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VISITA A CASA DI EDUARDO DE FILIPPO

Una villetta bianca silenziosa, soffitti bassi, le imposte che sbattono e i gerani alla finestra, un po’ di giardino attorno, sembra il casotto del custode, al numero 16 di via Aquileia, nel quartiere Nomentano, a Roma, ma è la casa di Eduardo, 80 anni, autore di teatro, attore, regista teatrale di fama internazionale. Con il pretesto di portare una lettera di Carlo Muscetta, posso trattenermi, senza parlare ed anche senza scrivere, per vedere in attività quest’uomo straordinario dal corpo piccolo e gracile, curvo come uno gnomo, stanco, perfino sofferente. Pare piuttosto un filantropo. Con una voce afona e un’occhiata umida che mi arriva al cuore. Non fa domande, non ascolta quasi risposte. Una macchina di teatro che ha funzionato dal 1906 (il debutto con Eduardo Scarpetta in compagnia di Titina) sembra sul punto di scaricarsi, pur continuando a funzionare.Vigile la moglie Isabella Quarantotti: “Eduardo è costretto a scegliere, o le interviste o il lavoro”. I ricordi si affollano nella memoria di un povero cronista. Ieri, il racconto che mi faceva Vittorio De Sica: “Arrivò Eduardo. Totò si voltò e mi disse: ‘Edua’, sta ‘ccàa!’. Ricordarono un teatrino presso piazza Ferrovia, la misera orchestrina. Eduardo si sedeva in teatro per ascoltare la voce di Totò, e poi l’uragano di applausi che partiva da quella platea esigente e implacabile a ogni gesto, salto, contorsione, ammiccamento del ‘guitto’”. Oggi, prima della mia corsa da Eduardo, Carlo Muscetta mi dice: “Come tutti i grandi attori, Eduardo ha deciso di morire sulla scena”.Frugando in mezzo ai documenti editi della vita di Eduardo, libri e memorie di vita e di lavoro, tento di mettere insieme questi appunti per una autobiografia dello stesso Eduardo.
Che cos’è il teatro
“Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro”.
L’attore
“L’attore muore senza poter dire di aver raggiunto la perfezione. Egli dà al pubblico il risultato della sua continua esperienza; ma tale esperienza, nel momento stesso in cui si raggiunge, diventa fatto superato”.
Il pubblico
“La storia del mio lavoro termina con la parola fine, scritta in fondo all’ultima pagina del copione; poi ha inizio la storia del nostro lavoro, quello che facciamo insieme noi attori e voi pubblico, perché non voglio trascurare di dirvi che non solo quando recito, ma già da quando scrivo il pubblico io lo prevedo. Se in una commedia vi sono due, cinque, otto personaggi, il nono per me è il pubblico: il coro. E’ quello a cui do maggiore importanza perché è lui, in definitiva, a darmi le vere risposte ai miei interrogativi”.
La messa in scena
“Una messa in scena è lavoro di creazione: crea l’autore, crea l’attore, crea il regista, lo scenografo, eccetera. Quando tale lavoro si vale del contributo entusiastico e umile di tutti, si fa teatro. Quando uno degli elementi predomina sugli altri, esso dà spettacolo di sé”.
Lo stimolo emotivo
“Alla base del mio teatro, c’è sempre il conflitto tra individuo e società. Voglio dire che tutto ha inizio, sempre, da uno stimolo emotivo: reazione a un’ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia mia ed altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate e anacronistiche con il mondo di oggi, sgomento di fronte a fatti che, come le guerre, sconvolgono la vita dei popoli… Solo perché ho assorbito avidamente, e con pietà, la vita di tanta gente, ho potuto creare un linguaggio che, sebbene elaborato teatralmente, diventa mezzo di espressione dei vari personaggi e non del solo autore”.
Il mio credo politico
“Il mio disegno di legge sarebbe quello di dare ad ognuno una piccola responsabilità che, messe insieme, diventerebbero una responsabilità sola; in modo che sarebbero divisi in parti uguali, onori e dolori, vantaggi e svantaggi, morte e vita. Senza dire: io sono maturo e tu no!”.
I “professori”
“Chi ha voluto ‘a guerra? ‘Il popolo’, diceno ‘e prufessure. Ma chi l’ha dichiarata? ‘’E prufessure’, dice ‘o popolo. Si ‘a guerra se perde, l’ha perduta ‘o popolo; e si se vence, l’hanno vinciuta ‘e prufessure”.
La guerra
“C’è stata una guerra; una guerra che ha distrutte tutte le illusioni, tutte le apparenze. Qua viviamo di realtà, ora per ora, minuto per minuto… Le illusioni nun s’ ‘e ffa’ nisciuno cchiù. Il signor ‘pare brutto’ è morto sott’ ‘a nu bumbardamento. La signora ‘dignità’ è stata fucilata”.
La paura
