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MARGUERITE YOURCENAR:LE TEMPS, CE GRAND SCULPTEUR

C’era scritto su un antico orologio solare: “Io sono un’ombra – e ombra sei anche tu. Io tengo conto del tempo – e tu?”. Altrove la Yourcenar sembra rispondere all’interrogazione dell’orologio sul tempo: “Non sono nata per l’inquietudine. Per il dolore, piuttosto, per l’infinito dolore della perdita…”. Un grande educatore, il tempo, che dà il titolo ad un libro di Marguerite Yourcenar, Le Temps, ce grand sculpteur (éditions Gallimard, pp. 246, Paris 1984), da cui è tratto il saggio sul sogno di Dürer che pubblichiamo. Già il titolo, Il tempo, questo grande scultore, è esemplificativo del gusto di questa scrittrice per tutto ciò che si evolve, trascorre e continuamente si trasfigura. Chi non si è soffermato almeno una volta davanti a quel severo e tetro strumento del tempo o, se si vuole, del destino, che è la clessidra, che si accompagna nella destra del dio alla falce, e le cui linee appunto il Dürer ripeté tante volte?Storia monumentale, attraverso le “iscrizioni in un giardino” o le “Tombe” familiari, memoria collettiva, autobiografia impersonale, storia intesa come responso oracolare del passato, ossia bisogno di interrogarsi, ma anche di interrogare i simboli della propria formazione intellettuale, Platone, Cicerone, Virgilio, Marc’Aurelio, Plinio, Agostino, Shakespeare, Racine, Montaigne, Rousseau. Questi testi autobiografici e memorialistici, riuniti in un’unica serie, sono una riprova dell’alto manierismo stilistico di Marguerite Yourcenar (circa venti traduzioni, e oltre, di sue opere solo in Italia; nata a Bruxelles nel 1903 da padre francese e da madre belga, nel 1980 è l’unica donna eletta all’Academie Française; ha vissuto nell’isola di Mount Desert sulla costa atlantica nordamericana).È un umanesimo quello della Yourcenar che si fa partecipe e solidale con qualsiasi forma di vita nell’orizzonte del Tempo e del cosmo. In questo suo libro, ancora una volta la scrittrice ricrea o fa rivivere il passato mediante la tecnica della “pietas” classica e della “comprensione” universale: il passato, cioè, non è soltanto memoria degli eventi dell’uomo; diviene memoria cosmica, ossia una unità estatica di passato, presente e futuro.Nel saggio Ton et langage dans le roman historique (Tono e linguaggio nel romanzo storico), la Yourcenar palesa le sue fonti greche e latine ma, soprattutto, ricalca il cammino di Zénon e Hadrien, spiega come si era lasciata “impregnare completamente” dai suoi due personaggi più noti. Prendiamo le Memorie di Adriano, ossia la storia di un uomo che, giunto al declino fisico che precede la morte biologica, si volge indietro a meditare sul proprio operato di reggitore di popoli e, più segretamente, sulla propria esperienza ed intensità esistenziale. L’operazione (quasi negromantica) consisteva nel trasferirsi col pensiero nell’interiorità di un altro, appunto nel destino di Adriano. Anche la voce del narratore acquistava la lontananza e il mistero di una voce fuori campo. Come nei dialoghi socratici, in questo genere letterario di tipo memorialistico e retrospettivo, la scrittrice indulge al dialogo raccontato, al racconto dialogizzato con se stessa, coi suoi personaggi. La Yourcenar rielabora in questa raccolta i suoi scritti precedenti, aggiunge prefazioni e postfazioni, che ci informano sullo sviluppo di quelle psicologie e sullo sbocco dei differenti destini, sull’origine e sull’evoluzione delle vicende narrate.Storico è ancora il racconto della Yourcenar in Le Temps, ce grand sculpteur, non solo perché dalla Storia ella trae le sue fonti. Forse la storia universale è anche la storia di alcune metafore. Abbozzare dei capitoli di tale storia è lo scopo del libro della Yourcenar. Vorremmo accennare solo all’intonazione e al significato di una metafora del mondo contemporaneo. Nella nostra epoca scoraggiata, l’eroe potrebbe assumere la forma di un esile pino, e la scrittrice lo spiega nel suo saggio su Mishima e sulla letteratura giapponese, che si intitola La noblesse de l’échec (La nobiltà dello scacco).Scrive la Yourcenar: “Pochi giorni dopo Hiroshima, il vecchio