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CRONACHE NAPOLETANE di Jean-Noel Schifano
Siamo nella Napoli della dominazione spagnola, la Napoli di tufo e di piperno, dove i lussuosi palazzi nobiliari fanno da ombra ai vicoli bui, che lenti si aprono verso il golfo e che guardano con terrore e riverenza al tumulto vesuviano. E’ la Napoli della passionalità e della vendetta; quella stessa Napoli dove ogni intimo sentore deve, per necessità, tradursi in evento soddisfatto, in appagamento subitaneo, dove ogni più impercettibile capriccio ben sa come forgiarsi ad unico scopo o ragione di vita. Schifano così riassume, con le sue colorate e perfettibili immagini, il fulgore effimero di una Napoli sanguigna: “L’amor ceruleo è straniero a Napoli, dove ognuno rincorre i suoi desideri capricciosi e folli sotto gli sbuffi barocchi di incandescenti angeli di pietra. Non c’è costanza, non c’è continuità nella città porosa, cavernosa e dilatata dove batte furioso il ventre avido e onnipotente delle donne.”I sei racconti lunghi – vecchio successo editoriale degli anni ottanta, riproposto ora con una nuova traduzione di Tjuna Notarbartolo, – rappresentano cronache di fatti reali, storici, tirati fuori dal buio degli archivi e arricchiti, con stile prettamente romanzato, dalla bravura artistica di Schifano. Ed ecco che resuscitano dall’ombra del passato i personaggi della storia napoletana, i vinti di quel periodo storico, caduti sotto i più orribili e condannabili peccati umani: uccisioni violente, vendette e tradimenti, cospirazioni e invidie; ma, sopra ogni cosa, la passionalità puramente carnale: sesso e piacere dei sensi, effimero e senza alcun sentimentalismo, atto travolgente eppure semplicemente fine a sé stesso; il tutto accompagnato, qua e là, da un intingolo di Inquisizione e da un caleidoscopico sentire del mondo divino, che dimora di fianco al più prosaico e laico sentire umano.Schifano, che è autore che usa la correttezza nell’approccio con i lettori, lo annuncia fin dalle primissime pagine che il mero intento del suo narrare è proprio di scartabellare nel fondo incunabolo delle più basse necessità umane, il suo vizio più datato: il piacere erotico. “Amore, il tuo nome è rosso nelle voci lattee. Il cronista a volte intinge la penna nell’umidore delle lenzuola: e il mondo s’illumina nell’incavo sulfureo delle passioni. La luce giace nel mortaio dove tutto si schiaccia: la donna.” Siamo in “Madrigale napoletano” il primo racconto dei sei, dove si narra, con dovizia di particolari e colori, la storia di Carlo Gesualdo, principe di Venosa, geniale musicista e omicida passionale. Aveva sposato, quest’uomo, sua cugina, Maria d’Avalos, “la festa durò tre giorni, la loro felicità quattro anni. (…) Donna Maria d’Avalos s’annoiava. Don Gesualdo tentava le Muse, toccava la viola, pizzicava il suo liuto d’Arabia, cacciava nelle sue immense tenute, il falcone sul braccio, la daga al fianco, circondato dalla corte virile e brillante dei suoi amici, dei suoi servitori. Anche donna Maria si mise a caccia, sognando un pugno nudo che s’aprisse in febbrili carezze, un falcone di carne che la violasse fino al cuore.” La nobildonna, così predisposta alla noia, si inizia al tradimento con il duca d’Andria, don Fabrizio Carafa. Essi si incontrano, con la complicità dei servi, fino a che la notizia del tradimento non giunge all’orecchio di Carlo Gesualdo, il quale, facendo in modo di coglierli in flagrante, in casa propria, li uccide entrambi, in una maniera violenta e iraconda, lasciandoli moribondi nella loro pozza di sangue Per poi sparire dalla città partenopea. In calce al racconto sono