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L’INCENDIO NELL’OLIVETO
Indubbia la vocazione di Grazia Deledda per la letteratura, la quale covava dentro fin da bambina l’inclinazione per la lettura prima, per la narrazione poi. In Cosima, quasi Grazia, pubblicato post mortem con il semplice titolo di Cosima, si scopre la genuinità e il candore di quell’arte che le germogliava dentro e che aveva voglia di mostrarsi al mondo, nonostante la società, la consuetudine di paesi impervi e di mentalità chiusa, quale di certo deve essere stato l’entroterra nuorese di fine ottocento, azinché elogiare e sostenere questa sua straordinaria dote naturale, la osteggiava poiché non consona ad una donna. La sua stessa famiglia, nell’ordine di un pensiero allora diffuso, prevedeva che solo gli uomini potessero studiare e dedicarsi ai libri.Chissà, forse proprio questo divieto ha portato la Deledda a preferire la compagnia di un libro e a sdegnare il suo già ben delineato futuro di moglie e madre. Le storie le ballavano in testa, pungolate da quelle letture curiose e disordinate che sottraeva ai fratelli. La sua fortuna, dovuta forse al caso o alla sua caparbia volontà, l’ha portata alle prime pubblicazioni, ad una vita fatta di intense scritture, ad un impegno assiduo che non poteva non condurla al Nobel per la letteratura nel 1926.
Il mondo dei critici si accostano con molta circospezione alla sua produzione letteraria, ritenendo non tutte le sue prove degne di pregio e considerazione; certo è da ammettere che le sue primissime opere peccano alquanto di un flusso ingenuo, eccessivamente leggero; le stesse doti che, però, con il tempo, ha imparato a mettere al servizio della sua scrittura, raccontando storie candidamente veraci, di vita quotidiana; lasciando passare inosservato quel regionalismo che abbraccia un po’ tutti i suoi scritti. La fortuna arriva nel 1897, quando Luigi Capuana usa recensire con parole lusinghiere il romanzo La via del male. E la Deledda prende a tal punto sul serio la sua “missione” da scrivergli una sentita e limpida lettera, per rassicurarlo sulle sue serie intenzioni di continuare per quella medesima strada: “Spero che l’opera mia , giacché non conto di fermarmi, debba sempre più riuscirle gradita. Sono ancora molto giovane, molto più giovane di quanto molti, giudicandone dalla mia produzione, mi credano: ebbi solamente il torto di cominciar troppo presto a pubblicare. Ma ero sola, e non avevo né maestri né guide. Se un vigile consiglio mi avesse guidata quel “Fior di Sardegna” da lei ricordato, e tanti altri lavori miei non avrebbero veduto la luce.” Appunto con queste parole, la Deledda quasi si giustifica, chiede perdono ai suoi lettori per quella semplicità eccessiva e ancora immatura, per quella fretta di veder nascere l’astro ancora acerbo della sua scrittura; e difatti, nella medesima lettera, presta un giuramento dalla portata solenne che ha poi sempre mantenuto in tutta la sua produzione: “Ma sento, ora che sono pienamente consapevole, che molto tempo ancora mi resta per compiere l’opera cominciata con “La via del male”. La guida che nei primi passi mi è mancata ora la sento in me stessa, ed è una intima voce che mi addita qualche cosa di alto e di puro e di fortemente luminoso”.
Da quel momento in poi la sua è un’esperienza che cresce e matura; le opere pubblicate sono quasi completamente di narrazione romanzesca: “Elias Portolu”, “Cenere” da cui fu tratto il film di Eleonora Duse, “Canne al vento”, “Marianna Sirca”, “Il paese del vento”. Ma chi ama la Deledda sa che altre perle si nascondono nella produzione cd. minore, quella più trascurata. Chi apprezza i suoi capolavori fatti di caratteri, tempre e battaglie con la vita, non può esimersi dal conoscere “L’incendio nell’oliveto”.