ammiraglio Onishi, responsabile di tutta l’epopea dei kamikaze, si sottopone a sua volta a harakiri e, dopo un’atroce agonia di diverse ore (aveva rifiutato il tradizionale colpo di grazia), lascia al suo capezzale l’ultima poesia:‘Limpida e rinfrescata la luna brilla,dopo il terribile temporale…’.La squisita delicatezza del Genghi e l’eroismo samurai si uniscono in queste brevi poesie sgorgate dal medesimo fondo: il senso del tragico passaggio della vita, che porta a un tempo alla poesia e al sacrificio. Da noi difficilmente si possono figurare Robespierre e Napoleone, o perfino degli “assi” della prima guerra mondiale, che escono dalla scena di questo mondo paragonandosi a un pino solitario o a dei fiori che cadono”.
Sergio Falcone
UN SOGNO DI DÜRER di Marguerite Yourcenar
Pochi i sogni autentici che ci vengono dal passato: intendo quei sogni che il sognatore stesso ha frettolosamente annotato al risveglio. Alcuni mirabili sogni registrati da Leonardo nei suoi “Quaderni” assomigliano stranamente ai disegni o ai quadri del maestro, ma danno piuttosto l’impressione di un’esperienza onirica prolungatasi nello stato di veglia o di semi-veglia più che di un sogno vero e proprio. Gli strazianti sogni di Dante ne “La Vita Nuova”, i grandi sogni allegorici di Jérome Cardan si collocano anche essi in questa sfera intermedia tra il sogno, il sogno ad occhi aperti e la “visio intellectualis”, ben nota ad innumerevoli poeti, pittori o filosofi, dal Medio Evo al Rinascimento, ma in cui l’uomo moderno non si avventura affatto, o si sperde quando lo fa, privo com’è di preparazione e di guida.Pur tuttavia, abbiamo il racconto straordinario, fatto da un uomo del XVI secolo, di un sogno che è solo un sogno, oltre tutto anche documentato da uno schizzo. Lo troviamo nel “Diario” di Dürer. Ecco il resoconto che l’artista, appena sveglio, ha lasciato del suo sogno:La notte tra il mercoledì e il giovedì dopo la Pentecoste (7-8 giugno 1525), ho visto in sogno quanto è rappresentato in questo schizzo: una infinità di trombe marine che cadevano dal cielo. La prima colpì la terra a una distanza di quattro leghe: l’urto e il frastuono furono terrificanti e l’intera regione venne inondata. Ne fui talmente scosso che mi destai. Poi, le altre trombe marine, terribili per violenza e per quantità, colpirono la terra, alcune più lontane, altre più vicine. E cadevano così dall’alto che parevano scendere tutte con lentezza. Ma, quando la prima tromba fu vicinissima a terra, la caduta divenne così rapida e associata a un tale frastuono e a un tale uragano che mi destai, tremando in tutto il corpo, e mi ci volle molto, prima di riprendermi. Così, appena alzatomi dal letto, ho dipinto quello che si vede qui sopra. Dio volge al meglio ogni cosa.Questo sogno colpì per la totale assenza di simboli. Un critico tedesco vi scorge gli effetti prodotti su Dürer dagli sconvolgimenti introdotti dalla Riforma: è una sua opinione. Uno psicanalista potrebbe supporre che l’acqua abbia ossessionato il grande pittore: ma questo è da provare. L’acqua è poco presente nella pittura o nelle incisioni di Dürer e, quando lo è, non assume affatto un aspetto catastrofico. Ci fa pensare al fiume Inn, così sereno, di una limpidità che ci colma di nostalgia, ove si specchiano le mura di Innsbruck, oppure al calmo lago di Garda che lambisce quelle di Trento e, ancora, a quello stagno in una radura, più cupo, quasi scontroso e solitario, ma anch’esso di una tranquillità imperturbabile. Non solo l’immagine dell’acqua impetuosa è quasi del tutto assente dalla sua opera, ma addirittura questa inondazione, scorta in sogno, non corrisponde per nulla ai Diluvi di tipo biblico, in cui predominano in modo drammatico la paura e la disperazione dell’uomo. L’unica pioggia che cade nella sua “Apocalisse”, impressa circa quindici anni prima, è formata da goccioloni che cadono da una nuvola nella quale appare un drago con una testa di agnello, particolare che però rimane secondario. Ciò che d’altronde sorprende è fino a che punto, malgrado le stelle che si frantumano, le fiamme e i nembi, queste immagini del “Libro delle Rivelazioni” siano in Durer, e forse prima di lui in San