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UNA STRANIERA DI NOME ELSA

Il disonore dell’uomo è il Potere. Il quale si configura immediatamente nella società umana, universalmente e da sempre fondata e fissa sul binomio: padroni e servi sfruttati e sfruttatori.
Elsa Morante,Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe e senza partito),1970 (o ’71)
Pochi amici intimi approdano a quella riva-stanza: i familiari dell’editore Giulio Einaudi, il regista-attore Dario Cecchi, lo scrittore e saggista Alfonso Berardinelli, la poetessa Patrizia Cavalli, il critico cinematografico Goffredo Fofi. Lì era, immobile per sempre, a causa di una nuova caduta e rottura del femore. La casa di Elsa, a via dell’Oca: vetrine di legno chiaro, poltrone di canapa, tappeti di spago, i libri nascosti altrove. Mi diceva che Useppe de La Storia era quasi un suo figlio e ricordava come, per narrare una partita a pallone del ragazzo, avesse dovuto leggere dei libri sul gioco del calcio, ma poi era andata ad osservare anche la frequenza del riso nei bambini che si rincorrono.
Parlava dei suoi gatti. Un gatto, indolente, indifferente, anche insolente, si rifiutava di darle compagnia, e andava a ruzzare tra i vasi e le erbe del terrazzo dove si trovava una gatta, occhi grandi celesti cigliati di nero. Elsa viveva in uno stato di estraneità totale e angoscia. La tensione tra storia ed esistenza, avvertita in forma lucidamente disperata, negli ultimi suoi romanzi, prospetta il problema delle fonti: il primo Heidegger (la storia come morte), Jaspers (la storia come scacco), Sartre (la libertà per che fare?).
Ci raccontava di sé bambina e adolescente, una progressione di episodi felici, e rideva: un riferimento costante all’epoca in cui tutto era ancora da decidere. Nutriva una speranza così grande per un ragazzo suo coetaneo ch’era sproporzionata per il suo piccolo cuore; perfino il linguaggio era troppo ridotto per potersi esprimere. Si faceva bella, poiché le era più caro della vita, ma il ragazzo aveva un viso duro e un pudore selvaggio che a lei pareva disinteresse. Sembrava il resoconto di un sogno. Pensai che tutta l’opera della Morante è sotto l’effetto di un sogno come autobiografia riferito da un io recitante (protagonista e interprete). E’ compito arduo formulare delle ipotesi sulla personalità psichica della Morante e tentarne una psicoanalisi della vita affettiva. Parole pause della voce, qualità del silenzio, linguaggio, indicano in lei un processo continuo di depersonalizzazione e angoscia. Peccato che la letteratura possa esprimersi solo mediante la scrittura, e non mediante la parola gestuale, il linguaggio pittorico dei sogni, delle visioni, che hanno particolarità idiomatiche speciali, se contrapposte alla lingua dei linguisti. Così il linguaggio della Morante è costituito da un’eterogeneità del significante per cui preferiamo l’espressione: discorso o “flusso” psichico. L’affetto in lei ha soprattutto una funzione di memorie. E il legame tra linguaggio e memoria, tra rappresentazione e memoria, evoca ricordi in forma di sentimenti, fantasmi inconsci.
Il nuovo libro di Elsa Morante, forse l’avvenimento letterario ’82-’83, otto anni dopo la pubblicazione de La Storia (1974) – ma sono dei tempi normali di scrittura per l’autrice, che impiega dieci anni tra un libro e l’altro -, non si conosce ancora il mese esatto di uscita del libro, presso Einaudi, né sono noti il titolo, o la struttura e vastità della vicenda. Per il resto, delle confidenze del piccolo mondo privato che gravita attorno a questa solitaria scrittrice, che pare invecchiata di vent’anni dai tempi de La Storia. “Il suo nuovo libro è la storia di un omosessuale. Una vicenda privata, diversa rispetto a La Storia, ma ancora più disperata”, mi dice Goffredo Fofi, saggista, critico, redattore dei Quaderni Piacentini. “E’ una vicenda centrata in una sola giornata, con alcuni flash-back sul passato. Uno dei paralogismi è rappresentato dalla guerra di Spagna. Ma il libro forse non è destinato a rinnovare il successo de La Storia. Intanto il tema è più circoscritto, gli stessi personaggi non sono facili o accetti a un vasto pubblico. La Morante, sempre più isolata, ha già fatto due o tre stesure del libro. E’ quasi al termine della stesura definitiva”.
