Settembre 24, 2007
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Cosa accadrà all’arrivo in tavola del dolce?
Zuppa inglese è il titolo di questo racconto di Marco Giacosa, il quale si serve del rinomato dolce – di cui, ad un certo punto, e non senza stupore da parte mia, si provvede a fornire anche la ricetta, – come metafora, come significante dell’intreccio, ma anche come chiave in cui i vari personaggi del racconto intendo rivelare e sciogliere il proprio dilemma personale.
Sembra improbabile, eppure in questo minuto libro che ha tutta l’aria dello sperimentalismo letterario, si è stati capaci di riprodurre una saga famigliare in fieri e lo si è fatto nella maniera più classica. Siamo al cospetto di una una brevissima commedia condotta a fil di tragedia, in cui, come ogni saga che si rispetti, i falli dell’uno (in perfetto stile “effetto domino”) determinano e determineranno, nell’altro, aspettative puntualmente disattese. I presupposti e le argomentazioni ci sono tutte: le concatenazioni degli avvenimenti e dei personaggi, la meschinità della menzogna, ancor più meschina se perpetrata all’interno del clan famigliare e, alfine, l’epilogo definitivo, condotto con freddezza e compostezza sconcertante, il quale lascia il lettore con quel solito punto di domanda che è poi il fine ultimo e lecito della finzione letteraria.
Nulla di nuovo dunque; se non fosse che il linguaggio, svelto ma attento a non trascurare sfumature indispensabili, non solo al plot ma anche alla delineazione caratteriale e comportamentale dei personaggi, riesce nell’intento – chiaro, – di catturare il lettore e condurlo alla fine del racconto. Forse, quel che manca è la disinvoltura e la naturalezza, la verosimiglianza della storia in sé, nel senso che l’interesse dell’autore a creare uno stretto intreccio di eventi e personaggi si avverte come forzata; questo, senz’altro stride. Troppo artificio, insomma. Eppure, non può che dirsi del bene per questo primo racconto di un autore, a mio avviso, dotato di buone idee e di una buona organizzazione e gestione della suddette. Tuttavia, per non rischiare di incorrere in un giudizio avventato, è bene attendere ch’egli si cimenti ancora in quest’arte, magari con qualcosa di più complesso.
Non si aggiunge altro; entrare troppo nel merito significherebbe svelare ingiustamente gli arcani della sottile pantomima, il cui equilibrio narrativo e stilisco, mi piace ribadirlo, risulta alquanto esatto. Quel che come al solito si osa fare e lasciar giudicare al lettore se vale la pena di tentare, leggendo questo brano che molta parte rivela non del plot, ma del valore stesso di questo racconto in dieci porzioni:
C’è un modo di intendersi e un modo in cui ti intendono.
Se azzeri le differenze o quanto meno le minimizzi, probabilmente vivi bene. Essere sempre sè stessi. E’ difficile per chiunque, figuriamoci se diventi un uomo, nel tuo piccolo, pubblico. Ne avevo di ideali, poi se ne sono andati.
Alcuni più in fretta, altri meno, battuti, ma non umiliati, ci tengo, da quei compromessi che inevitabilmente ti toccano quando sali i gradini della scala sociale.
La coscienza è un contenitore che si riempie a poco a poco di gocce che diventano precedenti affinché la goccia successiva venga accolta senza scossoni. E senza sensi di colpa. Un giorno, però, tracima, e nemmeno te ne accorgi.
Ma i conti alla fine ti toccano.
(…) cedo, e scrivo “vi ho voluto bene”, che poi, in fondo, è la più vera delle verità…
…sempre ammesso che ne esista una sola.
Zuppa inglese, Marco Giacosa, Società Editoriale ARPANet, pagg. 58, 2007, € 3, ISBN 978-88-7426-037-9
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1.
Anonymous | Ottobre 13, 2007 at 10:52 am
Scusate se mi permetto, ma per quanto questo libro sia entusiasmante, il prezzo è ingiustificato rispetto al contenuto. Non sono troppi 3 euro per un solo racconto?
Sarà che ai mie tempi i libri non costavano così tanto…
Io un libro così non lo compro, per partito preso. Datemi pure dell’ignorante.
Vincenzo B.