Archive for Settembre 2007

ZUPPA INGLESE (RACCONTO IN 10 PORZIONI) di Marco Giacosa

Cosa accadrà all’arrivo in tavola del dolce?
Zuppa inglese è il titolo di questo racconto di Marco Giacosa, il quale si serve del rinomato dolce – di cui, ad un certo punto, e non senza stupore da parte mia, si provvede a fornire anche la ricetta, – come metafora, come significante dell’intreccio, ma anche come chiave in cui i vari personaggi del racconto intendo rivelare e sciogliere il proprio dilemma personale.

Sembra improbabile, eppure in questo minuto libro che ha tutta l’aria dello sperimentalismo letterario, si è stati capaci di riprodurre una saga famigliare in fieri e lo si è fatto nella maniera più classica. Siamo al cospetto di una una brevissima commedia condotta a fil di tragedia, in cui, come ogni saga che si rispetti, i falli dell’uno (in perfetto stile “effetto domino”) determinano e determineranno, nell’altro, aspettative puntualmente disattese. I presupposti e le argomentazioni ci sono tutte: le concatenazioni degli avvenimenti e dei personaggi, la meschinità della menzogna, ancor più meschina se perpetrata all’interno del clan famigliare e, alfine, l’epilogo definitivo, condotto con freddezza e compostezza sconcertante, il quale lascia il lettore con quel solito punto di domanda che è poi il fine ultimo e lecito della finzione letteraria.
Nulla di nuovo dunque; se non fosse che il linguaggio, svelto ma attento a non trascurare sfumature indispensabili, non solo al plot ma anche alla delineazione caratteriale e comportamentale dei personaggi, riesce nell’intento – chiaro, – di catturare il lettore e condurlo alla fine del racconto. Forse, quel che manca è la disinvoltura e la naturalezza, la verosimiglianza della storia in sé, nel senso che l’interesse dell’autore a creare uno stretto intreccio di eventi e personaggi si avverte come forzata; questo, senz’altro stride. Troppo artificio, insomma. Eppure, non può che dirsi del bene per questo primo racconto di un autore, a mio avviso, dotato di buone idee e di una buona organizzazione e gestione della suddette. Tuttavia, per non rischiare di incorrere in un giudizio avventato, è bene attendere ch’egli si cimenti ancora in quest’arte, magari con qualcosa di più complesso.

Non si aggiunge altro; entrare troppo nel merito significherebbe svelare ingiustamente gli arcani della sottile pantomima, il cui equilibrio narrativo e stilisco, mi piace ribadirlo, risulta alquanto esatto. Quel che come al solito si osa fare e lasciar giudicare al lettore se vale la pena di tentare, leggendo questo brano che molta parte rivela non del plot, ma del valore stesso di questo racconto in dieci porzioni:

C’è un modo di intendersi e un modo in cui ti intendono.

Se azzeri le differenze o quanto meno le minimizzi, probabilmente vivi bene. Essere sempre sè stessi. E’ difficile per chiunque, figuriamoci se diventi un uomo, nel tuo piccolo, pubblico. Ne avevo di ideali, poi se ne sono andati.

Alcuni più in fretta, altri meno, battuti, ma non umiliati, ci tengo, da quei compromessi che inevitabilmente ti toccano quando sali i gradini della scala sociale.

La coscienza è un contenitore che si riempie a poco a poco di gocce che diventano precedenti affinché la goccia successiva venga accolta senza scossoni. E senza sensi di colpa. Un giorno, però, tracima, e nemmeno te ne accorgi.

Ma i conti alla fine ti toccano.

(…) cedo, e scrivo “vi ho voluto bene”, che poi, in fondo, è la più vera delle verità…

…sempre ammesso che ne esista una sola.