Nella nostra narrativa la pietas morantiana si esercita attraverso il racconto della diversità (ebrei, emarginati politici, omosessuali, la debolezza congenita della donna che, secondo l’etica cristiana, deve partorire con dolore). Ancora qui il binomio Storia-morte, storia-male: l’antinomia tra la storia dei potenti e la storia degli oppressi. Ed i suoi personaggi, come “relitti galleggianti”, esclusi da ogni ideologia, ancora una volta ripropongono alla nostra attenzione “le cavie che non sanno il perché della loro morte”…
Come il precedente, un libro sul valore e la mancanza di valore della storia. Da cui si ricava che la storia viene sopportata solo dalle personalità forti, quelle deboli, essa le cancella. E se si sostituisse, invece, l’incomprensibile nella storia con qualcosa di comprensibile?, pare chiedersi la Morante.
Nel flusso attuale della nostra letteratura, i soggetti privati sono frequenti, così certa tematica piccolo-borghese e di evasione, mentre è più raro un romanzo costruito su una socievolezza di visione. Poche opere illuminano i nostri problemi collettivi del come, del perché, del dove. Una risposta la tenta Elsa Morante con Aracoeli, pregno di un indubbio pathos.
Abbandonata la fabulazione fantastica ininterrotta da Menzogna e sortilegio (1948) al Mondo salvato dai ragazzini (1968), è oggi il pathos l’elemento primo della sua visione. Un narrare ricolmo di giovinezza, laddove invece la costante angoscia non solo privata, la condizione di isolata nella nostra letteratura, potevano determinare in lei uno stato di abulia o passività o rassegnazione, piuttosto che una maggiore responsività e disponibilità ad agire sul piano della narrazione.
E’ giunto il momento di porsi la domanda: la disperazione ha un senso? Parliamo della disperazione di origine metafisica, intellettuale, costituzionale e fisica, psicopatologica. La disperazione costituisce un fenomeno particolare o la si ritrova nella vita di ognuno di noi? E’ inutile fornire qui una risposta circa il senso della disperazione, e le sue radici nella storia degli uomini, nella storia cioè di tutti noi. Per quanto riguarda la disperazione nella cultura contemporanea, più specificatamente nella narratrice Morante, essa si ricollega alla perdita di speranza, alle disillusioni di ordine storico, ma anche agli affetti depressivi legati alle vicende (spesso tragiche) degli intellettuali amici. Soprattutto Saba, Penna, Pasolini. Cioè, un processo continuo di identificazione e introiezione legato a quei fatti. Ma anche una eco della “noia” come condizione esistenziale, anche se non proprio disperante: una eredità del suo ex marito Moravia (sposato nel 1941), il quale evidentemente sentiva il proprio ambiente come povero di stimoli.
Ma l’ansia, la colpa, la frustrazione, in rapporto allo scrivere, nella autentica freudiana Elsa Morante, sono piuttosto temi per la semiotica e la psicoanalisi del testo, che sperimenta gli equilibri e ricompone lo scambio di informazioni col mondo esterno. Per ora, limitiamoci ad esaminare tre costanti lukàcsiane che, per quanto è dato sapere, sono alla base del nuovo libro della Morante: 1) co-presenza in questa storia drammatica di tutti i presupposti storico-sociali del conflitto tra due tipi di umanità e due opposti principi; 2) il destino dell’autrice si intreccia con le vicende dei suoi personaggi, per un’opera di mediazione interiore ed esterna; 3) l’autrice mantiene costante e fino alla fine il livello dei suoi mezzi espressivi, attraverso l’analisi continua della psicopatologia e sociologia dei personaggi; attraverso la ricerca poetica, di azione, e di strutture compositive, adeguate a questo nuovo tipo di storia dal “basso”.
Sergio Falcone

