Posts filed under 'Dacia Maraini'

VIAGGIANDO SUI TRENI DI DACIA

 

128791 “Avevo offerto La vacanza a vari editori: con il sentimento sgradevole d’essere un vitello che va a vendersi al mercato. Non conoscevo quasi nessuno, quindi mandavo per posta il dattiloscritto: non ti rispondevano mai, se ne fregavano, oppure ti scrivevano la solita lettera, l’opera è interessante ma i nostri programmi editoriali non consentono attualmente.” Queste parole, Dacia Maraini, le usò in una lunga premessa al romanzo citato, in una nuova edizione per Bompiani.

In questo brano, si racconta molto del suo inizio, della necessità, per esordire, di ancorarsi al nome di Moravia; lo stesso nome che – per ammissione della scrittrice – le fece da ombra nel corso dei primi anni. Pare, infatti, che in seguito, ogni qual volta un suo testo otteneva un certo successo di pubblico, un riscontro anche critico, qualcuno cercasse e trovasse un nesso, anche solo casuale, con l’autore della Ciociara.

Ci sono voluti molti anni per risolvere la questione dell’affrancamento, anni di duro lavoro in cui le tecniche narrative della Maraini hanno subito un lungo processo di maturazione: da asciutte e parsimoniose di aggettivi, andarono sempre più colorandosi e arricchendosi; fino alle più recenti pubblicazioni, dove si nota un amore ed un’attenzione per il “termine”, che non lascia mai sbavature, che è appassionato ma non melenso, partecipe ma mai patetico.

Da Marianna Ucrìa in poi, né è passata di acqua sotto i ponti; tra narrativa, poesia, saggistica e drammaturgia, la Maraini è diventata la scrittrice-colosso che tutti oggi conosciamo.

Così come abbiamo imparato a riconoscere nell’intimo ogni suo personaggio, ogni sua storia, sempre compiuta; capace di lamentare un dolore, di esprimere un disagio, una violenza. E non può più essere addebitato al caso se ciascuna delle sue narrazioni finisce per intersecarsi quasi sempre, inevitabilmente, con i grandi eventi – in special modo turbolenti – della Storia.

Sarà che la scrittrice si dice molto legata al concetto di naturalezza del male, un male intrinseco e inseparabile, un irrinunciabile valore aggiunto che sedimenta nelle persone e le aiuta a cambiare, a diventare quel che sono.

Un teorema bizzarro ma efficace che sembra fungere da leitmotiv anche nel suo lavoro più recente, Il treno dell’ultima notte, un romanzo molto lungo, molto dettagliato su alcuni temi tragici consumatisi in Europa nella prima metà del Novecento: l’ascesa del nazismo, l’accettazione passiva e l’inconsapevolezza di pratiche spudoratamente antisemite, le deportazioni arbitrarie delle varie etnie e, alfine, l’olocausto consumatosi silenziosamente nei campi di concentramento – di cui, vogliamo ricordarlo, la Maraini, da bambina, in Giappone, ha avuto esperienza diretta.

Ma non solo. In questo romanzo, ambientato negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, c’è una narrazione particolareggiata di certi eventi eclatanti che si verificarono al di là della cortina di ferro. C’è la guerra fredda. C’è la fame. C’è il sentimento di rivolta che nasce e che si alimenta di speranza e voglia di riscatto; entrambi sedati dai cingolati sovietici che entrarono a Budapest il 4 novembre del 1956.

Infine, il desiderio di ricostruire, di rinascere, ma senza dimenticare.

Ogni personaggio raccontato in questo romanzo è accomunato a tutti gli altri proprio da questo rifiuto fermo nel non dimenticare quello che è stato. Non dimentica Amara, che cerca il suo amico di infanzia Emanuele, forse deportato in qualche campo di concentramento; non dimentica la madre di Emanuele, ebrea viennese, che con ossessiva pervicacia, in piena ascesa nazista, si sente tutelata solo perchè suo padre ha perso un braccio nella battaglia della Kolubare; non dimentica Hans, “l’uomo che si è salvato dai nazisti per la preveggenza di una madre amorevole”; e neanche il bibliotecario Horvath, a caccia di storie sulla deportazione ancora così poco conosciuta nei quindici anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

Ma, più di tutti, è Emanuele – il personaggio più riuscito di tutto il romanzo, sia sotto il profilo psicologico che storico – a non poter operare l’oblio su ciò che ha significato l’orrore nazista.

Lui, ebreo, benestante, colto, assennato, era solo ragazzino al tempo dell’ascesa nazista. Per volere della madre, ingenua e inconsapevole del significato ed intento delle leggi razziali, ritorna a vivere a Vienna, la loro città d’origine.

Da questo momento in poi sarà solo l’orrore.

La deportazione nel ghetto di Lodz nel 1942 significano umiliazione e patimento, fame, freddo, violenza. Eppure, nonostante tutto, Emanuele rimane attaccato alla speranza, all’illusione che tutto debba finire così com’è cominciato. Coltiva, allora, il suo amore per la vita, scrivendo, annotando i suoi pensieri, i suoi ricordi della recente infanzia, il suo amore per Amara, in una serie di lettere e in un diario.

Poi, di lui, non si sa più nulla. Si crede che possa essere stato deportato nel campo di Auschwitz-Birkenau; e qui lo cerca Amara, tra i registri e le fotografie e i vari reperti esposti in mostra nel museo dell’orrore. Salvo scoprire, dopo varie peripezie e viaggi sui treni dell’est, che Emanuele è miracolosamente sopravvissuto alla deportazione.

Ma è davvero possibile parlare di sopravvivenza? Emanuele può ancora ambire a vivere nel presente e sperare nel futuro? La risposta pare essere negativa. Tutto quello che oggi è Emanuele è il suo passato e il suo passato è il campo di Dachau. Laddove ha visto e vissuto cose che non possono essere dimenticate e che non permettono di andare avanti. Ha visto morire donne e bambini, li ha visti cadere a terra, li ha visti morire nel poco ricordato progetto T4.

E dove, soprattutto, ha assistito inerme all’incattivirsi della sua persona, al rendersi brutale anche lui per sopravvivere; dove il suo cuore, ripetutamente sottoposto a terribili esperimenti pseudo-scientifici, ora è diventato di pietra.

Come a dire, per la prima volta quando si parla di olocausto, che meglio sarebbe dimenticare. Come a dire, per la prima volta, che sopravvivere è come morire.

Add comment Novembre 13, 2008


Pagine

Archivi

Blogroll

Meta

Articoli Recenti

Tag

Add new tag Anna Banti Annie Vivanti campi di concentramento classifiche critica letteraria Dacia Maraini deportazioni dimenticati e sommersi letteratura femminile libri Luce d'Eramo Nabokov nucleo zero scrittori

Categorie

Commenti Recenti

Cloud delle categorie

Aldo Palazzeschi Amelia Rosselli Anna Banti Anna Maria Ortese Antonio Tabucchi Brunella Lottero Cristiano Cavina Elsa Morante Fausta Cialente Gesualdo Bufalino Giuseppe Aloe Grazia Deledda indice Irène Némirovsky Jean-Noel Schifano Jàchym Topol Lavanya Sankaran Luce d'Eramo Marcel Proust Marguerite Yourcenar Mariateresa Di Lascia Martino Ferro opionini galattiche Pietro Grossi Rosetta Loy Senza Categoria Sergio Falcone Tommaso Landolfi Vasco Pratolini Virginia Woolf

Blog Stats

Più cliccati

Post più letti