UNA STRANIERA DI NOME ELSA

Giugno 18, 2007

Il disonore dell’uomo è il Potere. Il quale si configura immediatamente nella società umana, universalmente e da sempre fondata e fissa sul binomio: padroni e servi sfruttati e sfruttatori.
Elsa Morante,Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe e senza partito),1970 (o ’71)
Pochi amici intimi approdano a quella riva-stanza: i familiari dell’editore Giulio Einaudi, il regista-attore Dario Cecchi, lo scrittore e saggista Alfonso Berardinelli, la poetessa Patrizia Cavalli, il critico cinematografico Goffredo Fofi. Lì era, immobile per sempre, a causa di una nuova caduta e rottura del femore. La casa di Elsa, a via dell’Oca: vetrine di legno chiaro, poltrone di canapa, tappeti di spago, i libri nascosti altrove. Mi diceva che Useppe de La Storia era quasi un suo figlio e ricordava come, per narrare una partita a pallone del ragazzo, avesse dovuto leggere dei libri sul gioco del calcio, ma poi era andata ad osservare anche la frequenza del riso nei bambini che si rincorrono.
Parlava dei suoi gatti. Un gatto, indolente, indifferente, anche insolente, si rifiutava di darle compagnia, e andava a ruzzare tra i vasi e le erbe del terrazzo dove si trovava una gatta, occhi grandi celesti cigliati di nero. Elsa viveva in uno stato di estraneità totale e angoscia. La tensione tra storia ed esistenza, avvertita in forma lucidamente disperata, negli ultimi suoi romanzi, prospetta il problema delle fonti: il primo Heidegger (la storia come morte), Jaspers (la storia come scacco), Sartre (la libertà per che fare?).
Ci raccontava di sé bambina e adolescente, una progressione di episodi felici, e rideva: un riferimento costante all’epoca in cui tutto era ancora da decidere. Nutriva una speranza così grande per un ragazzo suo coetaneo ch’era sproporzionata per il suo piccolo cuore; perfino il linguaggio era troppo ridotto per potersi esprimere. Si faceva bella, poiché le era più caro della vita, ma il ragazzo aveva un viso duro e un pudore selvaggio che a lei pareva disinteresse. Sembrava il resoconto di un sogno. Pensai che tutta l’opera della Morante è sotto l’effetto di un sogno come autobiografia riferito da un io recitante (protagonista e interprete). E’ compito arduo formulare delle ipotesi sulla personalità psichica della Morante e tentarne una psicoanalisi della vita affettiva. Parole pause della voce, qualità del silenzio, linguaggio, indicano in lei un processo continuo di depersonalizzazione e angoscia. Peccato che la letteratura possa esprimersi solo mediante la scrittura, e non mediante la parola gestuale, il linguaggio pittorico dei sogni, delle visioni, che hanno particolarità idiomatiche speciali, se contrapposte alla lingua dei linguisti. Così il linguaggio della Morante è costituito da un’eterogeneità del significante per cui preferiamo l’espressione: discorso o “flusso” psichico. L’affetto in lei ha soprattutto una funzione di memorie. E il legame tra linguaggio e memoria, tra rappresentazione e memoria, evoca ricordi in forma di sentimenti, fantasmi inconsci.
Il nuovo libro di Elsa Morante, forse l’avvenimento letterario ’82-’83, otto anni dopo la pubblicazione de La Storia (1974) – ma sono dei tempi normali di scrittura per l’autrice, che impiega dieci anni tra un libro e l’altro -, non si conosce ancora il mese esatto di uscita del libro, presso Einaudi, né sono noti il titolo, o la struttura e vastità della vicenda. Per il resto, delle confidenze del piccolo mondo privato che gravita attorno a questa solitaria scrittrice, che pare invecchiata di vent’anni dai tempi de La Storia. “Il suo nuovo libro è la storia di un omosessuale. Una vicenda privata, diversa rispetto a La Storia, ma ancora più disperata”, mi dice Goffredo Fofi, saggista, critico, redattore dei Quaderni Piacentini. “E’ una vicenda centrata in una sola giornata, con alcuni flash-back sul passato. Uno dei paralogismi è rappresentato dalla guerra di Spagna. Ma il libro forse non è destinato a rinnovare il successo de La Storia. Intanto il tema è più circoscritto, gli stessi personaggi non sono facili o accetti a un vasto pubblico. La Morante, sempre più isolata, ha già fatto due o tre stesure del libro. E’ quasi al termine della stesura definitiva”.
