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L’ORDINE DELL’ADDIO di Emilia Bersabea Cirillo
In questo romanzo – il secondo di questa autrice campana, che fin’ora si era votata, con successo, alla narrazione breve, – la protagonista indiscussa è la memoria. Alla ricerca d’essa, Valeria, donna matura e senza passato, a seguito di una improvvisa perdita di memoria, si rifugia nella casa della nonna, nel suo paese d’origine, in Irpinia. Qui ritrova ben poco di quel che è stato; la modernità da un lato e l’esigenza della fuga dall’altro, hanno indotto gli abitanti ad emigrare in Germania o in Svizzera.
Non lei, lei ritorna nel luogo dove il tempo si è fermato, dove tutto sembra come allora, a dispetto anche dell’abusivismo edilizio; quale altro luogo migliore per ritrovare sé stessi, la propria identità? Il piccolo centro, condannato, per fortuna, ad una specie di immutabilità di costumi e di pensiero, seppur con i suoi limiti, conserva la storia di ciascun individuo nei luoghi, nelle reminiscenze stesse dei compaesani, che tutto sanno e tutto conoscono.
“Ma come ti passerà il tempo?” si informa la sorella di Valeria, la quale ritiene che non ci possa esser più futuro per chi si aggrappa al trascorso del tempo; eppure, Valeria impara ad impiegare gli spazi del tempo, ad assaporare quella stessa vacuità delle giornate in cui ritroverà la verità su ciò che è accaduto e che, adesso, non ricorda più. Ed ecco che la memoria ritorna, con i suoi foschi ricordi, ma ormai il dolore è sfumato, poichè la tranquillità del presente ben sa come curare e rassicurare.
Lo stile della scrittura di questo romanzo è lineare, essenziale e asciutto, forse troppo poco pretenzioso, ma efficace. L’equilibrio tra analessi e prolessi è, oserei dire, perfetto e la storia, essenzialmente priva di colpi di scena, ben mantiene il segreto della rivelazione fino alla fine del racconto. Si avvertono distintamente gli odori e le usanze di una terra che sopravvive a dispetto delle esigenze moderne, nelmentre che la lettura è fatalmente accompagnata da un sottofondo di vento che soffia le storie e ricordi di un popolo che pretende di sopravvivere.
UN ASSAGGIO DEL ROMANZO
Valeria provava sempre una gioia innocente a camminare
rasente i muri silenziosi del paese. Era come ritrovare una mattina chiara
della
sua infanzia, quando correva al forno del padre di Filomena per
comprare pane di
grano giallo e treccine dolci per il latte.
La luce rosata risplendeva sulla pietra bianca dei portali, sulle facciate giallo ocra dei palazzetti appena restaurati. Incrociò un gruppo distudenti in attesa dell’autobus per Avellino e il camioncino della nettezza urbana di ritorno. Balto andava veloce, la coda dritta, le orecchie puntute. Un odore di pomodoro con peperoncino e basilico profumava l’aria. In qualche casa preparavano il pranzo.
Il cibo restava ancora per molti un sacramento familiare.
Da bambina le rimproveravano la sua inappetenza. Di sera piatti coperchiati col cibo di mezzogiorno. Non mangiava, non mangiava. Era tutt’ossa. La spremuta di carne, il succo muschiato della pastina. Da vomito. La violenza si impara in famiglia in forme estreme di accudimento.
In paese c’era un solo ristorante che era chiuso la domenica e due pub. La vita fuggiva a poco a poco dal paese. E chi restava sopravviveva dietro portoni chiusi, gelosie serrate, tende accostate.
Eppure l’aria era così bella che Valeria si sarebbe nutrita solo di quella.
E il colore del cielo era così intenso da sembrare quello di un dipinto.
E i suoi passi risuonavano sul selciato come nel silenzio di un chiostro.
Puro, leggero, invisibile. Così le sarebbe piaciuto il mondo.
L’ordine dell’addio, Emilia Bersabea Cirillo, pagg. 199, € 13,00, ISBN 888103244-9
1 comment Luglio 31, 2007