Zuppa inglese, Marco Giacosa, Società Editoriale ARPANet, pagg. 58, 2007, € 3, ISBN 978-88-7426-037-9

1 comment Settembre 24, 2007

LA RANA racconto di Anna Banti (in Campi Elisi)

La rana, steso nel 1958, è uno dei racconti meno noti della Banti, contenuto nella raccolta Campi Elisi (che uscirà per Mondadori nel 1963). E’ un racconto di chiaro contenuto esistenzialista, di cui unico personaggio è Varvara, profuga di una famiglia nobiliare russa, che a vent’anni abbandona gli agi della sua casta per capriccio, recandosi a Parigi e abbandonandosi ad una istintività e mollezza esasperata. All’epoca del racconto, però, la protagonista non ha più la bella età giovanile; e se il medesimo incanto di quell’età la coglie ancora di sorpresa, esaltandone l’esuberanza, in alti momenti l’abbandona, a macerare nella più desolante solitudine e malinconia. Varvara sta per compiere cinquant’anni e l’età diventa inaspettatamente un problema, poiché le riesce difficile “disimparare il contegno di una giovane e non ostentare la disinvoltura di una anziana.” Come a dire che è quell’epoca della vita in cui una persona non può permettersi alcun lusso, un punto in cui la giovinezza e la vecchiaia si annullano dando origine ad un essere ibrido che non riconosce più sé stesso. Leggi tutto…