Giovanni, così poco cosmiche, ossia figurazioni simboliche del solo dramma umano. Al contrario, nel suo schizzo onirico, il visionario è un pittore realista, che si fa spettatore di un dramma cosmico. Ha la precisione di un fisico. Fin dall’urto della prima tromba marina, ha cercato di misurare a quale distanza si trovava dal punto d’impatto, e di valutare le altre in rapporto a quello. Ha tenuto conto dell’apparente lentezza, quindi della velocità che aumentava vertiginosamente in queste colate provenienti da un punto tanto in alto. Cosa rara, a mio avviso, in un sogno, ha “sentito” l’urto e “inteso” il frastuono delle cascate d’acqua. Un particolare curioso è il fatto che affermi di essere stato svegliato dall’urto della prima cataratta, lasciandoci nel dubbio se questo risveglio facesse parte del sogno, o se egli si sia subito riaddormentato, ripiombando nello stesso cataclisma. In ambedue i casi, l’effetto è quello di un disastro naturale percepito senza riferimenti ad alcun concetto umano, che avrebbe potuto rifrangersi in un blocco di cristallo nascosto agli occhi di un uomo. Lo spavento che scuote il dormiente è indubbiamente una reazione umana, ma anche un animale l’avrebbe provato, e questo sconquasso fisico è assai simile a quello della terra che trema.Esaminiamo lo schizzo o, per meglio dire, l’acquerello che riproduce questo sogno. L’enorme tromba simile a un accumulo di nubi nero-blu fa pensare in modo casuale a noi contemporanei ad un fungo atomico; ma respingiamo questa troppo facile anticipazione. Il paesaggio sembra schiacciato in anticipo sotto le colate di un blu sporco che cadono verticalmente dal cielo; la terra e l’acqua già versatasi si mischiano in un colore bruno fangoso e glauco fosco; se si dovesse assolutamente identificare questo luogo con un qualsiasi posto nel mondo, si dovrebbe pensare alla pianura lombarda, che più di una volta Dürer ha attraversato, per via di quei radi alberi sparsi, vagamente presenti in questa atmosfera da catastrofe, ma che percepiamo come piantati e forse tagliati dalla mano dell’uomo. Molto lontano, rimpiccioliti dalla distanza, appena visibili al primo sguardo, alcuni edifici brunastri si stringono sulle rive di un golfo, pronti, a quanto sembra, a tornare all’argilla. Ciò che sta per essere distrutto non è particolarmente bello.Ripeto: nessun simbolo religioso aggiunto al margine, nessun angelo vendicatore a significare la collera di Dio; nessuna formula alchimistica delle “forze che vanno verso il basso”, inutile in presenza della terribile gravitazione delle cataratte. E nessuna meditazione umanistica, ora tragica come in Michelangelo, ora melanconica come lo sarà in Poussin, sul tutto e niente, che siamo in presenza dell’universo scatenato. A meno che – tuttavia – il meglio della nozione di umanesimo non faccia parte di questa capacità, anche in sogno e nell’ambito di una sorta di angoscia ontologica, cioè di continuare a misurare.Dal canto suo, il racconto si chiude con una formula pia, concepita dall’uomo destatosi dal proprio sogno. Ci ricorda, se mai fossimo tentati di dimenticarlo, che Dürer era cristiano, e per così dire lo era doppiamente, in quanto erede e sublime interprete della religiosità medioevale, e poi in quanto borghese di Norimberga, che verso la fine della propria esistenza accolse la Riforma. Possiamo a scelta interpretarla come una formula propiziatoria quasi meccanica, una asserzione più o meno sincera di un ottimismo fondato sulla benevolenza divina, altrettanto inconcludente quanto un distratto segno della croce, oppure, al contrario, come un atto di sottomissione ben ponderato all’ordine delle cose, ovunque caratteristico di ogni grande spirito autenticamente religioso: Marc’Aurelio che accetta ciò che l’universo vuole, Lao-tse d’accordo con il vuoto, e Confucio con il Cielo. Ma questo “al contrario” è di troppo. Indoviniamo come la fiducia ingenua e l’adesione impersonale si congiungano in un qualche punto di quegli abissi della natura umana in cui non penetra il principio della contraddizione. Così com’è questa formula cristiana che indubbiamente ha aiutato Dürer a emergere indenne dal suo terribile sogno.