proposti, sempre in veste romanzesca, i resoconti degli interrogatori, nonché la fine dell’Informativa, la quale ironicamente punta a far rilevare il senso di giustizia dell’epoca: “E’ di pubblico dominio che la causa che spinse don Carlo Gesualdo principe di Venosa ad assassinare il duca d’Andria e la sua sposa è giusta.Si racconta che il quadro di san Michele Arcangelo che si trova ai piedi di Posillipo, nella chiesa di santa Maria del Parto, sopra l’altare della famiglia Carafa, è fatto a somiglianza del ritratto dei due amanti, e che l’Arcangelo alato è a immagine del duca, mentre il viso del Demonio, tormentato a rapirlo, è quello di donna Maria. Ma non ci si può giurare.”Ne “La controra”, si ritrova il comune sentire di un gruppo di giovani e nobili donne promesse a Dio, che subiscono l’insoddisfazione per una realtà imposta; eppure, intraprendenti e solerti, tentano, come possono, di non soggiacere alla cupa vita di recluse tra le quattro mura del convento di Sant’Arcangelo, a Forcella. C’è, quindi, chi si dedica alle fughe fuori dalle mura del convento per un amore passionale e proibito, chi scrive i propri pensieri e fantasie su pagine debitamente nascoste, chi tenta di riprodurre nel chiuso di un’angusta stanza il fulgore nobile e lussurioso dell’arredamento dei palazzi cittadini o delle dimore estive. Un’insoddisfazione di bisogni che finisce per generare omicidi violenti, ire, persino un matricidio; e, dunque, ma c’era da aspettarselo, l’insorgenza della somma e giustiziera punizione divina, fattasi carne nella terribile figura del reverendo Andrea da Avellino, che del suo ordine conservava “(…)l’attitudine impicciona, l’odio per le donne, e il naso a punta”. Di questo racconto stupisce l’incipit, che accompagna il lettore nelle pieghe della storia, quasi preparandolo al caldo rovente della controra come alle fiamme dell’inferno e del peccato, con un fievole invito finale a non addentrarsi, se si vuol essere prudenti, nella calura pomeridiana di Napoli, utilizzata come metafora della colpa che tutto trascina: “Tra le due e le quattro del pomeriggio, in piena canicola le strade della città sono quasi deserte. I neri lastrici di lava rimandano vampate ardenti che vi soffocano. Il fuoco è sulla vostra testa. Il fuoco è sotto i vostri piedi. Non c’è scampo. I vicoli, questo fitto reticolo di vene che irrigano con un sangue denso e febbrile il ventre gonfio di Partenope, la Sirena arenata, non vi portano più da nessuna parte. Siete prigionieri, trattenuti tra le reti ardenti di Napoli. A due passi dalle fucine del Vulcano, l’aria sulfurea dell’infernale mantice eccita i demoni, che colpiscono il passante col proprio forcone e lo precipitano nei torrenti di rocce ignee. Siete un’Anima del Purgatorio dalle ali in fiamma, e le fiamme vi lambiscono, vi consumano, gambe e sesso, fino al ventre,(…)Prima che sia troppo tardi, corri a casa avventato turista venuto dal Nord, chiudi la porta, le finestre, le imposte, stenditi nudo su un lenzuolo – il nostro pomeridiano sudario da dove non si resuscita che al calar del sole. Queste ore soffocante in cui la terra e il cielo ardono, non sono per te, che rasenti città sognate; sono le ore delle grandi passioni inappagate, le ore dell’amore incerto e della morte evidente, le ore in cui il mare si oscura, le ore immobili che nessun’altra città del mondo conosce, e che a Napoli si chiama .”E di seguito a queste, si narra del lazzarone popolano Masaniello – più specificatamente e magistralmente ripresa da Schifano in un’altra sua bella opera La danza degli ardenti, – dei deliri del sodomita Tiberio de Vara e della fine inevitabile dei due amanti