LE RAGIONI CELESTI DELLA SCRITTURA
Giugno 18, 2007
Devo avvisare che questo è un intervento non critico.Parlo oggi di Anna Maria Ortese come lettrice e innamorata e come scrittrice, a mia volta. Dunque, questo è un intervento affettivo, di similitudine o somiglianza. Di analogia.
Non credo s’aspettasse l’Ortese di essere così spesso nominata come modello per tutte le autrici napoletane, o che di Napoli scrivono, nei decenni successivi alla sua morte, lei che aveva avuto un’esistenza così difficile come autore, rapporti tanto tribolati con le case editrici, con il pubblico, lunghi periodi di oblio e povertà.
Pure, non poteva che essere così: quasi ad ogni esordio femminile il suo nome torna, in modo più o meno evidente, segno sicuro di una presenza intima, profonda delle sue parole nella memoria di pelle di ognuna di noi.
L’incontro, per tutte, avviene quasi sempre sul suo libro più celebre, Il mare non bagna Napoli.
Per me il racconto che s’intitola Un paio di occhiali è stata la scoperta indiscussa, a undici anni, e spaventosa del fatto che la letteratura era una questione personale e vitale e non solo l’ancora della distrazione: potevo sì, leggendo, vivere infinite e molteplici esistenze aggiuntive alla mia, ma potevo anche scoprire le ragioni e i dolori della mia personale ed unica esperienza.
De te fabula narratur, dicevano gli antichi. Dunque, la scrittura dell’Ortese parlava anche dei miei occhiali imposti in età precoce, dei miei ricordi dall’ottico e della mia responsabilità per l’acquisto costoso che mi veniva posto sul naso, che se non era più fatto delle “ottomila lire vive!” equivaleva (ed equivale a tutt’oggi) a una discreta parte di stipendio.
Così, non mi sono stupita di trovare un omaggio a questa storia nei racconti di una scrittrice più giovane, che ho avuto per allieva e oggi ho per socia e amica, Rossella Milone, che nel suo primo libro di racconti intitola una storia Un paio di occhiali vecchi.
Non si può sfuggire a quest’eredità, dunque.
Ed è, quella dell’Ortese, un’eredità al tempo stesso leggera e pesante, come le sue parole e la maggior parte dei suoi libri, fatti di levità azzurrissima e di pesanti affermazioni, di moniti all’umanità. Aveva la dote, Anna Maria, di avere visioni: il che non corrisponde semplicemente all’aggettivo “visionario” che spesso viene utilizzato per le sue pagine, a giusto titolo, ricordando le sue iguane o le sue creature a metà fra infanzia e eternità, ma indica proprio la capacità di vedere oltre e lontano nel nostro destino, nel destino dell’umanità.
Andrò per associazioni assai libere dicendo che Corpo celeste, che è la summa di ogni suo ragionamento sulla scrittura, è imparentato da vicino con libri di altre donne che riflettono sulla narrazione in termini biografici e mondiali al tempo stesso: occorrerebbe leggere insieme e di seguito le riflessioni di Virginia Woolf, quelle di Natalia Ginzburg rilasciate in interviste e volumi, quelle di Margaret Atwood e di Flannery O’ Condor, e ancora quelle, recentissime, di Rosa Montero o, ancora, quelle di Carson McCullers. Paesi e anni lontanissimi, esperienze diverse, eppure una grande somiglianza di approccio. Tutte scrittrici della differenza, direbbe qualcuno.
Per noi che scriviamo oggi, per la mia generazione, quando l’Ortese dice di essere “uno scrittore-donna, una bestia che parla (…) e tale (..) sono stata dappertutto. Perché la donna nei paesi antichi, o morti, deve restare donna: cosa a cui non credo. E non credé neppure la Sirenetta, se volle un’anima a costo della felicità; e morì per averla e salire le scale del cielo”, dice cose che dovrebbero essere scontate, acquisite. Ma le scelte celesti che si fanno scrivendo sono ancora, e forse saranno sempre, difficili.
L’anima, celeste o opalescente, delle donne che scrivono è ancora un’anima da conquistare. E se noi, cresciute negli anni Settanta e Ottanta, credevamo di averla per diritto di nascita, oggi mi rendo conto che, nonostante tutto, bisogna ancora lottare per questo.
