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PROUST INEDITO: Conversazione con mia madre

Per l’inedito Conversazione con mia madre di Marcel Proust, che era stato scritto nel 1909, intendo seguire la redazione del critico Bernard De Fallois che tra i primi, nel 1954, cominciò a riordinare le “paperoles”, ossia gli “scartafacci” proustiani. Il primo problema è quello della genesi e dell’edizione del blocco di saggi di tono familiare e dei capitoli di romanzo che anticipano personaggi e dialoghi di casa Guermantes. Questi materiali abbandonati, in parte utilizzati in una raccolta Gallimard del ’54, facevano parte della seconda stesura del Contre Sainte-Beuve, un saggio critico poi lasciato interrotto e, qua e là incompiuto, pubblicato postumo nel 1971 nella Pléiade-Gallimard, con testo critico a cura di Pierre Clarac. Ma Conversazione con mia madre, insieme ad altri saggi e conversazioni di tono familiare, era stato espunto dalla raccolta della Pléiade e dalla traduzione italiana del Contre Sainte-Beuve, curata da Einaudi nel 1974.I critici, sempre in polemica tra loro, hanno tentato in tutti questi anni di suggerire delle direzioni nel lavoro rimasto interrotto di Proust su Sainte-Beuve. Eppure l’intrusione continua nell’opera letteraria della vita privata dello scrittore stava a dimostrare che il Sainte-Beuve, più che come saggio critico, era nato come racconto di Proust, attraverso l’esposizione dialogata fatta alla propria madre. Quindi, un trapianto in forma diretta nel discorso su Sainte-Beuve, mediante il quale Proust ci racconta la propria vita.Ma non è neppure da respingere la seduzione che queste carte possono offrire, ossia la tentazione di raccogliere solo le pagine critiche su Sainte-Beuve, tralasciando tutto il resto, come nel piano dell’edizione de La Pléiade e nella traduzione italiana Einaudi.Chiedo a Giovanni Raboni, traduttore della Recherche da Mondadori: “Qual era il progetto iniziale del Contre Sainte-Beuve di Marcel Proust?”. Risponde Raboni: “Nasceva come progetto Recherche, ossia come romanzo su Sainte-Beuve; curiosa commistione di parti narrative e saggistiche. Ma qualche volta il lavoro editoriale si riduce a un ‘optimum’ di collocazione, per cui le parti narrative furono espunte dall’edizione definitiva della Pléiade”.Una vera e propria “équipe Proust” sta studiando l’immensa mole di documenti e manoscritti del fondo Mante-Proust, acquistati dallo stato francese nel 1962 e ora alla Bibliothèque Nationale. “Il lavoro più opportuno che possa attualmente proporsi nella filologia francese”, dice Luciano De Maria della Mondadori, “è un’edizione critica e di recupero dei manoscritti di Marcel Proust”. Alla luce delle recenti scoperte, anche l’edizione critica della Pléiade deve essere rifatta (curatori Bernard Brun e Jean-Yves Tadié), con un nuovo apparato di note filologiche, critiche, storico-esplicative da contenere almeno in quattro, cinque volumi.“È una tale mole di inediti”, dice Luciano De Maria, “che è sconvolto anche il piano editoriale della Recherche tradotta da Giovanni Raboni. Alcuni ‘avantesti’ confluiranno nelle note critiche di Alberto Beretta Anguissola e di Daria Galateria. Gli altri scritti e le prime stesure della Recherche saranno raccolti a parte in uno o più volumi della collana Biblioteca. Mentre una scelta delle lettere dalla Correspondance (Plon) sarà pubblicata in due volumi nei Meridiani di Mondadori”.Al francesista Alberto Beretta Anguissola, autore del Proust inattuale (1976), già allievo di Giovanni Macchia, curatore con Daria Galateria di Alla ricerca del tempo perduto nella edizione Mondadori, rivolgiamo alcune domande sulla Conversazione con mia madre di Proust.Il tema di questa Conversazione, che risale al 1909, è già quello della Recherche, che pure è abbastanza posteriore. Ma assistiamo allo stesso svolgimento: campanili, alberi, lastricati, una cena, Venezia, la memoria della madre. Qual è il livello narrativo di questa Conversazione con la madre?”