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LE QUATTRO RAGAZZE WIESELBERGER di Fausta Cialente

Ultimo lavoro a carattere autobiografico, che valse alla Cialente il Premio Strega nel 1976, Le quattro ragazze Wieselberger è certamente un romanzo dalle vedute ampie. Per quanto la costruzione del periodo e la ricchezza lessicale non eccedano in anticonformismo, la corposità del sentire umano, attraverso sia la vita privata dei personaggi che la Storia, lo rendono un romanzo complesso, assolutamente da non sottovalutare.
Come in ciascuna opera di questa autrice, anche quando l’autobiografismo e la memoria non sono necessariamente la principale preoccupazione o scopo della narrazione stessa, la memoria prende piede, lasciando ben poco spazio all’invenzione narrativa; questo potrebbe essere un limite, ma, da un’angolazione diversa, potrebbe trasformarsi nel principale pregio. Al contrario dei grandi dell’Ottocento e del Novecento, che oppongono un rifiuto snobistico a voler riconoscere sé stesso – anche solo celatamente, – nel tessuto fantastico del proprio lavoro narrativo, la Cialente ribalta questa concezione come un calzino, focalizzando il mondo da un unico punto di vista: il suo.
In una intervista rilasciata a Sergio Falcone si legge: Ero nata a Cagliari per caso, ho vissuto l’infanzia a Trieste, che era allora il primo porto dell’impero austriaco. Il mio nonno materno, G.A. Wieselberger, nato e cresciuto a Vienna, noto compositore, si era trasferito a Trieste, allora centro intellettuale e musicale della mittel-europa. Mia madre mi raccontava che da ragazza, nel 1893 aveva ballato alla filarmonica di Trieste con Ettore Schmitz, allora ricco industriale, e solo alcuni anni dopo avrebbe scoperto che si trattava di Italo Svevo.
E’ partendo da questo scenario allettante, pieno di stimoli, lucenti come lustrini che la prosa della Cialnente avverte la necessità di raccontare sé stessa, perché nella ordinarietà della sua esistenza, la Storia è entrate prepotente, fin dai suoi avi, i quali ebbero la ventura di vivere una vita straordinaria – almeno così sembra alla Cialente, – . I personaggi di questo romanzo trovano, in effetti, un minimo comun denominatore nella Storia, la rappresentano, con le loro azioni leggere, il borghesismo estremo, l’odio razziale, l’irredentismo, le due guerre e tutti gli stravolgimenti epocali che hanno segnato il passato della nostra Nazione.

Il romanzo è suddiviso in quattro parti, tre le generazioni che vi sono raccontate. L’avvio alle vicende lo dà la figura bislacca di Gustavo Adolfo Wieselberger – nonno materno della Cialente, – compositore e musicista incallito, persona colta e di condizione agiata, il quale aveva lasciato Vienna per trasferirsi a Trieste. Allora la città era al culmine dello splendore: la nobiltà più tradizionale si mesceva alla ricchezza della nuova borghesia, le piazze e le vie ricalcavano lo stile architettonico di Vienna. Senza dimenticare che Trieste era il porto franco di Vienna, dunque il commercio era fiorente e sotto la pressione di uno sviluppo incontrollato. Tutto era in fiore.
La famiglia aveva di certo ascendenze nobiliari e di quell’epoca aveva conservato la ricchezza:

Così viveva una giudiziosa, benestante famiglia triestina verso la fine del secolo: si poteva abitare un bel appartamento in città, possedere una grande casa di campagna con giardino, orto e vigna, in ambedue i luoghi le dispense erano come di ogni bendidio, e gli ospiti potevano arrivare in qualsiasi momento senza intimorire nessuno, negli armadi si contavano a dozzine le lenzuola di lino di Fiandra, cifrate, con pizzi, ricami e piegoline, tutto fatto a mano, a centinaia le federe, gli asciugamani, i canovacci, (la sarta in casa era persona fissa, anche in villa, con quattro ragazze da vestire e alle quali preparare il corredo, che doveva essere fatto per ciascuna anche se poi qualcuna restava zitella), e nondimeno si pensava c’era meglio farle crescere con l’idea che ricche non erano, mentre la carrozza e i cavalli al portone avrebbero potuto lasciarglielo credere.

