VIAGGIANDO SUI TRENI DI DACIA
“Avevo offerto La vacanza a vari editori: con il sentimento sgradevole d’essere un vitello che va a vendersi al mercato. Non conoscevo quasi nessuno, quindi mandavo per posta il dattiloscritto: non ti rispondevano mai, se ne fregavano, oppure ti scrivevano la solita lettera, l’opera è interessante ma i nostri programmi editoriali non consentono attualmente.” Queste parole, Dacia Maraini, le usò in una lunga premessa al romanzo citato, in una nuova edizione per Bompiani.
In questo brano, si racconta molto del suo inizio, della necessità, per esordire, di ancorarsi al nome di Moravia; lo stesso nome che – per ammissione della scrittrice – le fece da ombra nel corso dei primi anni. Pare, infatti, che in seguito, ogni qual volta un suo testo otteneva un certo successo di pubblico, un riscontro anche critico, qualcuno cercasse e trovasse un nesso, anche solo casuale, con l’autore della Ciociara.
Ci sono voluti molti anni per risolvere la questione dell’affrancamento, anni di duro lavoro in cui le tecniche narrative della Maraini hanno subito un lungo processo di maturazione: da asciutte e parsimoniose di aggettivi, andarono sempre più colorandosi e arricchendosi; fino alle più recenti pubblicazioni, dove si nota un amore ed un’attenzione per il “termine”, che non lascia mai sbavature, che è appassionato ma non melenso, partecipe ma mai patetico.
Da Marianna Ucrìa in poi, né è passata di acqua sotto i ponti; tra narrativa, poesia, saggistica e drammaturgia, la Maraini è diventata la scrittrice-colosso che tutti oggi conosciamo.
Così come abbiamo imparato a riconoscere nell’intimo ogni suo personaggio, ogni sua storia, sempre compiuta; capace di lamentare un dolore, di esprimere un disagio, una violenza. E non può più essere addebitato al caso se ciascuna delle sue narrazioni finisce per intersecarsi quasi sempre, inevitabilmente, con i grandi eventi – in special modo turbolenti – della Storia.
Sarà che la scrittrice si dice molto legata al concetto di naturalezza del male, un male intrinseco e inseparabile, un irrinunciabile valore aggiunto che sedimenta nelle persone e le aiuta a cambiare, a diventare quel che sono.
Un teorema bizzarro ma efficace che sembra fungere da leitmotiv anche nel suo lavoro più recente, Il treno dell’ultima notte, un romanzo molto lungo, molto dettagliato su alcuni temi tragici consumatisi in Europa nella prima metà del Novecento: l’ascesa del nazismo, l’accettazione passiva e l’inconsapevolezza di pratiche spudoratamente antisemite, le deportazioni arbitrarie delle varie etnie e, alfine, l’olocausto consumatosi silenziosamente nei campi di concentramento – di cui, vogliamo ricordarlo, la Maraini, da bambina, in Giappone, ha avuto esperienza diretta.
Ma non solo. In questo romanzo, ambientato negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, c’è una narrazione particolareggiata di certi eventi eclatanti che si verificarono al di là della cortina di ferro. C’è la guerra fredda. C’è la fame. C’è il sentimento di rivolta che nasce e che si alimenta di speranza e voglia di riscatto; entrambi sedati dai cingolati sovietici che entrarono a Budapest il 4 novembre del 1956.
Infine, il desiderio di ricostruire, di rinascere, ma senza dimenticare.
Ogni personaggio raccontato in questo romanzo è accomunato a tutti gli altri proprio da questo rifiuto fermo nel non dimenticare quello che è stato. Non dimentica Amara, che cerca il suo amico di infanzia Emanuele, forse deportato in qualche campo di concentramento; non dimentica la madre di Emanuele, ebrea viennese, che con ossessiva pervicacia, in piena ascesa nazista, si sente tutelata solo perchè suo padre ha perso un braccio nella battaglia della Kolubare; non dimentica Hans, “l’uomo che si è salvato dai nazisti per la preveggenza di una madre amorevole”; e neanche il bibliotecario Horvath, a caccia di storie sulla deportazione ancora così poco conosciuta nei quindici anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Ma, più di tutti, è Emanuele – il personaggio più riuscito di tutto il romanzo, sia sotto il profilo psicologico che storico – a non poter operare l’oblio su ciò che ha significato l’orrore nazista.
