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LAVORO NOTTURNO di Jàchym Topol
Prima del successo di Kundera, possiamo dire che quasi ignoravamo – a parte, s’intende, sporadici casi – la letteratura ceca. Forse perché, azzardiamo un’ipotesi, per noi italiani totalitarismo, dittatura è sinonimo solo di nazismo ed olocausto. Eppure, è bene ricordare che paesi a noi geograficamente – e non solo, – molto prossimi hanno subito le medesime vicissitudini e mostrusiosità: le prese di potere, le repressioni, gli abusi, le uccisioni, le torture; i Gulag sovietici non possono essere considerati meno gravi, meno preponderanti delle deportazioni nei campi di concentramento tedeschi . Una rivalutazione di quella letteratura “di ribellione” e di “denuncia”, così simile alla nostra per esperienza, è assolutamente doverosa. E’ così che approdiamo alla lettura di Topol, che fa la sua comparsa tra gli scaffali italiani con il l’ultimo libro “Lavoro notturno”, amorevolmente ricostruito grazie ad una perfetta traduzione, che ci trasmette tutto il tumulto della scrittura.
Topol, esponente, quasi meravigliato, dell’ultima generazione di scrittori ed intellettuali sottobanco – si ricordi la reazione di certuni, Topol compreso, che hanno reagito alle repressioni del regime sovietico con l’incessante pubblicazione delle samizat, – quasi incredulo, ammette al suo editore italiano: “Sono passati diciassette, forse diciotto anni da quando camminavamo sulle montagne, immersi nella neve, sulle schiene degli zaini pieni di libri. Su un sentiro di contrabbando portavamo dalla Polonia libri che erano proibiti in Cecoslovacchia. Ci trascinavamo sulle spalle Havel, Kundera, Klim, Hrabal, Scoverecky, volantini, giornali illegali stampati in ceco e in polacco. Quanto invidiavamo i polacchi allora. (…) Quando proprio io e Ivan fummo presi e rinchiusi in una puzzolente prigione militare polacca non immaginavamo di essere l’ultima generazione dell’underground letterario. Né che sarebbe arrivata la libertà e con essa i consumi e la globalizzazione, e questa fiera continua.
Sono passati sedici anni, un’eternità! Del vecchio regime sono rimasti solo ricordi, e rovine, e fili spinati arrugginiti in quei boschi che una volta erano di confine. E ferite dell’anima, e due o tre canzoncine comuniste che ai giovani suonano come incomprensibili invocazioni.”
Ecco, per la lettura di Topol non si può prescindere da tutto il trascorso storico che si porta sulla groppa.
E’ come stringere tra le mani tutta quella letteratura impulsiva e reazionaria, libera e sollevata che è venuta fuori nel nostro periodo post bellico e che ancora oggi, nella mente degli scrittori del Novecento che hanno attraversato a piedi nudi quel periodo della nostra storia, continua a generare grossi capolavori emotivi.
Stesso coinvolgimento avveduto e sapiente si ritrova in “Lavoro notturno”, una lavoro letterario che, si badi bene, non è affatto di immediata leggibilità; la macro-storia si allaccia alla storia degli uomini e procede avanti e indietro, tra ricordi e avvenimenti, tra presente e passato, senza tuttavia mai abbandonare la bussola. Vi si legge l’orrore, lo sgomento, lo sconvolgimento, senza che, però, arrivino a pesare sul lettore; il dolore per una condizione di sofferenza viene fuori quasi spontaneamente, come una conseguenza necessaria e travolge nella lettura incessante, che procede attenta ma investe, quasi fosse un fiume in piena.
E’ la fine della ben nota Primavera di Praga, i cingolati russi stanno entrando a Praga, la gente corre sgomenta e stuporosa; qui si devia il cammino della storia, quel cammino che ha condotto al rogo umano di studenti e altri giovani nel gennaio del ‘69. La Storia allora, con i suoi mitici mutamenti, entra prepotentemente nelle vite delle persone, loro malgrado, e ne cambia i destini, senza preavviso e senza diritto di replica. Ed è così che anche la storia dei singoli uomini si capovolge, in quel lontano 21 agosto 1968, in cui i carri armati entrano nella vita di Ondra, un ragazzino ancora adolescente: “I laboratori sotterranei sembravano un congegno atto a mantenere la città in movimento. Subito vicino ai nastri trasportatori, su cui scorrevano macchinari nuovissimi e risplendenti di pulito, il padre s’era attrezzato un laboratorio. Lavorava ad un’invenzione che, come non mancava di ripetere, era sul punto di arrivare a compimento. (…) All’improvviso un’orda di colleghi accerchiò il padre. Gridavano e vociavano con una tale urgenza che Ondra non capiva nemmeno una parola. Li spinsero nello studio del padre. E poi successe tutto in un battibaleno, (…) Già nella portineria Ondra sentì un rimbombo, in strada diventò un boato, un tuono metallico, videro un carro armato. Il carro sbatté contro il marciapiede e frantumò coi cingoli i mattoncini del selciato. Dalle sue viscere si sprigionò una fiammata, poi udirono un boato, i proiettili beccarono la facciata dell’ufficio brevetti, frantumarono i muri, colpirono le finestre.” In questo passo, che si incontra fin dalle primissime pagine del libro, si avverte come a subire l’arrivo dei carri armati, molto più della città, delle case, dei vetri che si frantumano, siano le orecchie, gli occhi, il cuore, i sentimenti delle persone: “ Il rombo del motore del carro armato e il sibilo dei proiettili, il rombo del motore dell’autobus – che porta Ondra ed il fratello più piccolo fuori dalla città, in cerca di riparo,- e le grida della gente, confluirono nel sonno in un unico velo di suoni, dormì, sognò, tutto il tempo nel chiasso, si risvegliò nel silenzio si soprassalto, era Piccolo che lo tirava per una manica.”
