Posts filed under 'Lavanya Sankaran'
IL TAPPETO ROSSO – STORIE DI BANGALORE di Lavanya Sankaran
“E questa è l’India,(…) un paese che divide, un miscuglio esasperante di antichi valori e cultura pop moderna, di profonda saggezza e ignoranza totale.”Questo è uno degli incisi di questo libro che, senza dubbio, dà un senso compiuto alle otto storie di Bangalore. L’autrice, Lavanya Sankaran, ci racconta degli spaccati di vita indiana che sorprendono, non tanto per il contenuto del racconto che, peraltro, non ha intrecci o risvolti eclatanti. L’India è diventato un paese contraddittorio, un paese fatto di minigonne sintetiche e sari di seta, templi e condomini, arrosto di carne e pietanze vegetariane, danze orientale e musica da discoteca, tè ed alcol, tika e rossetto. E’ questa l’India de “Il tappeto rosso”; dunque, questa magica terra orientale non è fatta più solo di povertà, degrado e tradizione, ma anche di luci abbaglianti, progresso e modernità.
Le donne non sono più leggere e silenziose, ma realizzate, sicure di sé; viaggiano in aereo e possiedono lo scettro del proprio avvenire, mentre le famiglie subiscono profonde spaccature e finte mediazioni tra vecchie e nuove generazioni, ragazzi e ragazze scoprono la sessualità molto prima di quanto l’abbiano scoperta i propri genitori e rifiutano i matrimoni combinati e le vetuste questioni di religione e casta.
Tutto questo intrico di pensiero lo ritroviamo fin da subito, nel primo racconto Bombay qui in cui un giovane indiano, osservando i suoi coetanei, riscopre la voglia di mettere su famiglia. La madre si adopera subito per trovargli una moglie, ma lui vuole sceglierla da sé la sua compagna di vita. Scopre, a fine racconto, di provare un sentimento per Ashwini, “acquisto recente per la città, nata e cresciuta a Bombay” e moderna, all’avanguardia, spigliata, decisamente sopra le righe, una che “nonostante fosse lì da un anno, soffriva ancora di crisi di astinenza,e la sua conversazione era spesso colorita di Bombay qui, Bombay là e a Bombay noi e oh dio perché a Bangalore no?(…) era un’entusiasta, una mina vagante di energia, e risate, gridolini, baci e abbracci, con i fianchi che oscillano beati al ritmo della musica (…)”; di certo Ramu non l’avrebbe stimata se non avesse scoperto che la ragazza ha donato un rene ad un suo cugino, fatto considerevole che gli mostra il lato più profondo della ragazza. Accade, però, qualcosa che impedisce ai due di stare insieme.
Un ritmo decisamente diverso, più veloce ed ilare, presentano i successivi due racconti Tende tirate e Due quattro sei otto. Nel primo riscopriamo il grottesco personaggio D’Costa, un anziano pensionato dedito in maniera ossessiva all’arte dello spiare i propri vicini: “(…) era un modo per assegnarsi uno scopo, e giustificava la sua abitudine di starsene ad una finestra del primo piano a condurre un’indagine dettagliata sui vicini, con una concentrazione e un’immobilità dovute all’eccesso di tempo a disposizione e alla scarsità di energie.”Nel secondo racconto una ragazzina ricca e la sua governante Mary, intessono rapporti ambigui fatti di furberie, piccoli furti e passeggeri giochi erotici: “Quando ero piccola e disobbedivo a Mary o facevo un capriccio, lei non aveva il permesso di sculacciarmi. Era un privilegio riservato a mia madre soltanto. Così Mary inventava stratagemmi nuovi ed intriganti per tenermi tranquilla. Mi infilava in mano i dolcetti proibiti. (…) Un giorno, facevo un capriccio dopo l’altro. Mary aveva già bevuto il latte che detestavo facendomi guadagnare un distratto “Brava bambina” di mia madre. Mary mi aveva allungato due caramelle che consumai avidamente, l’una dopo l’altra. Ma continuavo a fare i capricci. (…) Così Mary mi portò in bagno, mi alzò il vestito, mi sfilò le mutande e mi fece sdraiare a terra. Non dirlo a tua madre, disse, sfregandomi il palmo della mano tra le gambe.”
