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NOTTURNO INDIANO di Antonio Tabucchi
“Questo libro, oltre che un’insonnia, è un viaggio. L’insonnia appartiene a chi ha scritto il libro,il viaggio a chi lo fece. Tuttavia, dato che anche a me è capitato di percorrere gli stessi luoghi che il protagonista di questa vicenda ha percorso, mi è parso opportuno fornire di essi un breve indice. Non so bene se a ciò ha contribuito l’illusione che un repertorio topografico, con la forza che il reale possiede, potesse dare luce a questo Notturno in cui si cerca un’Ombra; oppure l’irragionevole congettura che un qualche amante di percorsi incongrui potesse un giorno utilizzarlo come guida.”Il senso di questo libro di Tabucchi sta tutto qui, in questa nota che precede il racconto. Un racconto che – l’autore lo dice subito – è incongruo, notturno e ombroso. Come ogni ricerca che si rispetti, la tematica è il viaggio, metafora di ritorno e riscoperta, di pedinamento di sé, di pellegrinaggio non mistico ma interiore.
Il protagonista lo definisce un “itinerario privato”, un viaggio percorso nella propria anima e nella propria memoria; difatti anche la scelta di ambientare il racconto in India diventa una metafa precisa, sfondo occulto ed enigmatico, dove il mistero della scomparsa e del non ritrovamento non turba niente e nessuno.
Gli incontri sono tappe, apparenti crescite che non aggiungono tasselli importante ai dubbi della coscienza, al contrario, paradossalmente, ne creano di nuovi e di più coscienziosi. Così, su questa falsa riga di consapevolezza, l’esito della ricerca pare sfumare; ci si ritrova al punto di partenza, adducendo una conclusione non chiara a tutti ossia che la ricerca teosofica, scientifica e mistica, razionale e inspiegabile insieme, non dà risultati, ma lascia un’incertezza perenne che non può essere svelata.
Il racconto parte su di un taxi: “L’uomo correva troppo forte per il mio temperamento e suonava il clacson con ferocia. Mi parve che sfiorasse i pedoni di proposito, con un sorriso indefinibile che non mi piaceva. (…) parve calmarsi e si allineò tranquillamente in una delle file del traffico, dalla parte del mare.” E’ il protagonista, l’uomo che scopriamo chiamarsi Roux solo verso la fine della storia, che viaggia con una guida turistica lacunosa, alla ricerca del suo amico scomparso Xavier Janata Pinto. Le tracce della sua scomparsa partono da un albergo di un quartiere malfamato, dove la prostituta Vimala, forse amante di Xavier, ne ha lamentato la scomparsa. E’ questa che dà due tracce da seguire: la prima, che si rivela una falsa pista, in un ospedale di Bombay; la seconda lo porta a Madras, nella Theosophical Society. Anche qui non trova l’amico, ma un ulteriore indizio che lo fa ripartire per Goa. Il viaggio si rivela lungo e scomodo; tuttavia, gli riserva un incontro interessante: un indovino deforme dal quale tenta di farsi leggere il Karma. Questo indovino, però, gli rivela di non poter dire nulla, poiché lui non è sé stesso, quasi fosse la rincarnazione di un’altra persona, oppure due persone in una.
Giunto a Goa, stremato, si addormenta in una biblioteca, dove, tra sogno e realtà, intesse un dibattito-diatriba con il fantasma di Alfonso de Albuquerque, un polemico gesuita portoghese, il quale gli rivela, come aveva già fatto in maniera meno esplicita l’indovino, che l’amico che lui cerca non esiste: “Lui rise con ferocia e punto l’indice verso di me. <>, disse, <>.”
La sera stessa parte per Calangute dove incontra Tommy, postino di Filadelfia che abbandonò la sua vita per trasferirsi in India e inviare cartoline a caso, pescando indirizzi dall’elenco telefonico; una ulteriore metafora che serve all’autore per sottolineare che si può essere una persona fantasma anche vivendo in una città affollatissima. La compagna di Tommy indirizzarà la ricerca di Xavier verso l’Hotel Mandovi. Qui, non trova il suo amico, ma passeggiando in riva al mare, ricorda frammenti del passato, ricorda il suo soprannome e quello dell’amico e ricorda le loro donne; si convince ad amarne una mentre in realtà ne ama un’altra. Ma “la memoria è una formidabile falsaria”, dunque quale potrebbe essere la verità?
Da un cameriere dell’albergo riesce ad estorcere un’ulteriore informazione: Xavier si trova adesso in un hotel di lusso, l’Hotel Oberoi.
E qui arriviamo a conclusione del viaggio, una conclusione stucchevole: il protagonista cena con Crhistine, una fotografa con la quale aveva viaggiato in taxi, e le racconta che sta scrivendo un romanzo, per l’appunto un Notturno Indiano. Le due figure di Xavier e Roux vengono a coincidere, si confondono, l’uno è anche l’altro, e non riescono ad incontrarsi; cenano nella stessa sala, ma non si rivolgono la parola, solo occhiate distratte.
Il personaggio si sdoppia, come lo specchio che tenta di vedere sé stesso, ma non ci riesce mai, perché non può far altro che rivedere un’altra immagine, e poi un’altra ancora; così, fino all’infinito.
Chi ha voluto cercare non vuole più trovare; chi ha voluto essere cercato non vuole più farsi trovare. E qui la storia si conclude.
Ma allora qual è il motivo di questa ricerca? “Chi lo sa, dissi io, è difficile saperlo, questo non lo so neppure io che scrivo. Forse cerca un passato, una risposta a qualcosa. Forse vorrebbe afferrare qualcosa che un tempo gli sfuggì. In qualche modo sta cercando se stesso. Voglio dire, è come se cercasse se stesso, cercando me: nei libri questo succede, è letteratura.”
Questo libro di Tabucchi non è per nulla immediato; non si legge né con il cuore né con lo stomaco, si può solo percorrerlo con la mente aperta e seguire tutti quegli spunti di riflessione interessanti che l’autore lancia senza sindacarli troppo.
Come ogni libro di Tabucchi, colpisce poi lo stile, la suggestione dei luoghi e delle situazioni. E’ per questo che ve ne regaliamo un altro brano, straordinariamente in linea con la filosofia di questo portale di letteratura: “Mi stesi sul fondo della barca e mi misi a guardare il cielo. La notte era proprio magnifica. Seguii le costellazioni e pensai alle stelle e all’epoca in cui le studiavamo e ai pomeriggi trascorsi al planetario. D’improvviso me le ricordai come le avevo imparate, secondo la classificazione dell’intensità luminosa: Sirio, Canopo, Centauro, Vega, Capella, Arturo, Orione…E poi pensai alle stelle variabili e al libro di una cara persona. E poi alle stelle spente, la cui luce giunge ancora, e alle stelle a neutroni, nello stadio finale dell’evoluazione, e al flebile raggio che emettono. Dissi a voce bassa: pulsar. E quasi che fosse stata risvegliata dal mio bisbiglio, come se avessi azionato un registratore, mi arrivò la voce nasale e flemmatica del professor Stini che diceva: quando la massa di una stella agonizzante è superiore al doppio della massa solare, non esiste più stato di materia capace di arrestare la concentrazione, e questa procede all’infinito; nessuna radiazione esce più dalla stella, che si trasforma così in un buco nero.”
Notturno indiano, Antonio Tabucchi, Sellerio editore, Pagg. 109, € 8,00, ISBN 88-389-0255-0
Add comment Giugno 18, 2007