Ecco il fulminante incipit: “Dalla scranna antica che il lungo uso aveva sfondato e sbiadito, era ancora lei, la nonna Agostina Marini, quasi ottantenne e impotente e muoversi, che dominava sulla casa e sulla famiglia come una vecchia regina dal trono. Non le mancava neppure lo scettro: una canna pulita che il nipotino più piccolo aveva cura di rinnovare ogni tanto; buona per dare sulle gambe ai ragazzi impertinenti e per scacciare i cani e le galline che penetravano dal cortile; ma soprattutto buona per frugare nel camino, davanti al quale la nonna sedeva in permanenza d’estate e d’inverno, e specialmente per frugarvi quando era sdegnata con qualcuno, cosa che le accadeva spesso.” Con questo attacco, la Deledda dà impulso alla storia delineando la figura che promuove tutte le vicende, che fa muovere i personaggi, membri tutti della sua stessa famiglia, come dei subalterni, come piccoli burattini. E ne delinea perfettamente il carattere autoritario e intransigente, quel tipico modo di essere sardo, ma non solo, per cui o piaci subito o sei condannato per sempre. La nonna Agostina era proprio così, amava o osteggiava; lo faceva con i domestici, ma allo stesso modo con i figli e con i nipoti, considerati come rami di albero di cui lei rappresentava il tronco e di cui poteva decidere ogni sorte e ogni destino.
Odia, ma come non potrebbe essere così, viste le sue peculiarità caratteriali, il figlio Juanniccu, uomo fatto, celibe, senza voglia di lavorare, che pare voler assolvere il solo compito di dire tutto ciò che pensa, ma non solo, anche di dire il vero. La Deledda lo descrive così: “Era già quasi vecchio anche lui, ma viveva, come aveva sempre vissuto, ancora a carico della famiglia. Non per vizio, ma per indolenza, per abitudine.” Come avrebbe potuto la rettitudine rigida e morale della vecchia non averlo in uggia? Ne era ossessionata a tal punto da sognarlo: “Le pareva di vederlo seduto accanto a le, come un bambino incosciente, con gli abiti trasandati, i capelli lunghi sulla nuca fin sul bavero unto della giacca, la barba grigia non rasa da più giorni sulle guance grasse e molli scavati da solchi di sofferenza indifferente: e lo rimbrottava, al solito, pur sapendo di fare cosa inutile, mentr’egli la fissava con gli occhi distratti, timidi e castanei come quelli di un cervo.”
Il romanzo, non lungo, narra le vicende di questa famiglia, degli intrichi amorosi e delle aspettative sempre uguali, senza novità e senza via d’uscita; dei destini delle donne, usate come merce di scambio, delle ambizioni a migliorare la propria condizione, ma anche della superbia quasi intollerante e fanatica verso chi, in una tacita scala gerarchica, occupa un gradino più sotto. C’è l’amore che si maschera e si confonde con la voglia di emanciparsi e la necessità poi di pacificarsi con il mondo obbedendo a delle severe leggi sociali che si rispettano come qualcosa contro cui non è permesso protestare. “(…) in questa casa, poi, si è tutti come ragazzi: si cerca tutti di disobbedire ma non si può.” E difatti tutti finiscono per obbedire, tutti chinano il capo al volere della vecchia matrona, tranne Juanniccu che, però, questo suo nitido candore lo paga con la vita.
Sullo sfondo della storia, lo scenario è fatto di natura, natura selvaggia che accompagna il procedere degli eventi con il mutare delle stagioni, dall’inverno all’estate, tutte raccontate con sapiente maestria; tanto che, forse, azzardiamo, i veri protagonisti sono le forze della natura, uno per tutti il vento che domina il racconto per gran parte: “Nella gola del camino ronfava l’ansito del vento. Soffiava anche il levante, adesso, e combatteva con la tramontana; tutti e due i venti venivano dalle montagne e il loro soffio, penetrando nella gola del camino com attraverso una canna d’organo, vi destava una musica cupa e impetuosa che raccontava il dolore e le lotte dell’inverno fra i boschi e le rocce lassù.”
L’epilogo di questa storia è una morte annunciata, la trafila obbligatoria delle anime ribelli; da questo punto di vista possiamo affermare che non ci sia pretesa nel plot, ma proprio per questa mancanza di pretese, proprio per questa manifesta immediatezza, diventa un libro da leggere.
E, dunque, buona lettura!
L’incendio nell’oliveto, Grazia Deledda, Ilisso, 2006, €11,00
Add comment Giugno 18, 2007