È un testo bellissimo, che vale la pena di riprendere, appunto, nella collana Biblioteca di Mondadori. Alcuni di questi elementi verranno poi utilizzati nella Recherche. C’è il dormiveglia, la luce a Illiers-Combray, il clima della camera, il resoconto delle conversazioni con la madre. Ma, nel ricostruire i singoli dettagli, bisognerebbe esaminare meglio i fogli manoscritti. Per questo, sono un po’ esitante. Comunque, negli ultimi studi sui manoscritti, emerge un Proust scrittore incontentabile, quasi privo di facilità e sicurezza, il quale rifaceva i testi attraverso diverse stesure, qualche volta anche con delle grosse difficoltà nel ricercare la soluzione finale”.Quali punti oscuri potrebbe chiarire l’edizione critica di tutti gli scritti di Proust?”Per esempio, il dilemma sulle origini della Recherche. Pare che è esistita una prima stesura della Recherche anteriore al 1908. Secondo Painter, c’è una prima stesura già nel 1905. Anche Giovanni Macchia, in un suo saggio, si interroga sul soggiorno di Proust a Versailles nel 1905, dopo la morte della madre. Era rimasto completamente solo in albergo per ben otto mesi. Ora, nel Carnet del 1908 (curato da Philip Kolb), c’è un’intera sezione che s’intitola Pagine scritte, e non è poco. I temi essenziali del romanzo, dunque, erano già fissati nel 1908″.Perché finora non è stato pubblicato da noi un testo essenziale come Conversation avec Maman?”Fino a dieci, venti anni fa, non c’era ancora una domanda così pressante di testi proustiani. Oggi, invece, si avverte una sorta di idolatria nei confronti dell’opera di Proust e, quindi, una curiosità conseguente rivolta anche ai testi rimasti inediti o sconosciuti. Una pubblicazione come le Poesie, tradotte da Franco Fortini per Einaudi, dieci anni fa non sarebbe stata neppure concepibile. Semmai, si tratta di una curiosità utile agli studiosi”.E il personaggio Proust, come esce dalla Conversazione con la madre?”Era completamente invaso dalle emozioni. Per Proust, amare è cercare di spiegare, di sviluppare questi mondi sconosciuti che restano avviluppati dentro di noi. Era di una vulnerabilità totale. Ma già le biografie conosciute ci davano l’immagine classica di un emotivo. Ora, sempre a proposito del rapporto tra madre e figlio, mi pare interessante la citazione sul rapporto malattia – madre, da una lettera dello stesso Proust: ‘La verità è che appena sto bene, siccome la vita che mi fa stare bene ti esaspera, tu demolisci tutto, finché non sto di nuovo male. Non è la prima volta’”. (Alla madre, 6 dicembre 1902).
Sergio Falcone
CONVERSAZIONE CON MIA MADRE di Marcel Proust
Félicie indietreggiò un po’, poiché il sole le impediva di vedere “ciò che faceva”, e Mamma scoppiò a ridere:- Andiamo! ecco il mio Lupo che si agita, e perché? Non c’è più ombra di tempesta, nemmeno le foglie dell’albero si muovono. Ah! Ho previsto tutto stanotte, quando ho sentito il vento. Mi dicevo: troveremo un bigliettino del mio Lupo, che non vorrà farsi sfuggire l’occasione di agitarsi o di ammalarsi. “Mandate presto un dispaccio a Brest, per sapere se il mare è cattivo”. Ma tua Madre può dire che non c’è ombra di tempesta: guarda questosole!E mentre Mamma parlava, io vedevo il sole, non direttamente, ma nell’oro scuro che si rifletteva sulla banderuola di ferro della casa antistante. E poiché il mondo altro non è che un’innumerevole meridiana, non avevo bisogno di vederne di più per sapere che in quel momento, sulla piazza, il magazzino che aveva abbassato la tela a causa del calore chiudeva per l’ora della messa solenne, e che il padrone che era andato a stirare la giacca della domenica mostrava agli acquirenti gli ultimi fazzoletti appena disimballati, mentre guardava se non fosse questa l’ora di chiudere, in un odore di tela greggia; giacché sul mercato i venditori stavano per esporre le uova e il pollame, mentre davanti alla chiesa non c’era ancora nessuno, tranne la signora in nero che si vede uscire rapidamente a qualsiasi ora nelle città di provincia.Ma adesso non era lo splendore del sole riflesso sulla banderuola della casa di fronte che mi dava la voglia di rivedere. Poiché dopo l’avevo rivisto molto spesso, questo