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L(a) M(orte) P(ossibile). Breve presentazione di Leopoldo María Panero
“Uomo normale che per un momentoincroci la tua vita con la vita del mostro
devi sapere che non fu per uccidere il pellicano
che fu per niente per cui io giaccio qui tra i sepolcri
e che a niente se non al caso e a nessuna volontà sacra
di demonio o di dio io devo il mio disastro”.
L.M.P
Porta un maglione rosso stinto, con una macchia sul petto, una giacca lisa, ha i capelli bianchi arruffati e sulla fronte una crosta di sangue per una caduta recente. Gli occhi sono torbidi, schiumosi di luce nera come una cloaca a cielo aperto. Il posacenere è ormai colmo di sigarette contorte, fumate a metà, ora si toglie dalla bocca l’ultimo mozzicone e lo getta sul pavimento, e lo calpesta con forza: “Schiaccio le sigarette come fossero bambini”, dice.
Se John Donne afferma che “nessuno va addormentato verso il patibolo”, Leopoldo dà l’impressione di muoversi nel mondo in un suo nero sogno, di ritorno da una morte feroce.
Ha trascorso tutta l’infanzia e la gioventù graffiando il ventre della vita, squarciando il ventre della vita per trovarne un senso, ma al senso della vita non ha mai creduto. A cinque anni terrorizzava il padre, Leopoldo Panero Torbado, poeta “laureato” del regime franchista, scrivendo versi non precisamente propri di una mente infantile: “Fatemi uscire dalla tomba ma / là mi lasciarono con gli abitanti / delle cose distrutte / che ormai non erano più / che quattromila scheletri”. A vent’anni, dopo il carcere per l’attività politica antifranchista, prima, e poi per vagabondaggio e omosessualità, una serie di tentativi di suicidio. E poi, verso la fine degli anni settanta, verso i suoi trent’anni, già poeta conosciutissimo in Spagna, e dopo aver patito le prime esperienze di trattamento psichiatrico, viene il periodo parigino che diede origine allo splendido “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”, un tempo in cui sopravvisse frugando nell’immondizia, cercando nei rifiuti prodotti dalla Città l’alimento quotidiano del corpo e il senso dell’esistenza, perché, come dicevano gli Alchimisti, in stercore invenitur. E vivendo esperienze sessuali estreme, cercando in Sade e Masoch gli strumenti per “deflorare / con tutto il fango della vita / ciò che ancora non ha vissuto”. Poi ancora la dipendenza dall’alcool e dalle droghe (“E nella notte ascoltai il tuo abbraccio / corretto e silenzioso, / signora / bellissima dama / che nella notte giochi / un bianco gioco”. E “ Il diamante è una supplica / che tu inietti nella mia carne / il sole impaurito fugge / quando ciò m’entra in vena”), che lo condusse alla perdita degli amici e della famiglia, a internamenti manicomiali sempre più frequenti, finché tutto il suo mondo esteriore fu ridotto al perimetro del sanatorio psichiatrico.
Ha fatto il Giro dei Manicomi di Spagna, si è ridotto a “un vecchio che piscia”, la cui figura incurvata e frankensteiniana e la cui risata stentorea a volte spaventano la gente bene e meno bene di Las Palmas (può lasciare la mattina l’ospedale psichiatrico e girovagare liberamente per la città, verso le otto e mezza di sera deve fare ritorno al sanatorio), ma in tutti questi anni di tormenti non ha mai smesso di scrivere (ha pubblicato più di trenta libri, di poesia, narrativa, saggistica). E anche adesso, qui all’Esdrújulo, mi recita con voce nebbiosa di mostro una poesia composta di recente: “… questa poesia / che rinnega il pianto e la schiuma / che versano gli occhi / e incendiando il silenzio / scrivo con gli occhi della schiuma”.
Continua a scrivere (ultimamente detta i suoi testi a Sebensui Álvarez o a Félix Caballero, poeti di Las Palmas) e a pubblicare. E la peggior risposta alla sua opera sarebbe, come fa notare lo studioso Túa Blesa, “quella di appellare alla condizione della pazzia come giudizio critico”. Lo stesso L. M. P., già nel 1973, lucidamente avvertiva: “Nulla della mia esperienza t’interessa: vuoi solo sapere di questa finzione… di questa entità chiamata autore che ti serve per digerirmi, questa povera immaginazione (Leopoldo María Panero) che ora divorano i cani… Lasciate adesso che questa legione di formiche porti a spasso la sua imbecille laboriosità sopra la maschera caduta sull’asfalto…”. La scrittura di L. M. P. merita l’attenzione più grande: ha costruito un’opera marchiata dalla disubbidienza, fedele a ciò che Maurice Blanchot sosteneva: “Scrivere… è la più grande violenza, perché trasgredisce la Legge, ogni legge e la sua propria legge”. Una scrittura di oscurità dionisiache provviste di un corpo apollineo atrocemente bello (“L’ago disegna lento / un qualche cervo tra le mie vene / quando il veleno entra in sangue / il mio cervello è una rosa”).