La piccola rete di suggestioni che lega le pagine di Anna Maria Ortese a quel che penso o immagino è fatta, alla fine, tutta di cose celesti, o azzurre.
Azzurrine erano le foto che lei chiese a un fotografo tedesco della sua lontana Napoli per scrivere Il cardillo addolorato e azzurre sono le pagine di quel romanzo che ne sono scaturite. Azzurro cupo erano anche le pagine de Il mare non bagna Napoli e un celeste aleggia continuo anche sullo sfondo color terra di Alonso e i Visionari. Cambiano i toni ma negli anni l’Ortese è stata fedele al suo progetto. Ha visto prima e più lontano, ha visto dove passano in pochi e cala un silenzio attento alle piccole cose e alle piccole vite.
Di questo, oltre ad esserle grate, non possiamo che rendere sempre e continuamente testimonianza, abitando quella sottile linea che scende giù da Hoffmann attraverso Bontempelli e fino a lei.
Una sottile linea azzurra, dove l’umanità rischia di estinguersi o di impazzire, come almeno ad Hoffmann capitò, o di restare nuda e povera, come a lei, invece, toccò in sorte.
Il confine dell’orizzonte segnato da pagine che corrono dei rischi e che per questo non possiamo, non posso, smettere di amare.
UN ASSAGGIO DEL RACCONTO UN PAIO DI OCCHIALI
[...] Eugenia, sempre tenendosi gli occhiali con le mani, andò fino al portone, per guardare fuori, nel vicolo della Cupa. Le gambe le tremavano, le girava la testa, e non provava più nessuna gioia. Con le labbra bianche voleva sorridere, ma quel sorriso si mutava in una smorfia ebete. Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti, duemila, centomila; i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano l’aria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata; si volse barcollando verso il cortile, e quella terribile impressione aumentò. Come un imbuto viscido il cortile, con la punta verso il cielo e i muri lebbrosi fitti di miserabili balconi; gli archi dei terranei, neri, coi lumi brillanti a cerchio intorno all’Addolorata; il selciato bianco di acqua saponata. le foglie di cavolo, i pezzi di carta, i rifiuti, e, in mezzo al cortile, quel gruppetto di cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione, che la guardavano amorosamente. Cominciarono a torcersi, a confondersi, a ingigantire. Le venivano tutti addosso, gridando, nei due cerchietti stregati degli occhiali. Fu Mariuccia per prima ad accorgersi che la bambina stava male, e a strapparle in fretta gli occhiali, perchè Eugenia si era piegata in due e, lamentandosi, vomitava.
“Le hanno toccato lo stomaco!” gridava Mariuccia reggendole la fronte. “Portate un acino di caffé, Nunziata!”.
“Ottomila lire, vive vive!” gridava con gli occhi fuor della testa zi’ Nunzia, correndo nel basso a pescare un chicco di caffé in un barattolo sulla credenza; e levava in alto gli occhiali nuovi, come per chiedere una spiegazione a Dio. “E ora sono anche sbagliati!”.
“Fa sempre così, la prima volta” diceva tranquillamente la serva di Amodio a donna Rosa. “Non vi dovete impressionare; poi a poco a poco si abitua”.
“E’ niente, figlia, è niente, non ti spaventare!”. Ma donna Rosa si sentiva il cuore stretto al pensiero di quanto erano sfortunati.
Tornò zi’ Nunzia col caffé, gridando ancora: “Ottomila lire, vive vive!” intanto che Eugenia, pallida come una morta, si sforzava inutilmente di rovesciare, perchè non aveva più niente. I suoi occhi sporgenti erano quasi torti dalla sofferenza, e il suo viso di vecchia inondato di lacrime, come istupidito. Si appoggiava a sua madre e tremava.
“Mammà, dove stiamo?”
“Nel cortile stiamo, figlia mia” disse donna Rosa pazientemente; e il sorriso finissimo, tra compassionevole e meravigliato, che illuminò i suoi occhi, improvvisamente rischiarò le facce di tutta quella povera gente.
“E’ mezza cecata!”.
“E’ mezza scema, è!”.
“Lasciatela stare, povera creatura, è meravigliata” fece donna Mariuccia, e il suo viso era torvo di compassione, mentre rientrava nel basso che le pareva più scuro del solito.
Solo zi’ Nunzia si torceva le mani: “Ottomila lire, vive vive!”.
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