima di noi.
Così, quando in un paese qualunque, forse nell’emisfero australe o nel silenzio dimenticato degli Incas, qualcuno ha trovato serbata la chiave della vita nel cuore indifferente di una pietra, come se questa fosse la cellula di un corpo o la memoria atomizzata dell’unica esplosione, io ho avuto la conferma di ciò che sempre pensai. Nello spartito della vita, risuoniamo tutti con un’unica nota le cui vibrazioni mutano impercettibilmente per la materia che ci accade di essere.
Allo stesso modo tremo, ho orrore dell’onnipotenza feroce, della dogmatica sordità, che traccia il confine tra ciò che è sano e il suo contrario. Tremo di fronte all’arroganza impietosa dei corpi sani, all’oscena prepotenza della loro forza; alla sicumera gloriosa con cui avanzano nell’universo pretendendo di esserne i padroni invulnerabili. Niente è più vano e folle di questa illusione: bisogna essere un po’ di pietra e d’albero; un po’ di mare e di tuono per ricordarsi la nota originaria; bisogna essere un po’ mostri per sentirsi risuonare la meraviglia e l’orrore di altri mondo lontani. In me vive il dubbio che l’errore genetico, da cui prendono vita creature mostruose e tenerissime; piccoli tartari con gli occhi all’insù, dalla memoria prodigiosa di Pico della Mirandola che suonano a volte come angeli, o vecchi-bambini destinati a vivere un quarto di secolo, nascosti come ragni nelle case per non offendere la proterva salute dei normali, incarni un’altra razza. O forse creature di altri spazi; abitanti di pianeti lontani, i cui frammenti vitali caddero errando, nel luogo sbagliato. Questo spiegherebbe la malinconia commovente di certi occhi fissati nel vuoto, che guardano mondi perduti e sorridono solo a essi, resistendo a tutte le seduzioni della nostra inutile umanità
La follia alfine; non so se i suoi segni scritti nell’abbraccio elicoidale della vita e neanche se appartenga al codice segreto di un’altra specie precipitata sulla terra. Credo piuttosto che essa sia un tramite; un sesto senso rimasto aperto per vocazione o per destino, dove le mostruosità svelano la propria origine autentica. In altri luoghi, lontani dagli orridi tavoli vivisettori che in nome della scienza profanano oscenamente i misteri della vita e della morte; in altri tempi da quelli in cui l’angoscia ci stringe a vivere, i folli furono celebrati come creature divine, nelle quali circolava libera la sapienza onnisciente. Erano tempi e luoghi dove la sadica struttura normativa che ci conculca non aveva ancora vinto, né aveva ancora sedotto l’intera umanità al peccato originario dell’invidia e alla pestilenza della sua vanità coattiva. Così essa non tollera che una creatura fugga al gioco delle rivalità fra uguali e, attraverso i mondo della follia, scelga l’identità eversiva a cui lo destinava l’unicità della sua nascita. Con un ukàse che non ammette eccezioni, l’alieno viene piegato all’annientamento dei suoi mondi e il veleno sottile dell’invidia raggiunge il suo centro creativo distruggendone le centraline. Ridotto a un’oscurità senza mostri e a un silenzio senza presagi, finalmente appartiene alla specie.”

1 comment Giugno 18, 2007


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