Add comment Giugno 18, 2007

DIARI, EPISTOLARI ED ETICA DELLA DIVULGAZIONE

Tra il 1345 e il 1389, venne scoperto da Francesco Petrarca e Coluccio Salutati, un cospicuo carteggio del celebre oratore Marco Tullio Cicerone. Si trattava di circa 900 lettere, scritte tra il 48 e il 43 a. C. che, d’un tratto, ne ribaltarono la figura severa ed austera, ridipingendogli il volto di fragilità e sentimentalismi nuovi, certamente insospettabili.
Furono proprio tali ritrovamenti e la consapevolezza dell’importanza che questi scritti privati rappresentano per chi viene dopo, che ribaltarono e confusero il concetto, così marcato, di scrittura pubblica e scrittura privata. Nell’atto di abbozzare, compilare e stendere scritti, d’ora in poi, ciascun autore saprà che i propri testi privati potrebbero essere oggetto di studio per i posteri; e l’immagine che ne verrà fuori avrà, in più, l’aggravante di non poter essere più ribaltata, poiché l’autore sarà, ormai, defunto.
Lettere, diari o anche semplici annotazioni diventano, così, una fonte inesauribile.

L’epistolografia annulla la sua stessa scienza poiché, adesso, le motivazioni che muovono un autore, consapevole della propria fortuna futura, rispondono ad un concetto nuovo e del tutto insospettabile, ossia rappresentano un autoritratto del pensiero, dello stile di vita, della moralità etc.
E’ forse proprio da Petrarca in poi che la condizione di libertà delle comunicazioni letterarie perde il suo carattere di naturalezza di scrittura di getto, ridondante o grammaticalmente scorretta. Ma come avrebbe potuto essere più lo stesso, Petrarca, dopo aver subito in prima persona il fascino dell’epistolario ciceroniano? Le epistole sono un nuovo genere letterario.
Possiamo qui ricordare come nelle lettere Sine nomine, di contenuto politico-religioso, ritenuto compromettente, Petrarca abbia provveduto scrupolosamente a cancellare i nomi dei vari destinatari; e certamente più emblematiche, ai fini dell’esposizione di questa minima teoria, sono le circa 350 lettere di argomento vario, alcune delle quali realmente inviate altre, invece, di carattere fittizio. Da qui la riflessione naturale che Petrarca non abbia alcuna intenzione di dar vita ad una corrispondenza, quanto molto più semplicemente stia compiendo un’opera di autopromozione, di autopresentazione. E certamente v’è riuscito.
In Lettera ai posteri, la quale più di ogni altra rappresenta un vero autoritratto morale, scandito dall’atteggiamento austero e complesso di una voce che proviene, oramai, da un passato lontano, balza immediatamente agli occhi l’intento che vuole perseguire l’autore. Vi si legge, in aperture:

Forse ti accadrà di udire qualcosa di me, per quanto sia dubbio che il mio nome piccolo e oscuro possa giungere lontano nello spazio e nel tempo. E forse desidererai conoscere che uomo fossi o quali fossero gli eventi delle mie opere, soprattutto di quelle la cui fama sia giunta sino a te o di cui tu abbia sentito vagamente parlare.