splendore del sole alle dieci del mattino, riflesso non più sulle ardesie della chiesa, ma sull’angelo d’oro del campanile di San Marco, quando si apriva sulla piccola calle la mia finestra del Palazzo… a Venezia. E dal mio letto vedevo soltanto una cosa, il sole, non già direttamente, ma in lastre di fiamme sull’angelo d’oro del campanile di San Marco, permettendomi di sapere subito che ora fosse esattamente e il movimento della luce in tutta Venezia, e portandomi sulle sue ali sfolgoranti una promessa di bellezza e di gioia più grande di quanto mai ne avesse portato ai cuori cristiani, quando venne ad annunciare “la gloria di Dio nel cielo e la pace in terra agli uomini di buona volontà”.Nei primi giorni questo bagliore aureo sull’angelo mi ricordava quello più pallido, ma che segnava la medesima ora sulle tegole di ardesia della chiesa del villaggio, e mentre mi vestivo, ciò che l’angelo sembrava promettermi con il suo gesto aureo, che non potevo fissare tanto era abbagliante, era di ritornare presto ai bei tempi davanti alla nostra porta, di arrivare fino alla piazza del mercato piena di grida e di sole, di vedere l’ombra nera che le conferivano le vetrine chiuse o ancora aperte, e la grande tenda avvolgibile del negozio, e di rientrare nella fresca casa di mio zio.E certamente era un po’ questo che Venezia mi aveva dato, dal momento in cui, vestitomi in fretta, raggiungevo i gradini marmorei che l’acqua ricopre ed abbandona di volta in volta. Ma queste stesse impressioni erano particolari d’arte e di bellezza incaricati di adornarla. La strada in pieno sole, era quella distesa di zaffiro il cui colore appariva a un tempo tanto molle e resistente che i miei sguardi vi si potevano cullare, ma anche il loro far sentire tutto il loro peso, come un corpo affaticato sul legno stesso del letto, senza che l’azzurro diminuisse d’intensità e venisse meno, e fino a sentire i miei sguardi rientrare negli occhi, sostenuti da questo azzurro che non cedeva, come un corpo che fa portare al letto che lo sostiene il suo peso anche interno di muscoli leggeri. L’ombra proiettata dal telone del negozio o dall’insegna del parrucchiere, era semplicemente un oscuramento dello zaffiro, laddove una testa di dio barbuto supera la porta di un palazzo, o su una piazza il fiorellino azzurro che ritaglia sul terreno assolato l’ombra di un delicato rilievo. Al ritorno nella casa di mio zio la freschezza era data dalle correnti d’aria marina e del sole, che coprono di ombre le vaste distese di marmo come nel Veronese, e che danno così la lezione contraria a quella di Chardin, per cui anche le cose piatte possono avere una bellezza.Finanche quei modesti particolari che rendono tipici per noi la finestra della piccola casa di provincia, il suo posto poco simmetrico a una distanza disuguale dalle altre due, i suoi infissi grossolani in legno, o ancora peggio in ferro, riccamente e malamente lavorato, la maniglia che mancava alle imposte, il colore della tenda che un’asta tratteneva in alto e divideva in due lembi, tutte queste cose che, tra tutte, ogni volta che rientriamo, ci facevano riconoscere la nostra finestra, e che più tardi, quando ha cessato di essere nostra, ci commuovono se la rivediamo o pensiamo solo ad essa, come una testimonianza delle cose che furono e che oggi non esistono più, questo ruolo così semplice ma tanto eloquente e generalmente affidato alle cose più semplici, era demandato, a Venezia, all’arco ad ogiva di una finestra che è riprodotta in tutti i musei del mondo, come un capolavoro dell’architettura del Medio Evo.Prima di arrivare a Venezia, e mentre il treno aveva già superato (…), Mamma mi leggeva la splendida descrizione che ne dà Ruskin, paragonandola di volta in volta alle rocce di corallo del Mar delle Indie e a un opale. Non poteva, naturalmente, quando la gondola ci fermò davanti a Venezia, trovare nei nostri occhi la stessa bellezza che lei aveva scorto per un attimo nella mia immaginazione, poiché non possiamo vedere al tempo stesso le cose attraverso la mente e i sensi. Ma ogni