Add comment Giugno 18, 2007

DIARI, EPISTOLARI ED ETICA DELLA DIVULGAZIONE

Tra il 1345 e il 1389, venne scoperto da Francesco Petrarca e Coluccio Salutati, un cospicuo carteggio del celebre oratore Marco Tullio Cicerone. Si trattava di circa 900 lettere, scritte tra il 48 e il 43 a. C. che, d’un tratto, ne ribaltarono la figura severa ed austera, ridipingendogli il volto di fragilità e sentimentalismi nuovi, certamente insospettabili.
Furono proprio tali ritrovamenti e la consapevolezza dell’importanza che questi scritti privati rappresentano per chi viene dopo, che ribaltarono e confusero il concetto, così marcato, di scrittura pubblica e scrittura privata. Nell’atto di abbozzare, compilare e stendere scritti, d’ora in poi, ciascun autore saprà che i propri testi privati potrebbero essere oggetto di studio per i posteri; e l’immagine che ne verrà fuori avrà, in più, l’aggravante di non poter essere più ribaltata, poiché l’autore sarà, ormai, defunto.
Lettere, diari o anche semplici annotazioni diventano, così, una fonte inesauribile.

L’epistolografia annulla la sua stessa scienza poiché, adesso, le motivazioni che muovono un autore, consapevole della propria fortuna futura, rispondono ad un concetto nuovo e del tutto insospettabile, ossia rappresentano un autoritratto del pensiero, dello stile di vita, della moralità etc.
E’ forse proprio da Petrarca in poi che la condizione di libertà delle comunicazioni letterarie perde il suo carattere di naturalezza di scrittura di getto, ridondante o grammaticalmente scorretta. Ma come avrebbe potuto essere più lo stesso, Petrarca, dopo aver subito in prima persona il fascino dell’epistolario ciceroniano? Le epistole sono un nuovo genere letterario.
Possiamo qui ricordare come nelle lettere Sine nomine, di contenuto politico-religioso, ritenuto compromettente, Petrarca abbia provveduto scrupolosamente a cancellare i nomi dei vari destinatari; e certamente più emblematiche, ai fini dell’esposizione di questa minima teoria, sono le circa 350 lettere di argomento vario, alcune delle quali realmente inviate altre, invece, di carattere fittizio. Da qui la riflessione naturale che Petrarca non abbia alcuna intenzione di dar vita ad una corrispondenza, quanto molto più semplicemente stia compiendo un’opera di autopromozione, di autopresentazione. E certamente v’è riuscito.
In Lettera ai posteri, la quale più di ogni altra rappresenta un vero autoritratto morale, scandito dall’atteggiamento austero e complesso di una voce che proviene, oramai, da un passato lontano, balza immediatamente agli occhi l’intento che vuole perseguire l’autore. Vi si legge, in aperture:

Forse ti accadrà di udire qualcosa di me, per quanto sia dubbio che il mio nome piccolo e oscuro possa giungere lontano nello spazio e nel tempo. E forse desidererai conoscere che uomo fossi o quali fossero gli eventi delle mie opere, soprattutto di quelle la cui fama sia giunta sino a te o di cui tu abbia sentito vagamente parlare.

Ma qui non siamo più di fronte ad un epistolario, bensì ad un romanzo di genere epistolario.