Tirinella e Alvise, orrendamente massacrati nel momento del massimo piacere; e, infine, della bellezza mozzafiato di Orsola alla quale non si riuscì a far confessare l’omicidio della sua padrona.Con l’idioma tipico di Schifano, composto, esatto, scrupoloso fino all’ossequio del più pignolo linguaggio scritto – tuttavia tenuto in piedi da un sentore di spontaneità e naturalezza, – ci caliamo volentieri in quella città partenopea ai limiti dell’inverosimile che tanto affascina l’autore, e, alfine, anche tutti noi. E, forse – si ipotizza volentieri, – è proprio in virtù di questo sentire affettuoso che Schifano dà rilievo con i suoi scritti al motivo della decadenza del popolo di cui ha tanto detto; decadenza che ha origini lontane e risulta essere il fine inevitabile di certe dominazioni che a lungo lo hanno vessato. La scrittura diventa, così, rapsodia di una nuova gens ibrida, avvolta in un miscuglio di sangue e pensiero, di bisogni e velleità da gran signori, di barbare necessità debitamente nascoste sotto il lindore di stoffe pregiate che, quasi a tradimento, finiscono per lasciarle scoperte.E così chiudiamo, con le parole dell’autore stesso, – ché noi meglio non sapremmo fare, -: definizioni aspre ma veritiere, calde e affettuose, come di madre che riconosce ad occhio nudo pregi e difetti del proprio figlio, ne prevede il cammino e, quando inciampa, come è giusto che sia, lo aiuta a rialzarsi. Lo assolve e lo giustifica: “Razze, religioni, filosofie, costumi: come i quattro elementi che si fondano in una sconvolgente colata tettonica, palpabile apocalisse, l’homo neapolitanus porta in sé tutte le crudeli e feconde e fascinose effusioni dei secoli: e il suo sangue le trasporta da Oriente in Occidente, da Grecia a Spagna, da Cristo a Osiride, da Priapo a Pietro; e da Omero a Virgilio, da Gesualdo a Scarlatti, da Vico a Basile, dalle atellane a Pulcinella, da Tiberio a Pedro di Toledo, decimo di sessanta viceré, da Ribera lo Spagnoletto a Gemito il greco, dalle tombe delle Sirene ai sepolcri dei principi aragonesi, dal trapezio sibillino di Cuma agli obelischi platereschi – colata unica in cui sprofondano i fanciulli di Napoli dalla carne appesantita, dal riso folle e dalle ali di fuoco. Nella spirale di civiltà che i secoli napoletani hanno forgiato, le ampie nervature elleniche e iberiche girano, divergono, s’incrociano, si rincorrono, giravoltano fino alla vertigine: onore, ironia, frusta a sette code, commedia, virtù, voluttà, corpi rigidi all’improvviso sinuosi per erotica ebbrezza, sangue fino all’elsa, giocosa spada al vento, sottigliezza dei codici, abisso di passioni, gusto estremo della libertà, richiamo delle catene sulle schiene curve, aeree dolcezze e opprimente crudeltà, follia, saggezza, adorazione della bellezza e culto dei mostri, seduzione delle tenebre, corsa verso la luce, sguardi chiari e fieri, occhi velati da fosche suppliche, Piogeni truccati da cavalieri dell’urbana erranza,, impennacchiati, osceni e prodighi della polvere di sole con cui indorano, da Posillipo a Forcella, la ribollente serpentina dei maccheroni. Frizzanti napoletani! Popolo di cangianti sognatori coricati tra due maschere iridate e che giocano alla tombola, con la Smorfia, in cui i numeri, estratti dal rotondo paniere di vimini maneggiato abilmente e trattenuti e rilasciati dal medio infilato nel foro, rotolano in rondelle difficili della Fortuna e raccontano amare e strame storie, per dire al mondo che nessuno conoscerà mai il loro vero volto.”
Cronache napoletane, Jean Noel Schifano, pagg. 180, € 11,90, Marlin, ISBN 88-6043-020-8
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