mezzogiorno, quando la gondola mi riportava per l’ora della colazione, spesso scorgevo da lontano lo scialle di mia Madre posto sulla balaustra di alabastro, con un libro che lo fermava contro il vento. E sopra i lobi circolari della finestra si aprivano come un sorriso, come la promessa e la fiducia di uno sguardo amico.Da lontano, e fin dal Salento, mi accorgevo che mi aspettava, e che mi aveva visto, e lo slancio della sua ogiva aggiungeva al suo sorriso la prerogativa di uno sguardo un po’ incompreso. E dato che, dietro le sue balaustre di marmo di diversi colori, la Mamma leggeva aspettandomi con il grazioso cappello di paglia che chiudeva il suo viso nella rete del suo velo bianco, ed era destinato a conferirle l’aria sufficientemente “vestita” per le persone che si incontravano nella sala del ristorante o durante la passeggiata, dato che, dopo aver realizzato ma non subito se era la mia voce, quando la chiamavo, dal momento in cui mi aveva riconosciuto, lei traeva dal profondo del suo cuore la sua affettuosità verso di me, che si fermava laddove finiva l’ultima mimica sulla quale lei esercitava il potere, sul suo viso, nel suo gesto, ma cercando di avvicinarlo a me il più possibile in un sorriso che avanzava verso di me le sue labbra e in uno sguardo che cercava di uscire fuori dal binocolo per avvicinarsi a me.Per questo la meravigliosa finestra con l’ogiva unica mista di gotico e di arabo, e l’ammirevole incrocio dei trilobi di porfido al di sopra di essa, questa finestra ha acquistato nel mio ricordo la dolcezza che prendono le cose per le quali l’ora suonava come per noi, una medesima sola ora per essa e per noi in seno alla quale eravamo assieme, quest’ora assolata prima della colazione a Venezia, quest’ora che ci dà una specie di intimità con essa. Sebbene piena di forme ammirevoli, di forme storiche di arte, essa è come un uomo di genio che avremmo incontrato per la stagione delle acque, con cui avremmo vissuto familiarmente per un mese, e che avrebbe stabilito con noi una certa amicizia. E se ho pianto tanto il giorno in cui l’ho rivista, è semplicemente perché mi ha detto: “ricordo bene vostra madre”.Questi palazzi del Canal Grande, che mi porgevano la luce e le impressioni del mattino, si sono bene associati ad essa ora che non è più il diamante nero del sole sull’ardesia della chiesa e la piazza del mercato, che lo splendore della banderuola di fronte mi dà voglia di rivedere, ma solo la promessa che ha mantenuto l’angelo d’oro, Venezia.Ma subito rivedendo Venezia, mi ricordai di una sera in cui con cattiveria, dopo una lite con Mamma, le avevo detto che partivo. Ricordo che ero sceso, avevo rinunciato a partire, ma volevo far durare il dispiacere di mia Madre nel far credere alla mia partenza, e restavo in basso, sull’imbarcadero in cui ella non poteva vedermi, mentre un uomo cantava nella gondola una serenata che il sole pronto a scomparire dietro la Salute s’era fermato ad ascoltare. Sentivo che la tristezza di Mamma continuava, l’attesa diventava insopportabile e non potevo decidermi ad alzarmi per andare a dirle: resto. La serenata sembrava non poter finire, né il sole scomparire, quasi che la mia angoscia, la luce del crepuscolo e la voce metallica del cantante, fossero fusi per sempre in una lega straziante, equivoca e che non si può cangiare. Per sfuggire al ricordo di questo minuto di bronzo, non avrei più come in questo momento Mamma vicino a me.*Il ricordo insostenibile del dolore che avevo recato a mia madre mi diede un’angoscia che solo la sua presenza ed il suo bacio potevano guarire… Sentii l’impossibilità di partire per Venezia, per qualsiasi luogo in cui mi troverei senza di lei… Non sono più un essere felice che sollecita un desiderio; sono soltanto un essere sensibile torturato dall’angoscia. Guardo la mamma, l’abbraccio.- A che cosa pensi cretino, a qualche sciocchezza?- Sarei così felice se non vedessi più nessuno.- Non dirlo, Lupo mio. Voglio bene a tutti quelli che sono gentili con te, e vorrei anzi che tu avessi spesso amici che venissero a chiacchierare con te, senza stancarti.