Ma qui non siamo più di fronte ad un epistolario, bensì ad un romanzo di genere epistolario.

In maniera del tutto simile a questa concezione petrarchesca delle epistole, saltiamo qualche secolo, per analizzare la medesima questione in un ambito temporale molto più prossimo a quello attuale. Marguerite Yourcenar scriveva le sue lettere nella piena consapevolezza che, la sua notorietà probabile ed eventuale, come autore, avrebbe fatto nascere l’incallita curiosità in ogni suo scritto privato. La più grande preoccupazione, al di là delle cura precisa delle sue opere canoniche, fu quella di comporre una buona immagine di sé da ridare ai posteri attraverso il suo carteggio. Celeberrimo il rito che la rese famosa – ma che, si suppone, compiano e abbiano compiuto molti autori, – di bruciare scrupolosamente, censurandoli dunque, tutti gli scritti che non desiderava fossero oggetto futura di considerazione. Ciò spiega perché ogni sua lettera – tutte, – a prescindere dalla confidenzialità che riservava ai diversi destinatari, presenti la medesima compostezza, il medesimo rigore sintattico, lasciando registrare la primissima sensazione che balza agli occhi, ossia la totale mancanza di giovialità e spontaneità Ed eccoci, dunque, al punto focale della questione: questo atteggiamento morboso dei lettori che ambiscono intessere un filo conduttore ben oltre l’opera con l’autore che più amano, ha condotto nei secoli, ad uno snaturamento di questi carteggi.
Venendo a mancare la spontaneità viene, in sé, a mancare anche il significato intrinseco di queste composizioni che pretendono appartenere ad una categoria che è, ormai, del tutto fittizia e/o strumentale.
Tuttavia, sebbene ciascun lettore della Yourcenar abbia bene in chiaro il meccanismo mentale che guida la penna di questa formidabile autrice, ad un certo punto la stizza – ascrivibile per paradosso alla sua stessa cupidigia di perfezione, – cade nell’attimo in cui riferisce l’esigenza di una normalità che possa riservargli il dono della schiettezza veloce nella scrittura privata:

(…) a parer mio una lettera è innanzi tutto una lettera, vale a dire, una confidenza fatta a una persona sola, senza scopi reconditi di pubblicazione (…)

Come non condividere questo pensiero?

Se una tale stima può ritenersi valida per scritti di carattere epistolare – nel senso di comunicazione tra due persone diverse, – tanto più potrà giudicarsi valida nella considerazione di rendere pubblici, ossia liberamente fruibili, scritti che abbiano un contenuto unilaterale, di conversazione con l’io più recondito, così come può considerarsi un diario.
La diaristica è, a questo punto della storia della letteratura, – così come è accaduto per lo snaturamento delle lettere, – anch’essa considerata un vero e proprio genere letterario, dal quale reperire notizie prettamente autobiografiche e annotazioni personali scritte di prima mano. Ma si va ben oltre: il dialogo interiore è, per uno scrittore, una maniera complessa per ristabilire un ordine apparente: la scrittura, narrativa o poesia, è un contrario di sé che appaga l’autore. Il diario, nel senso di trasposizione su carta dei pensieri più immediati, al contrario, non ristabilisce alcun ordine, anzi tutt’al più crea dell’altro disordine, giacché, come uno specchio, amplifica l’immagine, così com’è, spoglia di maschere o falsi ritegni.

Leonard Woolf riteneva, di certo, di far cosa buona decidendo di diffondere il diario di sua moglie Virginia. Epurato di tutte quelle annotazioni che esulavano dalla sua attività di lettrice e narratrice, ha lasciato che si pubblicassero tutte quelle parti inerenti alla composizione dei suoi scritti, saggi, racconti, articoli e romanzi; ma non solo.
E’ sabato 20 marzo del 1925, quando la Woolf scrive:

Ma che ne sarà di questi diari?, mi sono chiesta ieri. Se morissi, che ne farebbe Leo? Non gli andrebbe di bruciarli; e non potrebbe nemmeno pubblicarli. Be’, dovrebbe cavarne un libro, credo; e poi bruciare il corpo. Direi che c’è un libriccino, dentro; se i pezzi e i bocconi fossero un poco riordinati. Dio solo lo sa. Tutto questo è dettato da una leggera malinconia, che mi assale di tanto in tanto, ora, e mi fa pensare che sono vecchia e brutta e che ripeto sempre le stesse cose. Eppure, per quanto so, comincio solo ora ad esprimere quello che ho in testa come scrittrice.