I due racconti più seriosi, quelli che affrontano temi importanti di degrado ed emarginazione sociale sono Il tappeto rosso e Caffè di Mysore. Nel primo, che peraltro presta il nome all’intera raccolta, si narra dello strano rapporto di rispetto e stima che finisce per legare una donna ricca al suo autista: “In men che non si dica, Raju si ritrovò a raccontarle tutto: le speranze, i sogni, i desideri più appassionati per la sua amata Hema, e lo scoraggiamento (…) Per quanto tempo sarebbe riuscito a mandarla a scuola, con tante bocche da sfamare? Il suo stipendio, sebbene fosse più alto del precedente, sembrava svanire altrettanto in fretta tra medicina, cibo (…) Nell’altro racconto Sita, contabile di una società molto in vista e figlia di un suicida, pensa a sua volta continuamente all’idea di togliersi la vita: “Stamattina si sente paralizzata. Il traffico le scorre accanto, zigzagando nella sua corsia, visi imbronciati lanciano sguardi rabbiosi dai finestrini che le sfrecciano davanti. In macchina, l’aria condizionata ronza piano.(…) Sita sente la morsa del reggiseno che la strige, una linea di sudore le affonda nei polmoni, smorzandole il respiro e marchiandole la pelle di strisce rosse che ci metteranno almeno una giornata a sparire.”
Alla volta di una leggerezza moralistica concorrono gli altri tre racconti: Rompicapo, Cip-cip gnam-gnam e Torta di mele, una in due; tre storie fatte di una commistione, che non riesce ancora a fondersi, tra la cultura occidentale, in specie modo quella avanguardista e liberale degli Stati Uniti e quella ancora zoppicante a fintamente moderna dell’India. Storie di trentenni a metà passo tra la tradizione e il progresso, tra la voglia di libertà e la riscoperta dei valori della propria tradizione. E’ proprio in Rompicapo che si racchiude tutto il senso di questo libro, un racconto che sembra essere autobiografico tanto è vicino all’esperienza vissuta dalla scrittrice: è la storia di Priyamvada, una ragazza indiana che vive negli Usa insieme alla sua famiglia e che sente forte il disagio e la consapevolezza di non poter appartenere a questa società, che sottolinea ogni giorno le sue dissomiglianze già solo mettendo a paragone il colore della pelle con quella dei suoi coetanei. Esprime così diverse volte il desiderio di ritornare in quella terra che sente più vicina al suo modo d’essere, sia fuori che dentro il suo corpo; tuttavia, suo padre e sua madre – i quali le appaiono superficiali e distratti – non vogliono saperne di ritornare in India, ma danno il permesso alla figlia di andare a caccia delle proprie origini e di scoprire da sé perché certuni scappano senza conservare la voglia del ritorno. In India la ragazza, chiamata semplicemente Priya viene a conoscenza di una realtà fatta di pregiudizi religiosi e di casta, di false informazioni sul mondo, di una modernità giovanile che ancora stenta a venir fuori e di una mancanza fondamentale di libertà e benessere.
Scrivendo una e-mail al padre non trova il coraggio di dirgli che comincia a nutrire il sospetto che suo padre non abbia avuto, anni addietro, tutti i torti a voler essere cittadino di una realtà diversa: “(…) avrebbe potuto semplicemente sputar fuori quello che aveva in testa, forte e chiaro, mettere le parole sullo schermo, nero su bianco, e mandargliele: capisco perché hai fatto le tue scelte e grazie di consentirmi di fare le mie. Le sue mani rimasero ferme, silenziose. Spense il computer (…) Diede un’occhiata all’orologio. Tra poco sarebbe stata sera in India e mattino in America, e suo padre avrebbe presto telefonato. E lei avrebbe scoperto se trovava il coraggio di dirgli quello che non riusciva a scrivere.” Ma cos’è che Priya non voleva proprio ammettere? Non voleva ammettere che l’India che aveva trovato non era poi tanto diversa dall’America, che Bangalore “vantava il primo rivenditore online in India, il primo oxygen bar e il più grande negozio di vini e formaggi. Le Centrale di Polizia Crimini Cibernetici era la prima nel paese a perseguire ogni tipo di nefandezza informatica. Bangalore era anche stata la prima città indiana a organizzare un Quiz di Biotecnologia e ospitava il primo Istituto del Fumetto mai esistito in India.”
Certo, la ragione che questi racconti siano un po’ una voce fuori dal coro li rendono appetibili e/o discutibili. Eppure, non è solo questo il pregio: la scrittura di Lavanda Sankaran è priva di giudizi, leggera nella forma anche quando entra nelle insenature di un pensiero più complesso e sapientemente ironico in tutti quei paradossi a cui ci ha condotto lo stile di vita eccentrico e moderno, sia di quello occidentale che di quello orientale.
Come a dire che il progresso è una livella!
Il tappeto rosso – Storie di Bangalore, Lavanya Sankaran, Pagg. 219, € 14,00, Marcos y Marcos, ISBN 88-7168-434-6
Add comment Giugno 18, 2007