- Mia madre mi basta.- Tua madre invece preferisce pensare che tu vedi altre persone, che possono raccontarti delle cose ch’essa ignora e che tu le insegnerai dopo. E se fossi costretto a viaggiare, mi piacerebbe pensare che senza di me il mio Lupo non si annoia, e sapere prima di partire com’è organizzata la sua vita, chi verrebbe a chiacchierare con lui, proprio come facciamo noi in questo momento. Non è bello vivere soli, e più di ogni altro tu hai bisogno di distrarti, poiché la tua vita è più triste e comunque separata dagli altri.Mamma talvolta era molto triste ma non lo si avvertiva mai, poiché lei parlava sempre con dolcezza e con arguzia. E’ morta facendomi una citazione di Molière e una citazione di Labiche: “La sua partenza non poteva essere più opportuna”. “Che quel piccolo non abbia paura, sua Madre non lo abbandonerà. E’ bello vedere che io sono a Etampes e la mia ortografia ad Arpajon”. E poi non ha potuto parlare più. Una volta sola vide che mi frenavo per non piangere, aggrottò le sopracciglia e fece il broncio ma sorridendo, e io percepii le sue parole già confuse:“Se non siete Romano, siate degno di esserlo”.- Mamma ti ricordi che mi hai letto La Piccola Maga e Francesco il trovatello, quando ero ammalato? Avevi fatto venire il medico. Mi aveva prescritto dei farmaci per fermare la febbre e mi aveva permesso di mangiare un po’. Tu non dicevi una parola. Ma dal tuo silenzio avevo capito che lo ascoltavi per educazione e che avevi già deciso nella tua testa che io non dovevo prendere nessuna medicina e che non avrei mangiato fin quando non fosse scomparsa la febbre. E non mi avevi lasciato prendere che un po’ di latte, fino al mattino in cui avevi creduto con la tua scienza medica che io avevo la pelle fresca e un polso regolare. Allora mi hai permesso di mangiare una piccola sogliola. Ma non nutrivi alcuna fiducia verso il medico, l’ascoltavi mentendo. Per Roberto come per me, il dottore poteva prescrivere tutto; ma una volta andato via: “Ragazzi miei, questo medico forse ne sa molto più di me, ma la vostra mamma conosce i veri princìpi”. Ah! Non negatelo. Quando Roberto verrà gli chiederemo se non è vero.Mamma non poteva fare a meno di ridere al ricordo del suo comportamento ipocrita davanti al medico.- Naturalmente tuo fratello ti appoggerà, perché questi due mocciosi sono sempre uniti contro la loro Mamma. Tu ti burli della mia medicina, ma chiedi al signor Bouchard che cosa pensa della tua Mamma, e se non crede che essa abbia delle buone regole per curare i propri figli. Hai voglia a prendermi in giro, erano i bei tempi in cui stavi bene, quando ti trovavi sotto la mia guida ed eri costretto a fare quello che diceva la tua mamma. Eri forse più infelice per questo?Appena Mamma ha finito di pettinarsi, mi riporta nella mia stanza in cui vado a coricarmi.- Mia piccola madre, vedi che è tardi: non ho bisogno di raccomandarti di non far rumore.- No, cretino. Perché non mi dici anche di non far entrare nessuno, di non suonare il pianoforte? Ho forse l’abitudine di farti svegliare?- Ma quegli operai che dovevano venire sopra?- Non verranno più. Sono stati dati degli ordini. Tutto ci sembra tranquillo.“Tutto in ordine, nessun rumore nella città”.E cerca di dormire il più a lungo possibile, non sarà fatto il minimo rumore fino alle cinque, alle sei, se vuoi, faremo durare la tua notte finché vorrai.“Eh, là, là! Signora NotteUn po’ dolcemente, ti prego.Che i cavalli, dai piccoli passi ridotti,Di questa notte deliziosaFacciano la più lunga delle notti”.E’ il mio Lupo che finirà per trovare che è troppo lunga e chiederà del rumore. Sarai tu a dire:“La lunghezza di questa notte non ha eguali”.- Uscirai?- Sì.- Ma non dimenticare di dire di non far entrare nessuno.- No, ho già incaricato Félicie di fare la sentinella qui.- Forse, faresti bene a lasciare un bigliettino a Robert nel timore che egli entri direttamente in camera mia.- Entrare direttamente in camera tua!“Può allora ignorare quale severa leggeai timidi mortali nasconde qui il nostro re,che la morte è il prezzo di ogni audaceche senza essere chiamato si presenta ai suoi occhi?”