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PROUST INEDITO: Conversazione con mia madre
Per l’inedito Conversazione con mia madre di Marcel Proust, che era stato scritto nel 1909, intendo seguire la redazione del critico Bernard De Fallois che tra i primi, nel 1954, cominciò a riordinare le “paperoles”, ossia gli “scartafacci” proustiani. Il primo problema è quello della genesi e dell’edizione del blocco di saggi di tono familiare e dei capitoli di romanzo che anticipano personaggi e dialoghi di casa Guermantes. Questi materiali abbandonati, in parte utilizzati in una raccolta Gallimard del ’54, facevano parte della seconda stesura del Contre Sainte-Beuve, un saggio critico poi lasciato interrotto e, qua e là incompiuto, pubblicato postumo nel 1971 nella Pléiade-Gallimard, con testo critico a cura di Pierre Clarac. Ma Conversazione con mia madre, insieme ad altri saggi e conversazioni di tono familiare, era stato espunto dalla raccolta della Pléiade e dalla traduzione italiana del Contre Sainte-Beuve, curata da Einaudi nel 1974.I critici, sempre in polemica tra loro, hanno tentato in tutti questi anni di suggerire delle direzioni nel lavoro rimasto interrotto di Proust su Sainte-Beuve. Eppure l’intrusione continua nell’opera letteraria della vita privata dello scrittore stava a dimostrare che il Sainte-Beuve, più che come saggio critico, era nato come racconto di Proust, attraverso l’esposizione dialogata fatta alla propria madre. Quindi, un trapianto in forma diretta nel discorso su Sainte-Beuve, mediante il quale Proust ci racconta la propria vita.Ma non è neppure da respingere la seduzione che queste carte possono offrire, ossia la tentazione di raccogliere solo le pagine critiche su Sainte-Beuve, tralasciando tutto il resto, come nel piano dell’edizione de La Pléiade e nella traduzione italiana Einaudi.Chiedo a Giovanni Raboni, traduttore della Recherche da Mondadori: “Qual era il progetto iniziale del Contre Sainte-Beuve di Marcel Proust?”. Risponde Raboni: “Nasceva come progetto Recherche, ossia come romanzo su Sainte-Beuve; curiosa commistione di parti narrative e saggistiche. Ma qualche volta il lavoro editoriale si riduce a un ‘optimum’ di collocazione, per cui le parti narrative furono espunte dall’edizione definitiva della Pléiade”.Una vera e propria “équipe Proust” sta studiando l’immensa mole di documenti e manoscritti del fondo Mante-Proust, acquistati dallo stato francese nel 1962 e ora alla Bibliothèque Nationale. “Il lavoro più opportuno che possa attualmente proporsi nella filologia francese”, dice Luciano De Maria della Mondadori, “è un’edizione critica e di recupero dei manoscritti di Marcel Proust”. Alla luce delle recenti scoperte, anche l’edizione critica della Pléiade deve essere rifatta (curatori Bernard Brun e Jean-Yves Tadié), con un nuovo apparato di note filologiche, critiche, storico-esplicative da contenere almeno in quattro, cinque volumi.“È una tale mole di inediti”, dice Luciano De Maria, “che è sconvolto anche il piano editoriale della Recherche tradotta da Giovanni Raboni. Alcuni ‘avantesti’ confluiranno nelle note critiche di Alberto Beretta Anguissola e di Daria Galateria. Gli altri scritti e le prime stesure della Recherche saranno raccolti a parte in uno o più volumi della collana Biblioteca. Mentre una scelta delle lettere dalla Correspondance (Plon) sarà pubblicata in due volumi nei Meridiani di Mondadori”.Al francesista Alberto Beretta Anguissola, autore del Proust inattuale (1976), già allievo di Giovanni Macchia, curatore con Daria Galateria di Alla ricerca del tempo perduto nella edizione Mondadori, rivolgiamo alcune domande sulla Conversazione con mia madre di Proust.Il tema di questa Conversazione, che risale al 1909, è già quello della Recherche, che pure è abbastanza posteriore. Ma assistiamo allo stesso svolgimento: campanili, alberi, lastricati, una cena, Venezia, la memoria della madre. Qual è il livello narrativo di questa Conversazione con la madre?”