Potrebbe, stando a questo pezzo, sembrare che fosse un desiderio della Woolf vedere il suo diario letto come si leggevano i suoi romanzi, ma – questo è di certo un parere personale, – non è affatto così; non credo che la nota scrittrice inglese desiderasse mettere in piazza le sue fragilità con tanta noncuranza. L’immagine che inevitabilmente si innalza di Virginia Woolf, così com’è nelle pagine del suo diario, è quella di una donna fragile, dalle idee scomposte, dall’equilibrio precario. Il lettore più avveduto che riesce a travalicare il limite della morbosità, si rende conto immediatamente di poggiare il piede nel terreno minato della spudoratezza. Ad ogni pagina, ad ogni commento urge l’esigenza di chiudere il diario, perché, considerando la sensazione di fragilità interiore di questa donna, si è ben consci, leggendo, di irrompere freddamente e ingiustificatamente nella vita di un semplice essere umano.
Questo diario non era necessario neanche ad intendere il motivo di un suicidio improvviso, perché il dilemma, molto più semplicemente, poteva essere sciolto dalla lettura delle opere della Woolf. La vita e il pensiero si dipanano dal groviglio semplicemente capendo con attenzione e acutezza dei sensi la follia troppo ben descritta ne La signora Dalloway o la visionarietà convulsiva de Le onde; non c’era bisogno del diario per intendere che la Woolf era dotata di una eccessiva sensibilità che poggiava le sue basi su di un equilibrio troppo precario, lo stesso equilibrio che, per poco tempo, era riuscita a gestire con la sua bravura e il suo talento di narratrice.
Non necessariamente si deve oltrepassare il limite della pudicizia e del rispetto altrui per capire; l’intuizione è, se vogliamo, anche più gratificante nell’esegesi di un testo.

Ora, se in qualche tratto la Woolf si compiace dei suoi diari, li rilegge, se ne stupisce, e ipotizza che possano, con dovute correzioni, diventare un libro, questa medesima ipotesi non sfiora affatto il pensiero di chi si trova tra le mani e sotto gli occhi Diario 1938, uno scritto privatissimo che si è voluto far passare come breve parentesi di un’esperienza diaristica di Elsa Morante.
Ahimé, non si tratta affatto di un diario.
Diario potrebbe considerarsi la cronistoria del tempo o degli eventi di una vita; ebbene, non è questo il caso! Gli scritti che la Morante aveva annotato su di un semplice quaderno, indicandole come Lettere ad Antonio, è un irriverente ed incosciente viaggio – oltretutto non autorizzato, – nella più profonda intimità di una persona: il sogno.
La vida es sueño annota la Morante in apertura. E’ un’operazione davvero personale quella di aprire la porta ai desideri custoditi dai sogni e lasciarli liberamente duellare, anche uscendone sconfitti, con il prammatismo della condizione reale. E’ una raccolta di confessioni questo Diario 1938 che deve aver stupito la stessa Morante se, in diversi punti, ha provveduto a castigare la scrittura, non indicando nomi e censurando intere frasi, sostituite da file interminabili di asterischi.
Roma – 19 gennaio 1938, così si apre il diario:

Sogni erotici.
Evidentemente, caro Antonio, la mia vita diventa ogni giorno più stupida, una schiavitù e un’ansia dei bisogni fisici: materiali e sessuali. Me ne accorgo dai miei sogni.