“Amico mio, il morto non è altro che un uomo disarmato sul serio; è il combattente della guerra eterna, al quale la natura ha tolto per sempre la vera arma segreta: l’anima. Io posseggo ancora questa arma, voi la possedete ancora, di me potete avere paura, io di voi”.
Coppie
“State insieme da tanti anni e non avete saputo raggiungere un’intimità che vi possa permettere di dire pane al pane e vino al vino, l’uno con l’altra?… Pigliate a pretesto un motivo qualunque per litigare e il dito sulla piaga nessuno di voi due lo vuole mettere… Tu capisci in quale situazione si trovano i giovani di oggi… E noi, forse con il nostro atteggiamento ostile, li abbiamo disorientati ancora di più. Non bisogna confondere momenti con momenti e fatti con fatti. La confusione c’è stata per loro e pure per noi”.
Quasi un’autobiografia
“Io sono figlio d’arte,… e sono a capo di un gruppo di comici formati da mia moglie, dai miei figli, da mia nuora e mio genero, tutti figli d’arte come me. Da guitti discendiamo e guitti siamo noi stessi… Il mio gruppo lavora per un pubblico minuto: braccianti, contadini, serve, bottegai… Il popolo ama questo genere di repertorio. Il ‘Capannone’ era sempre tutto esaurito”.
I “bassi” a Napoli
“I bassi… Nire affummecate… addò ‘a stagione nun se rispira p’ ‘o calore pecché ‘a gente è assaie, e ‘e vierno ‘o friddo fa sbattere ‘e diente…”.
Il tribunale di Napoli
“… Tornai diverse volte in tribunale,… e a poco a poco misi insieme una folla di diseredati, di ignoranti, di vittime e di aguzzini, di ladri, prostitute, imbroglioni, di creature eroiche ed esseri brutali, di angeli creduti diavoli e diavoli creduti angeli. Ancora oggi, essi sono con me, assieme a tanta altra umanità che man mano ha accresciuto la folla iniziale”.
“Fesso”
“Fesso: entrato al pari di tanti altri vocaboli partenopei nell’uso comune della patria lingua, questo termine costituisce un vero grattacapo per chi intendesse rintracciarne origini lessicali, etimologiche, e senso determinato… Si dirà che io esageri, ma a me pare che in questa ineffabile parola sia racchiuso tutto lo spirito dell’inconfondibile filosofia del popolo di Napoli. Una filosofia fatta di sopportazione, di gaiezza, di lepido umorismo e persino di vanteria golosa! Infatti: ‘L’aggio fatto fesso!’ (L’ho giocato, n.d.a.), ritengo sia la frase quintessenziale della soddisfazione d’un Partenopeo”.
Alberto nelle “Voci di dentro”
“Dice che parlare è inutile. Che, siccome l’umanità è sorda, lui può essere muto. Allora, non volendo esprimere i suoi pensieri con la parola… perché poi, tra le altre cose, è pure analfabeta… sfoga i sentimenti dell’animo suo con le ‘granate’, le ‘botte’ e le girandole”.
Gaetano Trocino
“Dopo anni di amarezze, di pene, di scoraggiamento per non aver creduto più genuino e autentico il calore familiare, per aver messo in dubbio l’affetto dei figli e di sua moglie, come ogni essere umano, ha ceduto alla crisi e s’è rifugiato volontariamente in una sincope che, se i suoi aspetti sono giusti, diventerà definitiva; se infondata, può avere carattere di sincope provvisoria”.
Filumena Marturano
“I tratti del volto di questa donna sono tormentati: segno di un passato di lotte e di tristezze. Non ha un aspetto grossolano, Filumena, ma non può nascondere la sua origine plebea: non lo vorrebbe nemmeno. I suoi gesti sono larghi e aperti; il tono della voce è sempre franco e deciso, da donna cosciente, ricca d’intelligenza istintiva e di forza morale, da donna che conosce le leggi della vita a modo suo, e a modo suo le affronta. Non ha che quarantotto anni”.
La signora Bravaccino
“La signora Bravaccino capisce che la guerra può soffiare e disperdere quelle poche pietre che è riuscita a mettere l’una sull’altra, ma dice: ‘Io me ne infischio. Costruisco lo stesso’. Pensatela come volete voi, per me dico che si è regolata benissimo. Stringiamoci fraternamente la mano e guardiamoci negli occhi per scambiarci un segno di fede e troveremo parole di indulgenza e ammirazione per chi, sprezzante del pericolo, costruisce, invece di demolire”.
Il presepe di Luca in casa Cupiello
“… Intorno a Luca si va creando un’atmosfera indifferente e gelida, man mano che le montagne di cartapesta si popolano di capanne e di ‘casarelle’, e diventa addirittura ostile quando, ad opera compiuta, egli chiede timidamente alla famiglia un po’ di adesione”.
A cura di Sergio Falcone

1 comment Giugno 18, 2007


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