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NEL PAESE DI TOLINTESAC di Cristiano Cavina
Avevamo letto Alla grande! e ci era piaciuto. Adesso sappiamo che Cavina ha pronto un altro libro per noi lettori, tutti in attesa, perché Nel paese di Tolintesàc ci ha davvero entusiasmati.Cavina è un abilissimo narratore; la sua scrittura non è complessa e non ha pretese, ma è talmente tanto bravo a ricreare gli ambienti che hanno fatto parte della sua infanzia, da sentirli anche nostri. La nonna Cristiana, che racconta di un mondo adulto perso nell’Italia dei partigiani e del dopoguerra, “usando il falsetto che in chiesa le serviva per intonare Vergina Santa che accogli benigna (…)”, è anche la nostra nonna e la storia di questo ragazzino che nasce già sprovvisto di padre ci rende tutti partecipi.
E’ proprio l’assenza di questo padre che fa scattare la storia e che poi la porta a termine in un andamento circolare perfetto. La nonna Crstina, leggera come se non potesse riaprire una ferita che non esiste, dice al nipote: “Tutti perdono qualcosa (…) Tu sei stato molto precoce: non eri ancora nato che avevi già perso il padre”. Un finto cinismo che ha prodotto la giusta reazione in un ragazzino che, ormai abbastanza cresciuto, sul letto di morte della nonna,sa essere placido e saggio, tanto da parlare così: “Non era quella mia nonna. Mia nonna Cristina parlava in continuazione, mentre la persona sepolta sotto le coperte immacolate e rigide come assi da stiro del reparto lunghe degenze non apriva mai bocca. Doveva esserci un errore. Come poteva non riconoscermi, dopo che una vita le ero stato tra i piedi? E le sue mani non profumavano più di Spuma di Sciampagna. Non era lei. (…) Io mi sedetti sul letto. Guardai quei lividi lasciati dagli aghi, e notai che erano dello stesso colore di quello che Gustì aveva sulla spalla. Tirai fuori la fotografia di Nicolino e gliela posai sul cuscino. Eravamo tutti lì, intorno a lei.
Aveva gli occhi aperti, spalancati su qualcosa che sfuggiva ai nostri. Sembrava in attesa, come davanti al tabellone delle partenze in una stazione secondaria. Nessuna riusciva a parlare. La fissai, e vidi che non c’era nessun errore. Era proprio nonna Cristina. Semplicemente si stava preparando ad avviarsi. (…) Nonna si avviò in un’abbagliante mattina di fine agosto, popolata dallo stesso canto delle cicale in cui ero stato concepito. Quando fu sepolta, il profumo di Sciampagna uscì dalla terra e inondò il cimitero, traboccando dai cancelli, e attraversò come un fiume sotterraneo tutta Purocielo, entrando in ogni singola casa che aveva visitato nella sua giovinezza di eroica portalettere. Avevo finito la mia storia da due giorni. Le avevo detto addio per sempre, confidandole che non ero stato io a perdere il babbo, ma lui a perdersi tutti noi.”
Non si può non amarlo questo libro; non si può non amare l’eccentrico zio Varo, il partigiano e disilluso zio Tarzan, il donnaiolo nonno Gustì, la passiva mamma Nicolina che soccombe alla figura importante della zia Bella; la nonna Cristina e, naturalmente, questo ragazzino che cresce con i racconti dei vecchi, in una lingua imbastita di dialetto: “Come molti miei coetanei, ero uno degli ultimi cresciuti in mezzo a gente che parlava in dialetto, e quello era il genere di parola che assomiglia a una miccia, una cosa da niente che riesce a innescare una bomba. Una mina inesplosa fatta brillare dalla mano di un bambino dispettoso.”
Cristiano Cavina è tra i tre vincitori del Premio Fenice Europa 2006, con altri cinque autori provenienti da tutta europa, ha partecipato con un racconto inedito alla quinta edizione di Scritture Giovani sul tema “Casablanca” e sta accompagnando il suo libro in Italia ed anche in altri paesi europei. Insomma, sta avendo un gran bel daffare, Cavina. Noi gli auguriamo un grosso in bocca al lupo “ (…) e poi tutti per strada, a festeggiare nel paese di Tolintesàc.”
Cristiano Cavina, Nel paese di Tolintesàc, Pagg. 262, € 14, Marcos y Marcos, ISBN 88-7168-276-9
Add comment Giugno 18, 2007