.E Mamma, pensando a questa Esther che preferisce a tutti, canticchia timidamente, quasi con il timore di far fuggire, con voce troppo alta e audace, la divina melodia che sente vicino a sé: “Egli si calma, perdona”, questi cori divini che Reynaldo Hahn ha scritto per Esther. Li ha cantati per la prima volta con questo piccolo piano vicino al caminetto, mentre ero a letto, mentre Papà arrivato senza far rumore si era seduto su quella poltrona e Mamma restava in piedi ad ascoltare la voce seducente. Mamma provava timidamente un’aria a memoria, come una delle ragazze di Saint-Cyr che provavano davanti a Racine. E le belle linee del suo viso ebreo, tutto impregnato di dolcezza cristiana e di coraggio giansenista, mostravano la stessa Esther in questa piccola rappresentazione di famiglia, quasi di convento, pensata per distrarre il dispotico ammalato che era là nel suo letto. Mio padre non osava applaudire. Furtivamente mamma gettò uno sguardo, per gioire con emozione della sua felicità. E la voce di Reynaldo riprendeva queste parole, che bene si adattavano alla mia vita coi genitori:“O dolce pace,Bellezza sempre nuova,Felice il cuore preso dalle tue attrattive!O dolce pace,O luce eterna,Felice il cuore che non ti perde mai!”- Abbracciami ancora una volta, Mammina.- Ma, Lupo mio, è stupido, non ti arrabbiare, occorre che tu mi dica arrivederci, che tu ti comporti bene e che tu sia in grado di percorrere due leghe da solo.La mamma mi lascia, ma io ripenso al mio articolo, e improvvisamente mi viene l’idea di scriverne un altro: “Contro Sainte-Beuve”. Di recente, l’ho riletto, contro la mia abitudine ho preso una gran quantità di note che tengo là in un cassetto, ed ho delle cose importanti da dire in proposito. Nella mia testa comincio a costruire l’articolo. In ogni momento mi vengono delle nuove idee. Non è ancora passata mezz’ora e tutto l’articolo è abbozzato nella mia testa. Vorrei chiedere alla Mamma che ne pensa. La chiamo. Nessuna risposta. La richiamo, sento passi furtivi, una esitazione alla mia porta che cigola.- Mamma.- Mi avevi chiamato, caro?- Sì.- Ti dirò che temevo di sbagliarmi e che il mio Lupo mi dicesse:“Sei tu Esther che senza essere attesa…Senza il mio ordine rivolgi qui i tuoi passi.Quale insolente mortale viene a cercare la morte”.- Ma no, Mammina.“Che temete, sono vostro fratello?E’ per voi che è stato impartito un ordine così severo?”.- Questo non impedisce di credere che, se lo avessi svegliato, forse il mio Lupo non mi avrebbe teso così beatamente il suo scettro d’oro.- Ascolta, volevo chiederti un consiglio. Siediti.- Aspetta che trovi la poltrona; ti dirò, non c’è molta luce da te. Posso dire a Félicie di portare la lampada elettrica?- No, no, non potrei più addormentarmi.La mamma ridendo:- E’ sempre Molière.“Impedite, cara Alcmène, alle fiaccole di avvicinarsi”.- Insomma, senti. Ecco che cosa volevo dirti. Vorrei sottoporti un’idea dell’articolo che ho in mente.- Ma lo sai che tua madre non può darti consigli su quelle cose. Non ho studiato come te al ‘Grand Cyre’.- Insomma, ascoltami. L’argomento sarebbe: contro il metodo di Sainte-Beuve.- Ma come, io credevo che fosse un buon metodo! Nell’articolo di Bourget che mi hai fatto leggere, dicono che è un metodo meraviglioso che nessuno ha saputo applicare nel XIX secolo.- Purtroppo sì, diceva questo, ma è una tesi stupida. Sai in cosa consiste, questo metodo?- Fai conto che io non lo sappia…(…)

Add comment Giugno 18, 2007

L’INDIFFERENTE di Marcel Proust

Certo, come un tempo avevo detto ad Albertine: “Non ti amo”, perché mi amasse;
“Dimentico le persone, quando non le vedo”, perché mi vedessero spesso; “Ho
deciso di lasciarti”, per prevenire ogni idea di separazione; se ora le dicevo
“addio per sempre” era perché volevo assolutamente che tornasse entro una
settimana; se le dicevo “sarebbe pericoloso vederti”, era perché volevo
rivederla; se le scrivevo: “hai avuto ragione, saremmo infelici insieme”, era
perché vivere separato da lei mi pareva peggiore della morte.

