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NON PENSARE ALL’UOMO NERO… DORMI di Giuseppe Aloe

Leggendo questi sette racconti di Giuseppe Aloe ci sono venuti in mente molti nomi illustri: Hoffmann, Poe, Lovecraft, Kafka, per una serie di affinità tematiche; Nietzsche, Beckett, per l’elaborazione del pensiero; Leopardi e Dostoevskj, per un senso di pessimismo senza via di scampo. Ma è pur vero che i paragoni ingabbiano la bravura di uno scrittore, che abbassano il livello di innovatività di un’opera, come a dirgli che per quanto sia buona non può essere originale. Questa sgradevole sensazione di aver già letto da qualche parte qualcosa di simile, invece, con questo libro di Aloe, non si avverte e i nove anni che lo stesso dice di aver trascorso a riguardarli, a limarli per lo scrupolo di individuare e scegliere i termini più adeguati da usare, si sentono tutti.
In ogni fase della narrazione ci scontriamo volentieri con quella forma stilista che lascia lo sconcerto della perfettibilità.
C’è un tocco filosofico, oltre che di indagine psicologica. Ci sono teorie, ma non ci sono tesi, tant’è che manca il plot in ciascun racconto, che inizia e ti conduce per mano dritto dritto fino al punto di partenza, in una visione ellittica dei problemi che ruotano attorno a sé stessi senza mai risolversi e con lo sconcertante ed inammissibile pensiero che, rispetto a certi eventi, non si può che dire: touché!
Nella “Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico”, Popper ci insegna che non c’è mai un’unica teoria possibile, che la verità non ha, e non può avere, un’unica direzione; in questo senso possiamo certo dire che Aloe sia un seguace del pensiero di Popper, rispettato come il Verbo in ogni singola fase di tutti e sette i racconti, come un unico filo conduttore che li tiene legati insieme, stretti in un unico corpo. Aloe pare volerci dire: poniamoci la domanda, ma non illudiamoci di trovare una risposta; e in cauta e pedissequa osservanza di questo insegnamento filosofico, il genio di quest’opera lascia che il lettore scopra pian piano, insieme a lui che ne è l’interprete, tutta la distruttività dell’animo umano, la sua disperazione moderna, il suo arrovellarsi il cervello in ragionamenti che non danno e non daranno mai un risultato conoscibile.
E’ un libro teso, ricercato, sette racconti scritti e pensati, curati nel minimo dettaglio, disciplinati da una punteggiatura scrupolosa e attenta ad ogni necessità di respiro, le parole sono tutte scolpite, assottigliate, scartavetrate con quel tipico lessico in cui non ci si può permettere negligenze, perché ogni pagina, ogni singolo termine tiene inchiodato il naso nella piega del libro. Anzi, spesso, costringe ad una rilettura più consapevole e meno superficiale.
“E’ proprio vero che non esiste passaggio prevedibile, un limite sicuro alla disperazione, non si pone tutela alla rovina, mentre gli uomini che abitano in luoghi segreti ritengono di essere e per sempre al riparo dal turbamento e dal dolore. Ma non è così. Nessuna casa, nessun nascondiglio tanto buio, nessuna cantina è così profonda e interrata, nessun ricovero è veramente inaccessibile alla malattia e al dolore.” Questo è un brave estratto del racconto “Elephant & Castle”; e ora diteci: esiste un modo migliore per descrivere la paura dell’ignoto? Secondo noi, no. Non si può non provare il piacere della magnificenza di questo linguaggio, della sua completezza circolare, ma non si può neanche non ammettere che riesce a trasferire, nella maniera più esatta, tutta l’angoscia e la rabbia di una verità indiscutibile.
“Questo che ora tenete in mano voleva essere, nelle intenzioni premesse ai fatti che poi seguiranno, un trattatelo sul come darsi morte. Non era mia intenzione, certo, farne un esaustivo compendio di natura filosofica o morale, o un sistema di variazioni sul tema della metodologia, ma solo esclusivamente una sorta di diario, malscritto per giunta, che riportasse giorno per giorno la sicura deiezione della mia esistenza, dalla vita alla morte recata per mano propria. (…) E in quella stanza presa in affitto mi preparai ad essere ucciso.” Questo è l’inizio esaltante, drammatico, ma per nulla opprimente del racconto che dà anche il titolo all’intera raccolta; è un significativo tratto di quest’opera che ci ribadisce ancora quanta irrisolutezza e irragionevolezza si nasconde dietro un’apparente tono pacato, dietro una veste di ipocrita normalità. E’ questo il valore più riuscito di questo lavoro: l’abilità di vagare nei meandri dei comportamenti umani senza un barlume di giudizio, di giustificazione, né di scusante. C’è la follia, l’inspiegabile; e questo basti.
Insomma, il lettore rimane immancabilmente con il gusto dell’amaro, perché deve ammettere che esiste la pazzia, esiste l’esoterico, il mistico, esistono le manie e le smanie; e che queste non sono mai drammatiche tragedie, quanto piuttosto bieche parodie su cui non si sa se ridere o piangere. Ma tanto non è il pianto o il riso che ci chiede Aloe, quanto di metterci l’anima in pace, perché tutto quello di cui ha saputo narrare esiste e, forse, chissà, è proprio celato dentro di noi; dunque non resta che arrendersi o, piuttosto, non pensare all’uomo nero… e dormire.
Non pensare all’uomo nero…dormi, Giuseppe Aloe, Pagg. 124, € 10,00, Giulio Perrone Editore, 2005, ISBN 88-6004-019-1

1 comment Giugno 18, 2007


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