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SEMI DI SENAPE di Brunella Lottero

Quando ci è capitato la prima volta tra le mani quest’opera di Brunella Lottero, abbiamo pensato si trattasse di un libro per bambini, un libro di favole; forse sviati dal titolo o dalla copertina che, in uno sfondo pastello, reca la vignetta di un bimbo con le ali, seduto su di una nuvola. Leggendo, poi, ci siamo accorti che il contenuto di questo libro è tutt’altro che leggero, ma non per questo ce la sentiamo di dire che non si tratta di una favola.
Il racconto, introdotto molto bene da una citazione di Osho Rajneesh, è la storia di una dipartita dolorosa, la morte di Adelinda, una bimba di appena tre anni ed una settimana; ma è, soprattutto, la storia di come si può elaborare una tragedia così sproporzionata, di come si sopravvive ad un movimento tellurico così radicale. Brunella Lottero è stata magistralmente brava, delicata; si è mossa tra le righe della storia senza mai rischiare di toccare il fondo, ha usato i sentimenti senza che trasbordassero mai nel melenso. Chi legge, quindi, non può che trovarsi faccia a faccia con la morte, con la consapevolezza di avere così poco potere sulla vita. E chi legge, impara; impara che c’è una scappatoia alla sofferenza, che ciascun individuo trova il modo, a seconda della propria maturità, per sopportare il peso di quella verità assoluta che è la morte.
Tre sono i personaggi, tre protagonisti che si raccontano e raccontano del proprio equilibrio. La piccola Cecilia, sorella maggiore di Adelinda, che continua a vivere il rapporto con la sorellina nei suoi sogni: “(…) la mamma dice che la mia sorellina è morta ma io non ci credo. Intanto perché, secondo me, non si muore mai e poi perché io l’ho sognata (…) E subisce lo stravolgimento che ha creato questa improvvisa e definitiva assenza, cercando di far reagire i propri genitori con quella che è stata la sua scoperta: “Ieri notte, nel sogno, mi ha detto che lo sapeva benissimo che si sarebbe fermata da noi poco tempo, anzi, lei avrebbe dovuto volare via appena qualche mese dopo la sua nascita, ma nel frattempo si era così tanto affezionata a noi, a me in particolare, che ha chiesto di rimanere qui ancora qualche annetto, a patto però che se ne andasse in cielo a tre anni. E così è successo.”
C’è un secondo dolore, quello del papà. Un papà introverso, timido, composto, un papà che chiude lo spasimo dentro di sé, rischiando di rimanerne devastato, una fitta che gli rimane dentro e lo rosica, lo consuma lentamente. L’innaturale, inaccettabile pensiero che un padre possa sopravvivere alla propria figlia: “Il mio corpo, però, stava benissimo, il cuore batteva regolarmente, la pressione era normale. Come posso star bene? continuavo a chiedermi, senza risposta e senza attesa di risposta.” E il chiodo fisso di ogni uomo: proteggere la propria famiglia, tutta, e convivere con il rimorso atroce di non esserci riuscito: “Quante volte, al mattino, sono uscito lasciandovi addormentate te, piccolo amore e la mamma, nello stesso lettone, beate ed avvolte nel sonno e che pace scendeva nella mia anima, nel chiudere la porta che difendeva tutto il mio tesoro. Non sapevo che in quegli ultimi giorni, nel chiudere la porta, lasciavo nella casa questo assassino invisibile e che la nostra pace era solo un’apparenza e che l’universo stava per esplodere così, nel silenzio.”
Nella parte finale del libro troveremo, ma era prevedibile, la reazione della mamma alla morte della piccola Adelinda. Una reazione prima di dolore violento e poi di incredibile pacificazione con sé stessa e con il mondo. La presa di coscienza che la morte, soprattutto quando ad andarsene è un bimbo davvero troppo piccolo, è un’ombra nera che insegue tutti, che cerca di toccarci, che allunga la mano e quando lo fa nessuno se lo aspetta. Per istinto alla sopravvivenza, arriva, però, il modo di quietare il proprio animo, pensando che nessuno muore mai davvero, si tratta solo di un trasloco e, poi, naturalmente, il mezzo e finto conforto che la morte è una faccenda che riguarda tutti, perché nessuno si è mai potuto rifiutare di ingoiare i propri semi di senape.
Vi consigliamo di leggere questo libro, perché la Lottaro ha suggellato la sua abilità, ha lasciato il solco delle sue mani nell’argilla della scrittura e, per darvi un ultimo assaggio di questa bravura, chiudiamo leggendo un ultimo, toccante brano: “Prima di addormentarti volevi sempre che ti dessi la manina. Era il tuo ultimo desiderio prima di fare la nanna, (…) Te la davo con un certo fastidio, sperando che tu crollassi e tu, naturalmente, non crollavi. Toglievo la mia mano dalla tua quando il respiro mi sembrava regolare e tu subito mi chiedevi: dove vai? (…) Ero stanca, angelo mio, di questo rito lungo per addormentarti. Ero stanca e nervosa, avrei voluto ritagliarmi un pochino di tempo per me, (…) E allora mi rifugiavo nella preghiera. (…) Quando finivo le mie preghiere, potevo alzarmi e lasciare la tua manina, perché anche tu, angelo mio, ti eri (finalmente) addormentata. Adesso posso andare a dormire quando voglio, senza tirare tardi, o posso passare l’intera serata a leggere e persino a fumare. Adesso. (…) non ci sei più tu (ma dove sei, angelo mio?) che mi costringi a stare con te fino a tardi, le mie mani sono vuote e non possono più stringere la tua manina così piccola, così bella… Caro angelo mio per favore, dammi la tua manina e resta qui con me, almeno fino a quando non mi addormento.”
Semi di senape, Brunella Lottero, pagg. 228, € 12,91, Simonelli Editore, 1997, ISBN 88-86792-07-7

Add comment Giugno 18, 2007


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