Le quattro ragazze – le babe, – vivono quegli anni di splendore precario come una favola perpetua. L’aria che si respira è frivola e colta insieme; l’arte, in special modo la musica, è il loro interesse primario. Adele, la terza delle sorelle, era bellissima, la più bella fra tutte, non solo in famiglia, una bionda con grandi neri occhi, alta e snella, e nessuno poté mai sapere quanti cuori palpitarono al suo passaggio, morì prematuramente, a ventisette anni, d’un male a quei tempi misterioso. Alice sposò un facoltoso esponente della nuova borghesia, un importatore di generi coloniali, che tradisce la moglie, la quale pur essendone a conoscenza, indugia quasi serenamente nel suo ruolo finto di moglie e madre. Elsa, la più giovane delle sorelle e madre della scrittrice, aveva il talento del canto e si decise di farla studiare a Bologna, con un famoso maestro dell’epoca. L’ultima della quattro ebbe il destino di rimanere nubili, sacrificata prima a seguire la sorella Elsa in Italia e poi, quando quest’ultima sceglie di non continuare la sua carriera di cantante lirica, si ritira in casa, ad accudire i genitori e a compiangere quel che avrebbe desiderato per sé.
Il padre della quattro ritorna spesso nella narrazione, narrato con tutte le sua stramberie e frivolezze, mentre non compare quasi mai la figura della madre, se non in qualche accenno distratto. Di pregio il ricordo della Cialente bambina che si fa raccontare fino allo stremo di questa nonna ormai defunta:

Della nonna volevo che mi si ripetessero gli episodi più che altro divertenti, come la proposta del “prete al letto” nell’albergo di Bologna o la sontuosa distribuzione delle uova pasquali, e come non volesse mai far sgozzare i galli e le galline del pollaio, una tenerezza amabile che sentivo d’approvare completamente, me la rendeva cordiale e simpatica, e il parlarne mi sembrava il miglior modo di celebrare la sua memoria.

La seconda e terza parte del romanzo narrano le vicende di una sola delle quattro ragazze: Elsa che, come già detto, abbandonò il canto per seguire un giovane ufficiale italiano. Il suo talento viene doppiamente sprecato, poiché quest’uomo, del quale la ragazza era molto innamorata, la ricambia appena, preso com’è dai suoi tumulti di personalità. Il sodalizio, dunque, non si rivelò una buona scelta per la ragazza, la quale, dallo splendore frivolo della sua giovinezza, si ritrovò accanto ad un uomo instabile, antimilitarista che, ad un certo punto, abbandonò la carriera militare per dedicarsi al commercio. Non essendovi, però, portato, portò l’intera famiglia al tracollo finanziario, costringendo una Elsa ormai matura e madre di due figli già abbastanza consapevoli, a dare lezioni di canto, per mantenere sé stessa, i figli ed anche il marito.
E’ estremamente interessante il racconto di quest’uomo, militare per professione, ma antimilitarista per convinzione; interessante perché la Cialente è stata molto brava ad esporre i fatti, che poi sono state le vicissitudini turpi della sua infanzia, senza lasciar trasparire l’asprezza di una figlia tradita dalle idee paterne, oppure un giudizio sulla sua instabilità emotiva. Semplicemente, si legge – affermazione fredda e veloce che tutto riassume di quest’uomo e soprattutto di come era valutato dai due figli, -: “(…) fu in quell’occasione che alle sue spalle, per non essere visto, toccandosi ripetutamente la fronte con un dito Renato mi fece intendere che a nostro padre qualcosa mancava nel cervello.” Mentre di Elsa Wieselberger rimase solo il rimpianto di un passato luminoso, messo a paragone con un presente avvilente: “Ma se non li ho dimenticati fu per come vidi piangere mia madre quando, smontati a pezzi – i mobili antichi viennesi, – uscirono dall’appartamento sulle spalle dei facchini e discesero faticosamente le scale che avevano salito non molto tempo prima; e lei, sfiorita ormai, il viso disfatto, seduta s’una seggiola dell’anticamera, le mani desolatamente tuffate nei lievi capelli che fino alla morte le rimasero naturalmente biondi, mormorava angosciata: tutto è andato, tutto, proprio tutto, non ho potuto salvare niente per voi (…)”

Degni di nota sono le descrizioni degli animi, avviliti e sconfortati questo sì, ma senza mai l’ombra di una inutile autocommiserazione. Magistrale la descrizione dell’infanzia dei due ragazzi, Fausta e suo fratello Renato; molto commovente e veritiero il pezzo in cui è narrato, con estremo candore e schiettezza, il diverso atteggiamento, di superiorità o inferiorità, a seconda che avessero a che fare con i bambini del sud, ritenuti villici incivili e rozzi, oppure con la cuginanza triestina, di cui conservavano una forte soggezione.
Renato – che divenne poi, fino alla morte prematura, un finissimo interprete teatrale, scopre man mano la sua passione per la recitazione, mentre, con una naturalezza che sembra coincidere con un destino già segnato, è narrata l’iniziazione della Cialente alla pratica della scrittura:

