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DICERIA DELL’UNTORE di Gesualdo Bufalino

Meditare di scrivere un ottimo romanzo senza l’intento di pubblicarlo, anzi scrivere tenendolo custodito con ritrosia nel chiuso di un cassetto e tirarlo fuori solo per leggerlo e rileggerlo, apportare correzioni e modifiche e, poi, riporlo ancora. Questo è stato l’atteggiamento di Bufalino nei confronti della sua prima fatica letteraria. La vicenda quasi favolosa della genesi di questo romanzo pensato negli anni ’50, scritto, in prima stesura nel ’71, visto, rivisitato, corretto, riscritto, ma mai pensando che potesse essere destinato ad un pubblico di lettori. Bufalino l’aveva scritto, come lui stesso non ha mancato mai di dire, “per un’operazione di bassa lussuria (…) da destinare a un uso strettamente privato.” Tuttavia, per fortuna, qualcuno ha scoperto la sottigliezza della sua penna, leggendo per caso l’introduzione di un libro di fotografie, un pezzo che recava la sua firma; quel qualcuno era Elvira Sellerio e grazie alla sua cocciuta insistenza abbiamo, oggi, la possibilità di stringere tra le mani un capolavoro della letteratura italiana del Novecento, debutto brillante che vinse il Campiello nel 1981.
La lettura di questo romanzo non è esattamente una passeggiata, perché il racconto se vogliamo semplice e poco pretenzioso di un giovane internato in un sanatorio nei pressi di Palermo per un polmone malconcio, è tenuto saldamente in piedi da una narrazione stilistica composita e ricercata. Ogni termine è al suo posto, ogni aggettivo è elaborato come una piccola scultura e, a margine di ogni frase, si rimane con lo sconcerto di una bravura davvero eccezionale.
“Confesso che il primo capitolo che scrissi fu come un gioco serio: e consisteva nel trovare intrecci plausibili tra 50 parole scelte in anticipo per timbro, colore, carica espressiva”, questa dichiarazione di Gesulado Bufalino ben ci lascia comprendere come il suo intento di scrivere parte dalla composizione stilistica, piuttosto che dal plot del racconto. C’è, dunque, tanto lirismo, tanto lavorio, tanta ricercatezza e noi gli siamo grati, perché leggendo si riscopre la brillantezza e la complessità di quella lingua italiana che oggi sta diventando, forse, un po’ troppo veloce ed immediata.
Il primo sbalordimento di tanta destrezza stilistica lo si incontra nella descrizione dei personaggi: poche righe soltanto che ben sanno delineare i tratti fisici e caratteriali di questi. Mariano Grifeo Cardona di Canicarao, detto Gran Magro, medico alla Rocca, che dirige il sanatorio con regole per certi versi diaboliche. Luigi l’Allegro e Luigi il Pensieroso, Sebastiano, il colonnello, Angelo, Giovanni e il cappellano Padre Vittorio, che tenta di convertire alla sua religione il giovane protagonista. Ma la storia vera, il piccolo intreccio, si svela attorno alla figura di questo giovane reduce dalla guerra e Marta, una ballerina ventenne dal passato dubbio, malata di tisi e scampata di già alla morte delle deportazioni in quanto ebrea. I due si innamorano; il giovane ammette questo suo sentimento inaspettato al lettore con queste parole: “Da quando quella ragazza m’aveva annunziato d’esistere, di occupare un irrisorio incavo d’aria in mezzo a noi, a pochi metri dalle mie braccia. Lei con le fossette del riso, e la tosse, e le valve segrete del sesso sotto la buccia della veste fanciullina. Un’esclusa, un’anima persa: giusto la socia che mi serviva. Una socia, sì. Perché contro ogni creanza e verità io m’ostinavo a presumere d’avere tacitamente stretto un patto con lei, e di possederne caparra nella radiografia trafugata che tenevo sotto il cuscino. Questa, mi bastava accarezzarla con un dito, la sera e ne ricavavo un aggricciarsi agrodolce dei nervi, quale dà a taluno la setagloria di un parapioggia, se gli sfiora per caso i capelli. Al punto che quell’esile celluloide, contro cui s’era premuto con forza il suo petto, piuttosto che continuare a sembrarmi, come all’inizio, la tela filata da una tarantola scura, s’era venuta mutando, non meno che guanto e stivaletto, in una sorta di inaudito feticcio amoroso…”
Ma questo amore sofferto, nato a stretto contatto con l’alone di morte che aleggia nell’aria del sanatorio, viene ostacolato dalla gelosia del Gran Mago.
Muoiono tutti alla Rocca, muore Marta e i sette amici con i quali il giovane aveva stretto grotteschi rapporti di confidenzialità; è lui l’unico a scampare alla morte, tradendo quel tacito patto di non sopravvivenza che li legava l’uno all’altro. E questa fine così tragica, ci viene fin da subito svelata dall’incipit malinconico del terzo capitolo di questa grande opera della letteratura italiana che vi consigliamo, qualora non l’aveste già fatto, di mettere sullo scaffale della vostra libreria: “Ma chi potrà scordarsi dei compagni di prigionia, del fuoco che li spingeva, nelle prime ore dell’alba, in pigiama com’erano, a scendere in giardino per piangere finalmente da soli, con la guancia premuta contro la spalliera di una panchina; chi potrà levarsi dalla mente le loro facce malrasate, mentre le coglie e disorienta l’indorarsi fulmineo del mondo, al di là del muro di cinta?”

Diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino, Pagg. 188, € 7,50, Bompiani, 2005, ISBN 88-452-9152-9

Percorsi di lettura

La conchiglia di Anataj, Carlo Sgorlon;
Il tamburo di latta, Günter Grass.

Add comment Giugno 18, 2007


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