Bastano queste poche battute per intuire che non è il caso di andare oltre.
Chi accorda al lettore il permesso di osare tanto? Sarebbe un bene che questo libro sparisse dagli scaffali e dalla memoria di chiunque. Elsa Morante, così com’era, come donna, come scrittrice, è reperibile altrove, ben lontano da questo diario. Elsa Morante è nei suoi scritti, nel suo memorabile lavoro di narratrice che l’ha vista impegnata un’intera vita.
E ancora: dov’è l’etica di una simile divulgazione? E dove finisce il rispetto e inizia una maleducata irriverenza? Si è forse chiesto, chi ha pubblicato questo minimo diario – ma è anche il caso di molte altre scritture private, – cosa avrebbe desiderato, la sua autrice, per queste confessioni di un momento?
Nella nota al testo si legge: (…) ha spezzato deliberatamente – Elsa morante – il fluire della confessione per reciderne con estrema cura i punti più scabrosi. Tuttavia, seppur con questa consapevolezza, si è ritenuto lecito e anche necessario pubblicare queste pagine. Eppure la Morante era stata chiara in proposito, bastava interpretare le sue parole, sparse nelle sue opere qua e là, dove un senso di riservatezza eccessiva predomina sulla scrittura. E, se non sembra abbastanza, ci facciamo imprestare dalla sua stessa penna – Il mondo salvato dai ragazzini, – quale idea poteva dominare la sua pente su tale questione:

Si può protestare indignati contro certe rivistacce commerciali
che per lucro insultano con pettegolezzi biografici
la memoria dei Poeti.
E, preoccupati, intendono premunirsi
contro ogni dannata evenienza futura,
provvedere senz’altro, quel giorno stesso, a distruggere
tutto il proprio epistolario privato.
Senza salvare nemmeno la fotografia
originale ( custodita fino dalla fanciullezza )
della Divina Vecchiona Culona, Mammona,
con la sua dedica personale autografa:
Grazie per i simpatici auguri d’Anno Nuovo.
Sinceramente.
Mae West.

Il sospetto legitimo è che chi ha curato e provveduto alla pubblicazione di questo diario abbia deliberatamente disconosciuto o distrattamente dimenticato questo brano.

Altra cosa è, al contrario, concedere al lettore la bellezza di certi epistolari che altro non sono che un modo per penetrare ancor meglio nell’ùo sguardo dell’autore. I casi sono tanti, e qui, per quanto si entri sempre e comunque nel terreno del privato, terreno che andrebbe sempre salvaguardato a mio avviso, una certa liceità della divulgazione potrebbe essere ammessa. Un esempio per tutto potrebbe portarsi con le meravigliose lettere di Paul Cézanne, in cui, sempre in punta di piedi, si entra per osservare il suo mondo, con i suoi stessi occhi e considerare il travaglio di un artista memorabile.
Il 15 aprile del 1904, scrive a Emile Bernard:

Permettimi di ripetere quello che vi dicevo qui: trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono, il tutto posto in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto o di un piano si diriga verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte danno l’estensione, cioè una sensazione della natura, o, se preferite, dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne Desus dispiega davanti ai nostri occhi. Le linee perpendicolari a questo orizzonte danno la profondità. Ora, per noi uomini, la natura è più in profondità che in superficie, di qui la necessità di introdurre nelle nostre vibrazioni di luce, rappresentate dai rossi e dai gialli, una quantità sufficiente di azzurri, per far sentire la presenza dell’aria.

Cos’è questo se non uno strumento, un documento di un’importanza rilevante?
A ribadirne la teoria sopra esposta, da cui la tesi balza immediatamente agli occhi dei più arguti, chiudo questo rimbrotto risentito con un altro brano tratto dalle Lettere di Cézanne, uno spaccato così bello, così poetico, da ristabilire la pace con il mondo e con il proprio senso di colpa.
8 settembre 1906, al filgio:

(…) per me realizzare le sensazioni è sempre molto faticoso. Non so raggiungere l’intensità che si manifesta davanti ai miei sensi, non ho quella magnifica ricchezza di colori che anima la natura. Qui, in riva al fiume, i motivi si complicano; lo stesso soggetto, visto da angolazioni differenti, offre una materia di studio così interessante e varia che potrei lavorare per mesi senza cambiare posto, solo inclinandomi un po’ più a destra o un po’ più a sinistra (…)

Francesca Branca

2 comments Giugno 18, 2007


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