È un testo bellissimo, che vale la pena di riprendere, appunto, nella collana Biblioteca di Mondadori. Alcuni di questi elementi verranno poi utilizzati nella Recherche. C’è il dormiveglia, la luce a Illiers-Combray, il clima della camera, il resoconto delle conversazioni con la madre. Ma, nel ricostruire i singoli dettagli, bisognerebbe esaminare meglio i fogli manoscritti. Per questo, sono un po’ esitante. Comunque, negli ultimi studi sui manoscritti, emerge un Proust scrittore incontentabile, quasi privo di facilità e sicurezza, il quale rifaceva i testi attraverso diverse stesure, qualche volta anche con delle grosse difficoltà nel ricercare la soluzione finale”.Quali punti oscuri potrebbe chiarire l’edizione critica di tutti gli scritti di Proust?”Per esempio, il dilemma sulle origini della Recherche. Pare che è esistita una prima stesura della Recherche anteriore al 1908. Secondo Painter, c’è una prima stesura già nel 1905. Anche Giovanni Macchia, in un suo saggio, si interroga sul soggiorno di Proust a Versailles nel 1905, dopo la morte della madre. Era rimasto completamente solo in albergo per ben otto mesi. Ora, nel Carnet del 1908 (curato da Philip Kolb), c’è un’intera sezione che s’intitola Pagine scritte, e non è poco. I temi essenziali del romanzo, dunque, erano già fissati nel 1908″.Perché finora non è stato pubblicato da noi un testo essenziale come Conversation avec Maman?”Fino a dieci, venti anni fa, non c’era ancora una domanda così pressante di testi proustiani. Oggi, invece, si avverte una sorta di idolatria nei confronti dell’opera di Proust e, quindi, una curiosità conseguente rivolta anche ai testi rimasti inediti o sconosciuti. Una pubblicazione come le Poesie, tradotte da Franco Fortini per Einaudi, dieci anni fa non sarebbe stata neppure concepibile. Semmai, si tratta di una curiosità utile agli studiosi”.E il personaggio Proust, come esce dalla Conversazione con la madre?”Era completamente invaso dalle emozioni. Per Proust, amare è cercare di spiegare, di sviluppare questi mondi sconosciuti che restano avviluppati dentro di noi. Era di una vulnerabilità totale. Ma già le biografie conosciute ci davano l’immagine classica di un emotivo. Ora, sempre a proposito del rapporto tra madre e figlio, mi pare interessante la citazione sul rapporto malattia – madre, da una lettera dello stesso Proust: ‘La verità è che appena sto bene, siccome la vita che mi fa stare bene ti esaspera, tu demolisci tutto, finché non sto di nuovo male. Non è la prima volta’”. (Alla madre, 6 dicembre 1902).Add comment Giugno 18, 2007
L’INDIFFERENTE di Marcel Proust
“Dimentico le persone, quando non le vedo”, perché mi vedessero spesso; “Ho
deciso di lasciarti”, per prevenire ogni idea di separazione; se ora le dicevo
“addio per sempre” era perché volevo assolutamente che tornasse entro una
settimana; se le dicevo “sarebbe pericoloso vederti”, era perché volevo
rivederla; se le scrivevo: “hai avuto ragione, saremmo infelici insieme”, era
perché vivere separato da lei mi pareva peggiore della morte.