Muoiono le persone, le cose, e muoiono anche i ricordi; ma se la visione della soffitta padovana mi rimane è forse perché lì dentro nascosta cominciai di nascosto a “scrivere”, non saprei dire se per l’influenza delle mie avventurose letture, del Senza famiglia che avevo scovato fra i vecchi libri e mi aveva fatto versare tante lacrime, o per il ricordo delle recitazioni scekspiriane di mio fratello; mi sembra che dovette essere più che altro uno sfogo, il desiderio di scrivere quel che mi piaceva e avevo voglia di esprimere a modo mio in luogo degli stolti svolgimenti di “temi” ai quali la scuola mi obbligava.

La quarta ed ultima parte del romanzo è una capitolazione delle vicende della Storia unitamente alle vicende personali.
All’inizio la vita pare voler riscattare le ingiuste sofferenza della Cialente-bambina concedendo alla Cialente-donna di accrescere la propria personalità in un ambiente fervido d’arte e cultura, via dall?Italia; si sposa con un compositore e si trasferisce in Egitto. Ma proprio nel momento di maggior fulgore ecco arrivare la decadenza: le guerre, l’ascesa del fascismo, la morte del padre e la morte del fratello; tutto, insomma, la riporta indietro nel tempo, a quegli unici momenti gioiosi che sono le vacanze nella villa materna. E’ allora portata a ritornare sui suoi passi, in Italia, alla ricerca forsennata di quella pace interiore che solo in quel luogo ebbe modo di saggiare e solo adesso che tutto è compiuto e che del vecchio splendore dei Wieselberger rimane solo qualche cugino che stenta a riconoscere, la Cialente, per la prima ed ultima volta in tutto il romanzo, si lascia andare ad una struggente commiserazione per sé e per la solitudine che l’ha investita:

Mi vengono le lacrime agli occhi mentre seguito a camminare verso la pagina aperta che sono questo mare e questo cielo, dietro le mie lontane figurine. La nebbia della sera sta lentamente avvolgendole, ma non riuscirà a nascondermele e continuiamo insieme, a distanza, sul filo dell’onda che si ritira con un fruscìo sottile. Non penso più al remoto disordine della vita alla quale dovrò pur tornare, per inumana, vergognosa o impossibile che sia; ho in silenzio accettato quella che sembra essere la promessa d’una gioia esigua per quanto anch’essa remota – quindi non è solo un barlume questo che ora dilegua lamentandosi sull’acqua.

Nonostante quest’opera non sia più stata pubblicata negli ultimi anni, sarebbe interessante riscoprirla, con tutta l’attenzione che merita. Il contrasto perfettamente amalgamato tra il narrare di sé – esperienza a cui, lo facciamo notare, arriva alla matura età, – e il narrare di un’epoca, risulta essere un esperimento capace di generare frutti preziosi.
Ci sono nomi illustri, in questo libro, avvenimenti e luoghi che hanno segnato la storia insieme alle quattro signorine Wieselberger , le quali, ciascuna a proprio modo, ha saputo dimostrare, a dispetto della favole dell’infanzia, di aver accettato le brutture che la vita aveva in riserbo per loro.

UN ASSAGGIO DELL’OPERA

Senza che potessimo averne l’intuizione la frattura inevitabile tra il nord ed il sud s’era già fatta nella nostra mente e forse nel nostro cuore(…) Quei parenti del sud li vedevamo dunque assai poco e perfino della nonna paterna avevamo una visione assai imprecisa, una dama alta e sottile, molto nervosa, seminascosta nei tetri veli che scendevano da largo, funereo cappello; e quando morì l’avvertimmo appena. Era rimasta vedova a trentadue anni, la poverina, con cinque figli da allevare, vedova d’un marito bello e animoso (ma la parola più adatta sarebbe forse irrequieto e inconcludente), di cui ci fu raccontato più tardi ch’era un avvocato repubblicano, politicante, che non aveva mai voluto occuparsi di terre e bestiame e s’era giuocato il tutto a Montecatini (o più modestamente a Montecatini?). Forse per questo nessuno dei figli toccò mai una carta da gioco, nemmeno il bell’emigrato che pure, per altre ragioni aveva dato alla famigliadel gran filo da torcere. Un barometro è rimasto a galla in tanto sfacelo, un dono portato da chissà dove la famiglia e conservato poi sempre con assurda fierezza; ci sembrà anzi che per quel baromentro al colpevole morto fosse stata perdonata buona parte di tanta dissipazione.

Add comment Giugno 18, 2007


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