Nella nostra narrativa la pietas morantiana si esercita attraverso il racconto della diversità (ebrei, emarginati politici, omosessuali, la debolezza congenita della donna che, secondo l’etica cristiana, deve partorire con dolore). Ancora qui il binomio Storia-morte, storia-male: l’antinomia tra la storia dei potenti e la storia degli oppressi. Ed i suoi personaggi, come “relitti galleggianti”, esclusi da ogni ideologia, ancora una volta ripropongono alla nostra attenzione “le cavie che non sanno il perché della loro morte”…
Come il precedente, un libro sul valore e la mancanza di valore della storia. Da cui si ricava che la storia viene sopportata solo dalle personalità forti, quelle deboli, essa le cancella. E se si sostituisse, invece, l’incomprensibile nella storia con qualcosa di comprensibile?, pare chiedersi la Morante.
Nel flusso attuale della nostra letteratura, i soggetti privati sono frequenti, così certa tematica piccolo-borghese e di evasione, mentre è più raro un romanzo costruito su una socievolezza di visione. Poche opere illuminano i nostri problemi collettivi del come, del perché, del dove. Una risposta la tenta Elsa Morante con Aracoeli, pregno di un indubbio pathos.
Abbandonata la fabulazione fantastica ininterrotta da Menzogna e sortilegio (1948) al Mondo salvato dai ragazzini (1968), è oggi il pathos l’elemento primo della sua visione. Un narrare ricolmo di giovinezza, laddove invece la costante angoscia non solo privata, la condizione di isolata nella nostra letteratura, potevano determinare in lei uno stato di abulia o passività o rassegnazione, piuttosto che una maggiore responsività e disponibilità ad agire sul piano della narrazione.
E’ giunto il momento di porsi la domanda: la disperazione ha un senso? Parliamo della disperazione di origine metafisica, intellettuale, costituzionale e fisica, psicopatologica. La disperazione costituisce un fenomeno particolare o la si ritrova nella vita di ognuno di noi? E’ inutile fornire qui una risposta circa il senso della disperazione, e le sue radici nella storia degli uomini, nella storia cioè di tutti noi. Per quanto riguarda la disperazione nella cultura contemporanea, più specificatamente nella narratrice Morante, essa si ricollega alla perdita di speranza, alle disillusioni di ordine storico, ma anche agli affetti depressivi legati alle vicende (spesso tragiche) degli intellettuali amici. Soprattutto Saba, Penna, Pasolini. Cioè, un processo continuo di identificazione e introiezione legato a quei fatti. Ma anche una eco della “noia” come condizione esistenziale, anche se non proprio disperante: una eredità del suo ex marito Moravia (sposato nel 1941), il quale evidentemente sentiva il proprio ambiente come povero di stimoli.
Ma l’ansia, la colpa, la frustrazione, in rapporto allo scrivere, nella autentica freudiana Elsa Morante, sono piuttosto temi per la semiotica e la psicoanalisi del testo, che sperimenta gli equilibri e ricompone lo scambio di informazioni col mondo esterno. Per ora, limitiamoci ad esaminare tre costanti lukàcsiane che, per quanto è dato sapere, sono alla base del nuovo libro della Morante: 1) co-presenza in questa storia drammatica di tutti i presupposti storico-sociali del conflitto tra due tipi di umanità e due opposti principi; 2) il destino dell’autrice si intreccia con le vicende dei suoi personaggi, per un’opera di mediazione interiore ed esterna; 3) l’autrice mantiene costante e fino alla fine il livello dei suoi mezzi espressivi, attraverso l’analisi continua della psicopatologia e sociologia dei personaggi; attraverso la ricerca poetica, di azione, e di strutture compositive, adeguate a questo nuovo tipo di storia dal “basso”.
Sergio Falcone

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