I personaggi narrati da Topol sono, in questo contesto, ancora più interessanti, poiché non si dice di una famigliola quieta ed ordinata; al contrario l’orrore della Storia fa irruzione nella vita già abbastanza disastrata di due ragazzini, Ondra e Piccolo, due fratelli di una famiglia distratta, assente, una famiglia fatta di un padre inventore, svagato, ricercato dalla polizia segreta; una madre deviata che istiga il figlio più piccolo a vestirsi da femmina -“Ma Ondra non l’avrebbe comunque raccontato a nessuno. Che aveva un fratello a casa che si vestiva da femmina” – in ricordo di una bambina che non c’è più; una madre alcolista che finisce per essere internata in un istituto psichiatrico: “ Le andavano dietro, le portavano via le bottiglie. A bere cominciava il pomeriggio e la sera si era dimenticata dei suoi nascondigli. Prendeva una bottiglia dal cassettone, beveva, la bottiglia la nascondeva di nuovo seppellendola sotto un mucchio di vestiti, proseguiva, si seminava dietro cenere di sigarette, lasciava mozziconi ancora accesi sul tavolo, sul cassettone, a volte apriva la finestra e il mozzicone lo gettava fuori. La finestra poi la richiudeva scrupolosamente. I mobili erano cosparsi di bruciature, striature nere, anche sul tappeto c’erano piccole macchie color ruggine lasciate dai mozziconi. Le andavano dietro, sbatteva contro i mobili con gambe, gomiti, costole, aveva lividi su tutto il corpo. Le andavano dietro di stanza in stanza, a volte in cucina si fermava, lì le bottiglie le teneva dietro il fornello e dietro l’acquaio, quei posti li conoscevano bene. Aveva una bottiglie nascosta all’ingresso dietro la scarpiera, un’altra dietro lo specchio. E il candore fanciullesco con il quale i due bambini, pur inconsciamente soffrendone, affrontano la loro bieca condizione di solitudine e abbandono morale: “Per quante bottiglie trovasse e svuotasse, la mamma ne aveva sempre un’altra da qualche parte. A volte lei si metteva a frugare in un nascondiglio che ancora non avevano scoperto e Piccolo tirava Ondra per la maglietta e dovevano entrambi sforzarsi di non sbottare a ridere. Quando era ubriaca non li vedeva, il suo sguardo li attraversava. A volte le ingombravano il cammino di sedie, questa cosa li divertiva tanto. Lei le scansava, ci andava a sbattere. Faceva una faccia buffa.”
Neppure la fuga in campagna dei due ragazzini li risveglia dall’incubo della loro realtà, poiché in questa collettività troveranno i personaggi più pittoreschi, avvezzi a illiceità e soprusi, aggressioni e uccisioni; e anche qui, in questa comunità spersa tra i boschi, come un male che perseguita incontrastato, irromperanno i carri armati russi.
E allora cosa accade ai cechi? E presto detto: “Per le buone regole di vicinato. Non si può fare altrimenti. Signori. Lo sapete! Al di là della fratellanza quello che fanno i sovietici un po’ tocca anche noi. Hanno lasciato la steppa. Sono qui. Nella nostra antichissima vallata. Quatti quatti hanno attraversato le catene montuose. Anche con l’artiglieria pesante. Così è. Siamo cechi, è chiaro. E signori! Non siete forse perduti voi per il futuro dell’umanità? Questa è la domanda che ci poniamo adesso coi compagni. Cercate di capire. Chi vorrà opporsi alla nuova legge andrà a farsi fottere.”
E’ bravo Topol perché scrive di sentimenti umani senza sentimentalismi, né melensi ritrovamenti o ravvedimenti; la crudeltà nella crudeltà, il sadismo che si fa ancora, se possibile, più sadico e logorante.
Leggiamo Topol per rivedere la Storia, leggiamo Topol per il gusto di una narrazione consapevolmente avveduta e seria, ma soprattutto leggiamo Topol perché un buon libro non si obietta mai. Lo si prende tra le mani, lo si annusa, lo si accarezza e poi, in punta di piedi, come un’ospite discreto nel dolore altrui, si entra nel racconto.
Come sempre, buona lettura!
Lavoro notturno, Jàchym Topol, pag. 262, € 13,50, Azimut, ISBN 88-6003-023-4
2 comments Giugno 18, 2007