Dall’analisi di questo passo de La fuggitiva, peraltro simile in contenuto ad altri brani della Recherche, si avverte l’indispensabilità che assume, tutt’un tratto, questa novella minima che lo stesso autore aveva pubblicato, poi dimenticandola, su di una rivista culturale francese, nel febbraio del 1896. Nel suo carteggio, la definisce “stupida novella” – si tenga conto che l’aveva persino eliminata, giudicandola immatura, dalla raccolta Les plaisirs et les jours, – e tale deve averla ritenuta se, contrariamente al suo costume di conservare ogni stesura dei suoi scritti, non ne aveva più copia dopo aver deciso di pubblicarla. Ma, come dicevamo, Proust avverte d’improvviso la necessità di possedere di nuovo la stesura de L’indifferente. Cosa è accaduto nella mente dell’autore francese? Perché l’impellenza di rileggere, di possedere ancora questo parsimonioso racconto d’amore non corrisposto, privo di effetto, privo di corposità nella narrazione, così scandalosamente scarno se messo a paragone con le colossali e pedisseque stesure successive? Ebbene, tutto il valore che questa novella dimenticata ha rivelato è senz’altro la grandiosità dell’intuizione. Proust aveva, con molta probabilità, sentito l’esigenza di ripercorrere, proprio attraverso la rilettura di quel testo passato che la sua minuziosità tendeva a disconoscere, il percorso mentale che lo aveva condotto ad una prima analisi, seppur ancora del tutto superficiale, dell’indolenza suscitata dalla totale assenza di passioni.
Eppure, non si tratta di una semplice rappresentazione di personaggi privi di passioni o, al contrario, di un eccesso di vizi. Su questa scia potremmo menzionare la grandiosità del personaggio Andrea Sperelli o quella del suo alter ego irlandese Dorian Gray. L’indifferente proustiano non ha, però, punti di contatto con queste due personalità, poiché la classica indolenza si genera non più dall’accesso quanto dallo snobismo, dalla mancanza totale di stimoli; e, per paradosso, trova terreno fertile proprio nella passione di qualche altro.
Il plot costruito ne L’indifferente è quello immediato ed ingenuo dell’amore non corrisposto; siamo capaci, tuttavia, di mettere in luce in questa narrativa ancora del tutto immatura – si tenga conto che questa novella risale alle primissime composizioni del grande narratore francese, – la grandiosità di un’intuizione sensazionale che, poi, risulterà essere la spina dorsale di tutta la Recherche. C’è un uomo e c’è una donna; l’una si accorge dell’amore che nutre per l’altro proprio nel momento in cui delinea chiaramente la sua mancanza di interesse. Dunque, in un tema astrusamente antiquato, rinveniamo una profonda analisi, che non sa di psicologia o indagine comportamentale, al contrario, essa proviene dalla pratica, dalla realtà; l’occhio di chi osserva non può fare a meno di avvedersi di questa condizione bieca del sentimento amoroso. Tutto lo splendore dell’affetto, del sentimento, si riduce ad una infinitesimale apatia; ossia laddove c’è noncuranza ecco nascere l’interesse: chi viene amato, per noia, non ama a sua volta, ma al contrario inizia a nutrire un senso di repulsione.
Ma che sentimento è l’amore quando nasce dall’indifferenza?