In maniera del tutto simile a questa concezione petrarchesca delle epistole, saltiamo qualche secolo, per analizzare la medesima questione in un ambito temporale molto più prossimo a quello attuale. Marguerite Yourcenar scriveva le sue lettere nella piena consapevolezza che, la sua notorietà probabile ed eventuale, come autore, avrebbe fatto nascere l’incallita curiosità in ogni suo scritto privato. La più grande preoccupazione, al di là delle cura precisa delle sue opere canoniche, fu quella di comporre una buona immagine di sé da ridare ai posteri attraverso il suo carteggio. Celeberrimo il rito che la rese famosa – ma che, si suppone, compiano e abbiano compiuto molti autori, – di bruciare scrupolosamente, censurandoli dunque, tutti gli scritti che non desiderava fossero oggetto futura di considerazione. Ciò spiega perché ogni sua lettera – tutte, – a prescindere dalla confidenzialità che riservava ai diversi destinatari, presenti la medesima compostezza, il medesimo rigore sintattico, lasciando registrare la primissima sensazione che balza agli occhi, ossia la totale mancanza di giovialità e spontaneità Ed eccoci, dunque, al punto focale della questione: questo atteggiamento morboso dei lettori che ambiscono intessere un filo conduttore ben oltre l’opera con l’autore che più amano, ha condotto nei secoli, ad uno snaturamento di questi carteggi.
Venendo a mancare la spontaneità viene, in sé, a mancare anche il significato intrinseco di queste composizioni che pretendono appartenere ad una categoria che è, ormai, del tutto fittizia e/o strumentale.
Tuttavia, sebbene ciascun lettore della Yourcenar abbia bene in chiaro il meccanismo mentale che guida la penna di questa formidabile autrice, ad un certo punto la stizza – ascrivibile per paradosso alla sua stessa cupidigia di perfezione, – cade nell’attimo in cui riferisce l’esigenza di una normalità che possa riservargli il dono della schiettezza veloce nella scrittura privata:

(…) a parer mio una lettera è innanzi tutto una lettera, vale a dire, una confidenza fatta a una persona sola, senza scopi reconditi di pubblicazione (…)

Come non condividere questo pensiero?

Se una tale stima può ritenersi valida per scritti di carattere epistolare – nel senso di comunicazione tra due persone diverse, – tanto più potrà giudicarsi valida nella considerazione di rendere pubblici, ossia liberamente fruibili, scritti che abbiano un contenuto unilaterale, di conversazione con l’io più recondito, così come può considerarsi un diario.
La diaristica è, a questo punto della storia della letteratura, – così come è accaduto per lo snaturamento delle lettere, – anch’essa considerata un vero e proprio genere letterario, dal quale reperire notizie prettamente autobiografiche e annotazioni personali scritte di prima mano. Ma si va ben oltre: il dialogo interiore è, per uno scrittore, una maniera complessa per ristabilire un ordine apparente: la scrittura, narrativa o poesia, è un contrario di sé che appaga l’autore. Il diario, nel senso di trasposizione su carta dei pensieri più immediati, al contrario, non ristabilisce alcun ordine, anzi tutt’al più crea dell’altro disordine, giacché, come uno specchio, amplifica l’immagine, così com’è, spoglia di maschere o falsi ritegni.

Leonard Woolf riteneva, di certo, di far cosa buona decidendo di diffondere il diario di sua moglie Virginia. Epurato di tutte quelle annotazioni che esulavano dalla sua attività di lettrice e narratrice, ha lasciato che si pubblicassero tutte quelle parti inerenti alla composizione dei suoi scritti, saggi, racconti, articoli e romanzi; ma non solo.
E’ sabato 20 marzo del 1925, quando la Woolf scrive:

Ma che ne sarà di questi diari?, mi sono chiesta ieri. Se morissi, che ne farebbe Leo? Non gli andrebbe di bruciarli; e non potrebbe nemmeno pubblicarli. Be’, dovrebbe cavarne un libro, credo; e poi bruciare il corpo. Direi che c’è un libriccino, dentro; se i pezzi e i bocconi fossero un poco riordinati. Dio solo lo sa. Tutto questo è dettato da una leggera malinconia, che mi assale di tanto in tanto, ora, e mi fa pensare che sono vecchia e brutta e che ripeto sempre le stesse cose. Eppure, per quanto so, comincio solo ora ad esprimere quello che ho in testa come scrittrice.