Túa Blesa ha ben individuato il tratto essenziale, l’elemento di lucida coscienza che fa di L. M. P. uno dei pochi, davvero grandi poeti della nostra epoca: Panero è l’ultimo poeta: egli stesso lo spiega: “La letteratura non è che un’immensa correzione di bozze e noi, gli scrittori ultimi o postumi, siamo soltanto correttori di bozze”. A questa coscienza artistica, nient’affatto rinunciataria, anzi, quanto mai combattiva e liberata dall’illusione stupida dell’originalità, si unisce una lucidità vitale che individua dolorosamente i limiti (cioè la beffarda negazione) della libertà umana: è Achille che va a conoscere la mortalità del suo corpo immortale, o potremmo dire, con le parole di Marguerite Yourcenar, che per quanto io cambi, il mio destino non cambia. Qualsiasi figura puó inscriversi all’interno di un circolo.
Le continue citazioni di altri autori, negli scritti e nella conversazione che, per esempio, Leopoldo sta ora mantenendo con me, il rumore, sommesso o strepitoso, delle varie lingue utilizzate, come un unico, babelico e globalizzato racconto della tribù (in parole di Ezra Pound), sono il tentativo tenace di raschiare il barile del pensiero e dell’emozione umani, di trarne le viscere (l’immondizia?) alla luce che scivola sul palmo della mano offerente di un Cristo nato dal seme libertario e sconfitto di Satana. Io mi autodistruggo per non essere come gli altri. E un solo rivolo di sangue fresco strappato alchemicamente alla mummia di ciò che siamo richiede uno scavo interminabile sul morto. Il morto che è già condizione iniziale (“Postumo: tardi è l’esser nato ieri” recita Marziale), perché “ormai non c’è niente / solo la poesia come un pus”, e il pus è il fremito delL(a) M(orte) P(ossibile).
Leopoldo, come no?, chiede un’altra coca cola, e fuma a metà un’altra sigaretta, e la schiaccia sul posacenere, e mi recita a memoria l’Inferno di Dante, e il rumore di fondo dell’Esdrújulo, la chiacchiera della gente, il tintinnío dei bicchieri, le frenate e le accelerazioni delle automobili oltre la finestra, mi raccontano la tribù dei vivi o morti, dei vivi e morti.
“Io sono solo tra le cicche, sono la cenere della poesia in cui non credo, sono la cenere del verso e della poesia, son colui che vive senza aver più senso, come dice una profezia di Nostradamus, un labbro: sono la cenere del volli essere spento come una cicca nel posacenere, come dissi in un’intervista fatta all’uomo che ormai non è più Leopoldo María Panero ”.
In italiano sono disponibili, di Leopoldo María Panero:
“Narciso nell’accordo estremo dei flauti” (trad. Ianus Pravo, Azimut 2005)
“Dal manicomio di Mondragón” (trad. Ianus Pravo, Azimut 2007)
In programmazione per l’autunno, stesso traduttore e stesso editore, “Tana di un animale che non esiste”.
In spagnolo, tra le numerosissime opere, segnaliamo:
“Poesía Completa. 1970-2000” a cura di Túa Blesa (Visor, 2001).
“Teoría del miedo” (Igitur, 2000)
“Erección del labio sobre la página” (Valdemar, 2004)
“Danza de la muerte” (Igitur 2004)
“Esquizofrénicas o La balada de la lámpara azul” (Hiperión, 2005)
“Poemas de la locura” (Huerga y Fierro, 2005).
Saggi su Leopoldo María Panero:
“Leopoldo María Panero. El último poeta” (Túa Blesa, Valdemar, 1995)
“El contorno del abismo. Vida y leyenda de Leopoldo María Panero” (J. Benito Fernandez, Tusquets, 1999).
Film su L. P. M.:
“El desencanto”, regia di Jaime Chávarri, 1976
“Después de tantos años”, regia di Ricardo Franco, 1994
6 comments Giugno 18, 2007