Dall’analisi di questo passo de La fuggitiva, peraltro simile in contenuto ad altri brani della Recherche, si avverte l’indispensabilità che assume, tutt’un tratto, questa novella minima che lo stesso autore aveva pubblicato, poi dimenticandola, su di una rivista culturale francese, nel febbraio del 1896. Nel suo carteggio, la definisce “stupida novella” – si tenga conto che l’aveva persino eliminata, giudicandola immatura, dalla raccolta Les plaisirs et les jours, – e tale deve averla ritenuta se, contrariamente al suo costume di conservare ogni stesura dei suoi scritti, non ne aveva più copia dopo aver deciso di pubblicarla. Ma, come dicevamo, Proust avverte d’improvviso la necessità di possedere di nuovo la stesura de L’indifferente. Cosa è accaduto nella mente dell’autore francese? Perché l’impellenza di rileggere, di possedere ancora questo parsimonioso racconto d’amore non corrisposto, privo di effetto, privo di corposità nella narrazione, così scandalosamente scarno se messo a paragone con le colossali e pedisseque stesure successive? Ebbene, tutto il valore che questa novella dimenticata ha rivelato è senz’altro la grandiosità dell’intuizione. Proust aveva, con molta probabilità, sentito l’esigenza di ripercorrere, proprio attraverso la rilettura di quel testo passato che la sua minuziosità tendeva a disconoscere, il percorso mentale che lo aveva condotto ad una prima analisi, seppur ancora del tutto superficiale, dell’indolenza suscitata dalla totale assenza di passioni.
Eppure, non si tratta di una semplice rappresentazione di personaggi privi di passioni o, al contrario, di un eccesso di vizi. Su questa scia potremmo menzionare la grandiosità del personaggio Andrea Sperelli o quella del suo alter ego irlandese Dorian Gray. L’indifferente proustiano non ha, però, punti di contatto con queste due personalità, poiché la classica indolenza si genera non più dall’accesso quanto dallo snobismo, dalla mancanza totale di stimoli; e, per paradosso, trova terreno fertile proprio nella passione di qualche altro.
Il plot costruito ne L’indifferente è quello immediato ed ingenuo dell’amore non corrisposto; siamo capaci, tuttavia, di mettere in luce in questa narrativa ancora del tutto immatura – si tenga conto che questa novella risale alle primissime composizioni del grande narratore francese, – la grandiosità di un’intuizione sensazionale che, poi, risulterà essere la spina dorsale di tutta la Recherche. C’è un uomo e c’è una donna; l’una si accorge dell’amore che nutre per l’altro proprio nel momento in cui delinea chiaramente la sua mancanza di interesse. Dunque, in un tema astrusamente antiquato, rinveniamo una profonda analisi, che non sa di psicologia o indagine comportamentale, al contrario, essa proviene dalla pratica, dalla realtà; l’occhio di chi osserva non può fare a meno di avvedersi di questa condizione bieca del sentimento amoroso. Tutto lo splendore dell’affetto, del sentimento, si riduce ad una infinitesimale apatia; ossia laddove c’è noncuranza ecco nascere l’interesse: chi viene amato, per noia, non ama a sua volta, ma al contrario inizia a nutrire un senso di repulsione.
Ma che sentimento è l’amore quando nasce dall’indifferenza?
E’ questo il dilemma che sembra proporci la lettura di questo testo. Ossia: se una passione nasce come contrario di sé stesso, come rincorsa, come ricerca eccentrica e ossessiva del possesso, allora forse non è passione. Allo stesso tempo: quali passioni conosciamo, nella sfera delle emozioni sentimentali, che non nascano da questo astruso congegno di snobismo e adorazione? Il sentimento amoroso non è più, in questa nuova prospettiva realista, un altruistico concentrarsi su di un essere umano che suscita la nostra ammirazione, il nostro compiacimento; al contrario: il sentimento amoroso è tutt’al più una ennesima riconferma di noi stessi, della nostra autostima. Rincorrere chi non ci ama è la non accettazione di un interesse che si vorrebbe suscitare negli altri e non nasce. E’, dunque, l’insoddisfazione, l’amara sconfitta che sceglie l’oggetto del nostro amore, non più la volontà o, ancora, come dovrebbe essere, il sentimento.