Potrebbe, stando a questo pezzo, sembrare che fosse un desiderio della Woolf vedere il suo diario letto come si leggevano i suoi romanzi, ma – questo è di certo un parere personale, – non è affatto così; non credo che la nota scrittrice inglese desiderasse mettere in piazza le sue fragilità con tanta noncuranza. L’immagine che inevitabilmente si innalza di Virginia Woolf, così com’è nelle pagine del suo diario, è quella di una donna fragile, dalle idee scomposte, dall’equilibrio precario. Il lettore più avveduto che riesce a travalicare il limite della morbosità, si rende conto immediatamente di poggiare il piede nel terreno minato della spudoratezza. Ad ogni pagina, ad ogni commento urge l’esigenza di chiudere il diario, perché, considerando la sensazione di fragilità interiore di questa donna, si è ben consci, leggendo, di irrompere freddamente e ingiustificatamente nella vita di un semplice essere umano.
Questo diario non era necessario neanche ad intendere il motivo di un suicidio improvviso, perché il dilemma, molto più semplicemente, poteva essere sciolto dalla lettura delle opere della Woolf. La vita e il pensiero si dipanano dal groviglio semplicemente capendo con attenzione e acutezza dei sensi la follia troppo ben descritta ne La signora Dalloway o la visionarietà convulsiva de Le onde; non c’era bisogno del diario per intendere che la Woolf era dotata di una eccessiva sensibilità che poggiava le sue basi su di un equilibrio troppo precario, lo stesso equilibrio che, per poco tempo, era riuscita a gestire con la sua bravura e il suo talento di narratrice.
Non necessariamente si deve oltrepassare il limite della pudicizia e del rispetto altrui per capire; l’intuizione è, se vogliamo, anche più gratificante nell’esegesi di un testo.

Ora, se in qualche tratto la Woolf si compiace dei suoi diari, li rilegge, se ne stupisce, e ipotizza che possano, con dovute correzioni, diventare un libro, questa medesima ipotesi non sfiora affatto il pensiero di chi si trova tra le mani e sotto gli occhi Diario 1938, uno scritto privatissimo che si è voluto far passare come breve parentesi di un’esperienza diaristica di Elsa Morante.
Ahimé, non si tratta affatto di un diario.
Diario potrebbe considerarsi la cronistoria del tempo o degli eventi di una vita; ebbene, non è questo il caso! Gli scritti che la Morante aveva annotato su di un semplice quaderno, indicandole come Lettere ad Antonio, è un irriverente ed incosciente viaggio – oltretutto non autorizzato, – nella più profonda intimità di una persona: il sogno.
La vida es sueño annota la Morante in apertura. E’ un’operazione davvero personale quella di aprire la porta ai desideri custoditi dai sogni e lasciarli liberamente duellare, anche uscendone sconfitti, con il prammatismo della condizione reale. E’ una raccolta di confessioni questo Diario 1938 che deve aver stupito la stessa Morante se, in diversi punti, ha provveduto a castigare la scrittura, non indicando nomi e censurando intere frasi, sostituite da file interminabili di asterischi.
Roma – 19 gennaio 1938, così si apre il diario:

Sogni erotici.
Evidentemente, caro Antonio, la mia vita diventa ogni giorno più stupida, una schiavitù e un’ansia dei bisogni fisici: materiali e sessuali. Me ne accorgo dai miei sogni.

