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ARCO DI LUMINARA di Luisa Adorno

Quando, molti anni fa, sorbii vogliosa l’ultima pagina di Lessico famigliare, indiscusso capolavoro di Natalia Ginzburg, mi prese una specie di nostalgia per il libro, per i personaggi e per quel loro linguaggio che la rendeva unica e irripetibile storia. Chissà se mi capiterà mai, mi chiedevo, di stringere ancora tra le mani un racconto che ha il sapore dei vecchi clan famigliari, dei loro costumi intimi, dei loro equilibri e, per l’appunto, quell’improponibile lessico che nessun altro sarebbe in grado di interpretare, senza che una postuma voce ne proporrebbe chiose e chiavi di lettura.
Come ho detto, molti anni sono passati da allora e, con mia somma gioia ed inaspettatamente, il miracolo si è verificato ancora, quando ho aperto le pagine di Arco di luminara.
In questo racconto, ad un’unica voce ma in fin dei conti corale, autobiografico, Luisa Adorno – nome de plume che accompagna fin dall’esordio la scrittrice toscana Mila Stella, – si narrano episodi ordinari, quelli non eclatanti, quelli non sensazionali della vita quotidiana di una famiglia borghese, lungo tre generazioni. Nonni, genitori e figli, insieme alle “donne” (le persone di servizio che si assumevamo a tempo pieno come aiuto in casa e che entravano a far parte del gruppo famigliare a tutti gli effetti), coabitano, dividendo lo spazio, e condividono il tempo.
“Quand nous habitions tous ensemble sur nos collines d’autrefois… “, di questa citazione di Hugo si serve la scrittrice in epigrafe al testo e questa più d’ogni altra riassume il significato oltre che il contenuto di questo libro. Si tratta di un’esposizione a posteriori, quando la Adorno narra i vari fatti, partendo dall’infanzia dei propri figli, già tutto si è compiuto ed è, infatti, un profondo senso di nostalgia che evoca man mano i ricordi, senza alcun nesso logico, senza alcuna cronologia temporale. Ogni episodio sa di rimpianto e di memoria, e di non altra aspettativa la si carica se non di questa: rievocare i tempi andati, accettare l’idea dell’impassibilità del tempo che passa a dispetto che si sia preparati agli effetti che ne derivano. Ed ecco, allora, che riaffiorano le esteti al mare, i viaggi in montagna, le tavolate numerose, le discussioni, la casa ai piedi dell’Etna, la radicata tradizione siciliana insieme ad una maniera singolare ed imperterrita di dimostrarsi l’affetto.
Non usa indulgenze né filtri la Adorno; ciascun personaggio della propria famiglia è presentato per quello che realmente era, con difetti ed eccentricità che avrebbero fatto presupporre come impossibile una convivenza così stretta e cospicua; eppure, sebbene neanche verso sé stessa abbia usato una qualche forma di condiscendenza, presentandosi al pari degli altri con il candore della schiettezza, quella vita in comune, faticosa, impegnativa, imperitura, non solo fu possibile ma finì per rappresentare la loro forza. Tanto che, quando la casa finirà per essere un museo d’ombre, una strada in cui le luci dell’arco di luminara sono in maggior parte spente per sempre, nasce il rimpianto di una vita lontana che l’abitudine aveva radicato come una quercia nella terra.
Accettata con naturalezza la finitezza della vita umana, ci si aggrappa tuttavia ai ricordi come ad una scialuppa in mare aperto, ma non senza l’amaro di aver dovuto “veder sparire uno a uno chi è stato testimone dei nostri giovani anni”; di certo questa l’unica “condanna di chi ha vita lunga”. Sorprende davvero questo romanzo, narrato in uno stile personalissimo, accompagnato da metafore calde, quasi involontarie; l’incedere è spontaneo e privo di costrutto: si abbandona alla alle reminiscenze come ad un Dio il suo ossequioso servo. Una lettura importante, che dovrà essere necessariamente accompagnata, per obbligo formativo, da L’ultima provincia e Le dorate stanze, racconti in cui, come ogni trilogia che si rispetti, anche quelle involontarie, ritornano tematiche e stili narrativi con la medesima forza persuasiva.
Arco di luminara, Luisa Adorno, anno 2000, pagg. 221, € 7,23, Sellerio editore, ISBN 88-389-0597-5
UN ASSAGGIO DEL ROMANZO
Una mezz’ora per strade confuse di città, per paesi in salita sotto archi di luminara riccioluti e spenti e ci appariva la piazza di Belverde col girotondo di aranci selvatici carichi di frutti maturi, la fontana quieta al centro dell’aiuola do rosai e le lunghe panchine di ferro su cui siedono a ore, immobili e lindi, i vecchi del paese.
Poco dopo, una curva a secco e il viottolo ripido che tra due muretti di lava porta su, su fino alla nostra casa.
La macchina a nolo lo saliva ansando, sparando accompagnata da una sorta di gemito dell’autista che soffriva con lei mentre mio suocero, al suo fianco, s’inarcava facendo leva sul sedere.
A volte, prima di affrontare la salita “Quaccunu avissi a scendere” pregava fermo l’autista guardando con la coda dell’occhio noi sedute dietro.
Con un sospiro ed uno scatto neroso della maniglia Marina, che si sentiva la vittima designata perché era la domestica, e non la più giovane e la più corposa, si accingeva a scendere, mentre io, l’intuito sempre vigile dei suoi umori, mi precipitavo dall’altro sportello. “Uno basta! Uno basta!” si agitava confuso l’autista annullando così il valore del mio gesto. La macchina alleggerita partiva con rinnovato slancio mentre noi le arrancavamo dietro, su per la salita.
Si fermava davanti al cancello, a fianco della casa, da cui sbucavano, a ritmo di orologio figurato, Concetta stizzita in un vestito a lutto le braccia tese ad accogliere ” i picciriddi”, Cammeledda, la contadina di allora, il volto giovane deturpato da precoci vuoti nei denti, i suoi bambini, ultima mia suocera, lenta, pesante, le guance accese di commozione.
PERCORSI DI LETTURA
Lessico famigliare di Natalia Ginzburg;
L’ultimo viaggio della Canaria di Francesca Duranti;
Nel paese di Tolintesàc di Cristiano Cavina

3 comments Agosto 4, 2007


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