4 comments Settembre 21, 2007

CARLOTTA VARZI S. A. di Emilia Salvioni

Non stupisce più che apprezzabili opere del Novecento italiano siano state dimenticate: masticate, fagocitate, inghiottite senza rimorso e senza memoria. E’ stato, e continua ad essere, il destino di molti autori che per la nostra letteratura sono perno e fulcro. E’ così che l’editoria, la quale sembra avere sempre meno memoria, rispondendo a chiare e sempre uguali leggi di mercato, impedisce ai lettori contemporanei di leggere piccoli e grandi capolavori.
Ebbene, se tale assunto vale per i nomi noti, ancor più e ancor meglio varrà per quella letteratura “trascurabile”, figlia di una editoria meno nota e meno potente, oppure per quella parte di letteratura che, come si trattasse di un genere – naturalmente minore, – proviene dalla penna di una donna. E cosa accade se entrambe queste caratteristiche, alibi ulteriore alla dimenticanza, si mescolano? Cosa accade ad una narratrice, di talento, fertile e matura nella composizione, ma pur sempre donna, che, non avendo “sostenitori” diversi dalla vocazione, pubblica le proprie opere con editori di modeste dimensioni e limitati mezzi?
Un esempio di quel che accade lo abbiamo in Emilia Salvioni, narratrice esperta e dotata, donna intelligente, integerrima, votata, tutta, alla scrittura, all’affabulazione, a tal punto da rinunciare essa stessa all’esistenza per dedicarsi all’invenzione narrativa. Siamo nella prima metà del Novecento, epoca che ammette con profonde remore che una donna possa scrivere e possa farlo anche coi dovuti crismi. La Salvioni è brava e lo dimostra, pubblica le prime sue opere sotto pseudonimo, con piccoli editori, si fa notare, nonostante, lo si ribadisce, sia una donna e sia anche molto giovane. Nel 1934, approda alla pubblicazione, fortunosa – sia chiaro, – con Mondadori, il quale edita Danaro, che aveva positivamente colpito Marino Moretti. Ma questo sodalizio avrà vita alquanto breve e, sebbene il noto editore milanese pubblichi successivamente un’altra opera della Salvioni, la vicenda editoriale, venuta alla luce grazie ad un interessantissimo resoconto di Carlo Caporossi (“Il carteggio di Emilia Salvioni e Arnoldo Mondatori”, liberamente consultabile, per chi abbia voglia di approfondire, sul sito http://www.emiliasalvioni.it/, nella sezione Stampa & Recensioni), chiarisce il perché e il per come le opere della Salvioni siano cadute nell’oblio.
Come affermò la stessa Salvioni, tenere fede al proprio stile, “indipendente e personale”, diventava impresa coraggiosa, certo manifesto di una personalità forte, anche quando non incontrava il favore dei lettori. Oltretutto, c’era da considerare la già ribadita questione che non avesse sostenitori nel mondo della cultura, almeno non sostenitori pronti a battersi affinché le sue opere fossero degne di maggior considerazione, motivo anche questo che pregiudicò le vendite: delle 3222 copie stampate di Denaro se ne vendettero soltanto 1430. Insomma, il “marchio” Salvioni, per quanto sinonimo di qualità creativa e compositiva, non risultò sufficiente a supportare le vendite; non era più un buon affare stamparla!
Insomma, l’imperterrito meccanismo editoriale la voleva al margine e in quel margine, la Salvioni, c’è rimasta fino a quando, dopo Angeliche colline e Lavorare per vivere, viene ristampato Carlotta Varzi S. A., opera narrativa composta in un momento di piena maturità stilistica.
Il romanzo, molto complesso e sottile per l’attenta ricostruzione psicologica dei vari personaggi che lo popolano, oltre che per un idioma asciutto ma preciso, dopo esser stato segnalato al concorso «Giornale d’Italia», venne proposto all’editore Mondadori, il quale – come anticipato poc’anzi, – adducendo scusanti delle più disparate, ne rimandò la pubblicazione: altra forma di rifiuto tacito. La Salvioni insistette molto affinché la sua Carlotta Varzi potesse vedere la luce; era chiaro, come lo è a chiunque legge questo racconto, che fosse ben conscia della forza intrinseca della sua ultima creatura. Eppure, sebbene abbia dimostrato una caparbietà forse inaspettata, non riuscì ad ottenere altro che una edizione a puntate, previa riduzione del testo – che è abbastanza corposo, – sul settimanale «Grazia». Tentativo vano, poiché, dopo la pubblicazione di qualche puntata, la stampa fu interrotta. E’ a questo punto che la Salvioni, forse stanca di martellare un chiodo che non voleva assolutamente essere battuto, inizia una collaborazione lunga con l’editore bolognese Cappelli, il quale pubblica due edizioni del romanzo nel 1947, seguite da altri suoi scritti, riproposti con piccoli editori vari; e poi il silenzio.
Silenzio che durò fino a quando, grazie alla sinergia implacabile e caparbia di chi ha apprezzato la figura di Emilia Salvioni e ancor più il suo indiscusso talento narrativo, Carlotta Varzi S. A. torna sugli scaffali delle librerie con la medesima, suggestiva sovracoperta di sessant’anni fa.
Il romanzo si apre sulla figura di Carlotta Rivalta, una ragazza, appena adolescente, che coltiva, per un attimo, l’idea del suicidio. Orfana di madre, vive nella nuova famiglia con i due fratellastri Tullio e Sandra e la sua matrigna Elisa, donna egoista e insensibile, la quale convince il marito a togliere Carlotta dal collegio, affinché possa essere d’aiuto nella drogheria di famiglia. Gli affari non vanno bene, la drogheria è ridotta a tugurio per incuria e incapacità di gestione; Carlotta nutre ribrezzo per questa attività commerciale, nella sua mente coltiva il sogno di risollevare la sua posizione con lo studio e rendersi pari, almeno intellettualmente, al figlio del notaio del paese, Roberto, di cui è innamorata.