Bastano queste poche battute per intuire che non è il caso di andare oltre.
Chi accorda al lettore il permesso di osare tanto? Sarebbe un bene che questo libro sparisse dagli scaffali e dalla memoria di chiunque. Elsa Morante, così com’era, come donna, come scrittrice, è reperibile altrove, ben lontano da questo diario. Elsa Morante è nei suoi scritti, nel suo memorabile lavoro di narratrice che l’ha vista impegnata un’intera vita.
E ancora: dov’è l’etica di una simile divulgazione? E dove finisce il rispetto e inizia una maleducata irriverenza? Si è forse chiesto, chi ha pubblicato questo minimo diario – ma è anche il caso di molte altre scritture private, – cosa avrebbe desiderato, la sua autrice, per queste confessioni di un momento?
Nella nota al testo si legge: (…) ha spezzato deliberatamente – Elsa morante – il fluire della confessione per reciderne con estrema cura i punti più scabrosi. Tuttavia, seppur con questa consapevolezza, si è ritenuto lecito e anche necessario pubblicare queste pagine. Eppure la Morante era stata chiara in proposito, bastava interpretare le sue parole, sparse nelle sue opere qua e là, dove un senso di riservatezza eccessiva predomina sulla scrittura. E, se non sembra abbastanza, ci facciamo imprestare dalla sua stessa penna – Il mondo salvato dai ragazzini, – quale idea poteva dominare la sua pente su tale questione:

Si può protestare indignati contro certe rivistacce commerciali
che per lucro insultano con pettegolezzi biografici
la memoria dei Poeti.
E, preoccupati, intendono premunirsi
contro ogni dannata evenienza futura,
provvedere senz’altro, quel giorno stesso, a distruggere
tutto il proprio epistolario privato.
Senza salvare nemmeno la fotografia
originale ( custodita fino dalla fanciullezza )
della Divina Vecchiona Culona, Mammona,
con la sua dedica personale autografa:
Grazie per i simpatici auguri d’Anno Nuovo.
Sinceramente.
Mae West.

Il sospetto legitimo è che chi ha curato e provveduto alla pubblicazione di questo diario abbia deliberatamente disconosciuto o distrattamente dimenticato questo brano.

Altra cosa è, al contrario, concedere al lettore la bellezza di certi epistolari che altro non sono che un modo per penetrare ancor meglio nell’ùo sguardo dell’autore. I casi sono tanti, e qui, per quanto si entri sempre e comunque nel terreno del privato, terreno che andrebbe sempre salvaguardato a mio avviso, una certa liceità della divulgazione potrebbe essere ammessa. Un esempio per tutto potrebbe portarsi con le meravigliose lettere di Paul Cézanne, in cui, sempre in punta di piedi, si entra per osservare il suo mondo, con i suoi stessi occhi e considerare il travaglio di un artista memorabile.
Il 15 aprile del 1904, scrive a Emile Bernard:

Permettimi di ripetere quello che vi dicevo qui: trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono, il tutto posto in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto o di un piano si diriga verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte danno l’estensione, cioè una sensazione della natura, o, se preferite, dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne Desus dispiega davanti ai nostri occhi. Le linee perpendicolari a questo orizzonte danno la profondità. Ora, per noi uomini, la natura è più in profondità che in superficie, di qui la necessità di introdurre nelle nostre vibrazioni di luce, rappresentate dai rossi e dai gialli, una quantità sufficiente di azzurri, per far sentire la presenza dell’aria.

Cos’è questo se non uno strumento, un documento di un’importanza rilevante?
A ribadirne la teoria sopra esposta, da cui la tesi balza immediatamente agli occhi dei più arguti, chiudo questo rimbrotto risentito con un altro brano tratto dalle Lettere di Cézanne, uno spaccato così bello, così poetico, da ristabilire la pace con il mondo e con il proprio senso di colpa.
8 settembre 1906, al filgio:

(…) per me realizzare le sensazioni è sempre molto faticoso. Non so raggiungere l’intensità che si manifesta davanti ai miei sensi, non ho quella magnifica ricchezza di colori che anima la natura. Qui, in riva al fiume, i motivi si complicano; lo stesso soggetto, visto da angolazioni differenti, offre una materia di studio così interessante e varia che potrei lavorare per mesi senza cambiare posto, solo inclinandomi un po’ più a destra o un po’ più a sinistra (…)

Francesca Branca

2 comments Giugno 18, 2007


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