E’ questo il dilemma che sembra proporci la lettura di questo testo. Ossia: se una passione nasce come contrario di sé stesso, come rincorsa, come ricerca eccentrica e ossessiva del possesso, allora forse non è passione. Allo stesso tempo: quali passioni conosciamo, nella sfera delle emozioni sentimentali, che non nascano da questo astruso congegno di snobismo e adorazione? Il sentimento amoroso non è più, in questa nuova prospettiva realista, un altruistico concentrarsi su di un essere umano che suscita la nostra ammirazione, il nostro compiacimento; al contrario: il sentimento amoroso è tutt’al più una ennesima riconferma di noi stessi, della nostra autostima. Rincorrere chi non ci ama è la non accettazione di un interesse che si vorrebbe suscitare negli altri e non nasce. E’, dunque, l’insoddisfazione, l’amara sconfitta che sceglie l’oggetto del nostro amore, non più la volontà o, ancora, come dovrebbe essere, il sentimento.
Allo stesso modo, sempre secondo meccanismi inconsci che lasciamo ad unapiù consapevole analisi di carattere psicologico-comportamentale, si idealizza chi ci rifiuta, anche quando ha difetti evidentissimi, a tal punto da chiedersi: perché mai io non posso ambire a tanto?
Lepré pare assente, non concede alcuna considerazione a Madeleine, che, per contro, non ha altro pensiero che l’uomo che l’ha ignorata. Ed ecco che il sentimento, o quello che dovrebbe essere definito tale, si trasforma in capriccio:

Tornata a casa, Madelaine, mentre si spogliava lentamente, ricordò gli avvenimenti della serata. Quando arrivò al momento in cui Lepré aveva rifiutato di restare con lei durante l’ultimo atto, arrossì per l’umiliazione. La più elementare civetteria, come il senso più rigoroso della sua dignità, le imponevano, dopo questo fatto, di trattare Lepré con la massima freddezza. E invece, quel triplice invito sulle scale! Indignata, sollevò fieramente la testa e si vide apparire in fondo allo specchio, così bella che non dubitò ch’egli l’avrebbe amata. Inquieta e desolata per la sua prossima partenza, Madelaine immaginava la tenerezza di Lepré, ch’egli aveva voluto, non sapeva perché, tenerla celata. Gliel’avrebbe confessata, forse con una lettera, di lì a poco, e certo avrebbe ritardato la partenza, sarebbe partito con lei… Come?… Era un pensiero assurdo. Ma vedeva il bel viso innamorato di lui avvicinarsi al suo, chiederle perdono.

Non solo, l’amore non corrisposto, la mancanza di considerazione è anche un accenno di maturità e consapevolezza dei dolori che i propri atteggiamenti superficiali e sconsideratamente viziosi generano:

Amare un uomo rozzo che non l’avrebbe neppure compresa sarebbe stato ancora più crudele. Allora, rimproverando nell’intimo a Lepré la sua indifferenza, volle rivedere gli uomini innamorati di lei coi quali era stata indifferente e civetta, per manifestare loro quella pietà ingegnosa e tenera che avrebbe almeno voluto ottenere da lui.

Questa congeria di sentimenti confusi e contraddittori è, come non manchiamo di ribadire, l’antefatto di tematiche più consapevolmente sviluppate nella prosa successiva. Tutte le argomentazioni proustiane le troviamo in fieri in queste poche pagine. C’è, per fare qualche esempio più eclatante, l’accostamento ad opere d’arte per la descrizione della persona amata, la metafora dei fiori per la presentazione degli stati d’animo; tutte similarità sorprendenti che rendono più umana e accessibile la successiva e magistrale composizione della Recherche.
Preziosa questa novella, dunque, per molti motivi. Preziosa anche perché risulta essere l’unico testo in cui lo scrittore utilizza come metafora una crisi asmatica, stato patologico che gli aveva modificato la vita fino a condizionargliela:

Un bambino che sin dalla sua nascita respiri senza avervi mai fatto caso, non sa quanto l’aria che gli gonfia il petto – così dolcemente ch’egli non se ne accorge nemmeno – sia essenziale alla sua vita. Ma se durante un accesso febbrile, in una crisi di convulsioni, si sente soffocare, nello sforzo disperato di tutto il suo essere è quasi per la vita ch’egli deve lottare, per quella tranquillità perduta che ritroverà solo insieme all’aria, da cui non si era reso conto che fosse inseparabile.
Ne L’indifferente abbiamo scoperto uno strumento ulteriore per capire il processo creativo della Recherche, ma è anche possibile non avere così grandi aspettative e godere di una lettura importante, capace di far riflettere su certi meccanismi che, presto o tardi, hanno riguardato tutti e che sono propri della mente umana.

Add comment Giugno 18, 2007


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