Allo stesso modo, sempre secondo meccanismi inconsci che lasciamo ad unapiù consapevole analisi di carattere psicologico-comportamentale, si idealizza chi ci rifiuta, anche quando ha difetti evidentissimi, a tal punto da chiedersi: perché mai io non posso ambire a tanto?
Lepré pare assente, non concede alcuna considerazione a Madeleine, che, per contro, non ha altro pensiero che l’uomo che l’ha ignorata. Ed ecco che il sentimento, o quello che dovrebbe essere definito tale, si trasforma in capriccio:
Tornata a casa, Madelaine, mentre si spogliava lentamente, ricordò gli avvenimenti della serata. Quando arrivò al momento in cui Lepré aveva rifiutato di restare con lei durante l’ultimo atto, arrossì per l’umiliazione. La più elementare civetteria, come il senso più rigoroso della sua dignità, le imponevano, dopo questo fatto, di trattare Lepré con la massima freddezza. E invece, quel triplice invito sulle scale! Indignata, sollevò fieramente la testa e si vide apparire in fondo allo specchio, così bella che non dubitò ch’egli l’avrebbe amata. Inquieta e desolata per la sua prossima partenza, Madelaine immaginava la tenerezza di Lepré, ch’egli aveva voluto, non sapeva perché, tenerla celata. Gliel’avrebbe confessata, forse con una lettera, di lì a poco, e certo avrebbe ritardato la partenza, sarebbe partito con lei… Come?… Era un pensiero assurdo. Ma vedeva il bel viso innamorato di lui avvicinarsi al suo, chiederle perdono.
Non solo, l’amore non corrisposto, la mancanza di considerazione è anche un accenno di maturità e consapevolezza dei dolori che i propri atteggiamenti superficiali e sconsideratamente viziosi generano:
Amare un uomo rozzo che non l’avrebbe neppure compresa sarebbe stato ancora più crudele. Allora, rimproverando nell’intimo a Lepré la sua indifferenza, volle rivedere gli uomini innamorati di lei coi quali era stata indifferente e civetta, per manifestare loro quella pietà ingegnosa e tenera che avrebbe almeno voluto ottenere da lui.
Questa congeria di sentimenti confusi e contraddittori è, come non manchiamo di ribadire, l’antefatto di tematiche più consapevolmente sviluppate nella prosa successiva. Tutte le argomentazioni proustiane le troviamo in fieri in queste poche pagine. C’è, per fare qualche esempio più eclatante, l’accostamento ad opere d’arte per la descrizione della persona amata, la metafora dei fiori per la presentazione degli stati d’animo; tutte similarità sorprendenti che rendono più umana e accessibile la successiva e magistrale composizione della Recherche.
Preziosa questa novella, dunque, per molti motivi. Preziosa anche perché risulta essere l’unico testo in cui lo scrittore utilizza come metafora una crisi asmatica, stato patologico che gli aveva modificato la vita fino a condizionargliela:
Un bambino che sin dalla sua nascita respiri senza avervi mai fatto caso, non sa quanto l’aria che gli gonfia il petto – così dolcemente ch’egli non se ne accorge nemmeno – sia essenziale alla sua vita. Ma se durante un accesso febbrile, in una crisi di convulsioni, si sente soffocare, nello sforzo disperato di tutto il suo essere è quasi per la vita ch’egli deve lottare, per quella tranquillità perduta che ritroverà solo insieme all’aria, da cui non si era reso conto che fosse inseparabile.
Ne L’indifferente abbiamo scoperto uno strumento ulteriore per capire il processo creativo della Recherche, ma è anche possibile non avere così grandi aspettative e godere di una lettura importante, capace di far riflettere su certi meccanismi che, presto o tardi, hanno riguardato tutti e che sono propri della mente umana.
Add comment Giugno 18, 2007