Il sogno sfuma; suo padre è irremovibile: la vuole in drogheria. Carlotta è impacciata e prova uno sdegno profondo, ma da questo momento il poi il suo destino è segnato. Tullio, il padre, si ammala di cuore e in breve tempo muore, dunque l’attività commerciale grava interamente su di lei, così come la responsabilità dell’intera famiglia.
Da questo momento in poi è il destino che gioca un ruolo forte nella trama; quello stesso che la conduce ad un matrimonio giocato tra l’affetto e la convenienza, che allontana dalle emozioni personali sostituendole con lo sforzo alla sopravvivenza in una mansione imprenditoriale che arriva anch’essa per fato e che la rende ancor più bigotta, moralista e incapace di viversi gli affetti: “La gloria del mondo! Sorrise amaramente pensando che, per essere la gloria del mondo, una donna deve rinunciare a sé stessa, negarsi qualunque gioia”. Carlotta, per questa strada, diventa prima la Carlotta degli “stortini”, poi la vedova Varzi, severissimo appellativo che sceglie per sé stessa in seguito all’improvvisa dipartita del marito.
Il successo sul lavoro, che peraltro stenta a riconoscersi – “[…] come ogni donna molto attiva, essa era facilemente soddisfatta. Non s’accorgeva nemmeno d’essere il capo della famiglia e dell’azienda, né che il marito dipendesse in tutto da lei. Prese l’abitudine di lodare di continuo l’accortezza e la diligenza di Anselmo, con sincera convinzione; per merito suo, credeva, gli affari prima tanto confusi della bottega si facevano sempre più vantaggiosi. Teneva l’amministrazione, lasciando al marito il compito di ricopiare la contabilità nei registri con calligrafia impeccabile, ma, illudendolo di avere una parte importante, illudeva sé stessa” – vede una severa contropartita nel deserto di sentimenti che la circonda; l’astio e qualche volta la severità e l’intransigenza faranno di lei una donna sola.
Senza voler in alcun modo accennare all’epilogo – drammatico e definitivo, – non si può esimersi dal dire che Carlotta Varzi S.A. è un romanzo importante che narra dell’emancipazione femminile e di come questa condizione, non sempre cercata, diventi anche il prezzo amaro che paga chi, per essa, rinuncia a certe solite e modeste aspirazioni borghesi. Come a dire, insomma, che l’emancipazione è la contropartita di una profonda solitudine. “E intanto tutta la sua vita era fuggita così, domani sarebbe stato eguale ad oggi e forse, come aveva detto il Moroni, un vino dolce e generoso era stato versato inutilmente.”
Carlotta Varzi S.A., Emilia Salvioni, anno 2006, pagg. 302, euro 12,00, Canova Editrice, ISBN 88-8409-158-6.
DALL’INTORDUZIONE AL LIBRO DI ANTONIA ARSLAN
Questo romanzo appassionato, immerso in una atmosfera profondamente drammatica, risalta nell’ampia produzione di Emilia Salvioni come un gioiello, un approdo della sua felice maturità di scrittrice.
E’ la storia inedita di una donna imprenditrice negli anni Trenta, in un paese di provincia, delineata con estrema precisione di dettagli e di ambientazioni. Viene descritto il suo successo come donna in carriera e il suo fallimento come donna amorosa: non tanto nel ruolo di moglie, perchè Carlotta si sposa ed è affezionata al marito, che con il suo amabile buonsenso appiana le asprezze del carattere di lei, e sarà molto addolorata della sua morte, ma come donna-amante, nel momento in cui una vera, passionale emozione dissolve le sue difese e la lascia, come una bambina spaurita, ad addentrarsi nel mondo oscuro dei sentimenti senza la guida del limpido raziocinio commerciale che le ha portato fortuna.
Per tutto il percorso del libro, Carlotta guida gli uomini che la circondano come una saggia matriarca, dispone e decide, e non ha dubbi nel valutare e nel provvedere; ma quando conosce il bel Giuliano, indolente seduttore quasi per caso, il percorso della sua vita le si illumina di una impietosa luce radente: sicché da un lato si rende conto lucidamente di essere di fronte a un fallimento personale totale, ma dall’altro si accorge che la sua stessa essenza di imprenditrice di successo la circonda di un alone di ambigua ma effettiva ammirazione maschile, di triviale forse, ma soffocante sensualità.
Così Carlotta perde la pace, si vede diversa, si vuole diversa: e per un momento crede talmente in questa sua scoperta del “diritto alla felicità” da inseguire l’innamorato (che fra l’altro, quando lei gli ha detto di amarlo, ha seccamente risposto: “Io no. Ma ho voglia di te, molta!“) nella grande città, per una intera giornata di passione e di avvilimento, sentendosi insudiciata, ma determinata nella sua ricerca della soddisfazione amorosa. Sa benissimo che Giuliano è “fatuo e svagato”, e che la lascerà presto: ma intende prenderselo per un poco, con la stessa lucida testardaggine che le ha portato fortuna negli affari.
Ma quel giorno, a Milano, lui non c’è. E Carlotta, sconfitta, prende un treno di terza classe, si siede sulla panchetta di legno, riflette e rinuncia. Le pagine finali sono drammatiche e forti, piene di malinconia, ma anche di fredda ironia e di coraggio, sigillate dallo straordinario, straziante colloquio telefonico finale tra Carlotta e Giuliano.

5 comments Settembre 14, 2007


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