Lui, ebreo, benestante, colto, assennato, era solo ragazzino al tempo dell’ascesa nazista. Per volere della madre, ingenua e inconsapevole del significato ed intento delle leggi razziali, ritorna a vivere a Vienna, la loro città d’origine.
Da questo momento in poi sarà solo l’orrore.
La deportazione nel ghetto di Lodz nel 1942 significano umiliazione e patimento, fame, freddo, violenza. Eppure, nonostante tutto, Emanuele rimane attaccato alla speranza, all’illusione che tutto debba finire così com’è cominciato. Coltiva, allora, il suo amore per la vita, scrivendo, annotando i suoi pensieri, i suoi ricordi della recente infanzia, il suo amore per Amara, in una serie di lettere e in un diario.
Poi, di lui, non si sa più nulla. Si crede che possa essere stato deportato nel campo di Auschwitz-Birkenau; e qui lo cerca Amara, tra i registri e le fotografie e i vari reperti esposti in mostra nel museo dell’orrore. Salvo scoprire, dopo varie peripezie e viaggi sui treni dell’est, che Emanuele è miracolosamente sopravvissuto alla deportazione.
Ma è davvero possibile parlare di sopravvivenza? Emanuele può ancora ambire a vivere nel presente e sperare nel futuro? La risposta pare essere negativa. Tutto quello che oggi è Emanuele è il suo passato e il suo passato è il campo di Dachau. Laddove ha visto e vissuto cose che non possono essere dimenticate e che non permettono di andare avanti. Ha visto morire donne e bambini, li ha visti cadere a terra, li ha visti morire nel poco ricordato progetto T4.
E dove, soprattutto, ha assistito inerme all’incattivirsi della sua persona, al rendersi brutale anche lui per sopravvivere; dove il suo cuore, ripetutamente sottoposto a terribili esperimenti pseudo-scientifici, ora è diventato di pietra.
Come a dire, per la prima volta quando si parla di olocausto, che meglio sarebbe dimenticare. Come a dire, per la prima volta, che sopravvivere è come morire.
Add comment Novembre 13, 2008
ANNIE VIVANTI, L’EFFIMERA FARFALLA DELLA NOSTRA LETTERATURA
Nei testi di critica letteraria si trova solo un rapido accenno – quando accade – ad Annie Vivanti.
Eppure, questa scrittrice per molti sconosciuta, visse un notevole successo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Parliamo di un’epoca in cui i lettori affidavano alla produzione letteraria il compito di intrattenere, di distrarre; e, proprio in quegli anni, sebbene in concomitanza con il fiorire dello stile composito e raffinato di matrice prettamente dannunziana, spopolava il cosiddetto romanzo di consumo, di cui questa scrittrice fu formidabile rappresentante.
Si pensi che molte furono persino le emule di questa scrittrice, che Matilde Serao canzonava apertamente chiamandole “vivantine”.
Benedetto Croce definì Annie Vivanti, all’epoca di maggior successo, la “poetessa del capriccio, della passione, violenta e fuggevole”, facendo vagamente riferimento alla frivolezza e leggerezza della sua personalità – di lei si diceva che non si fosse fatto mancare neanche un amore saffico –, sempre così manifesta più nel personaggio che si era costruito addosso che non nello scrittore.
Il suo nome, difatti, soprattutto negli anni successivi all’esordio, veniva ricordato e pronunciato per certe eccentricità: una per tutte, la relazione amorosa con Giosué Carducci, da lei confidenzialmente ed affettuosamente nominato Orco (un po’ come la Bestia della nota favola di Perrualt), il quale, suo malgrado – fu proprio lui ad aver ribadito più e più volte l’incapacità di preti e donne a confrontarsi col verso – capitolò ai piedi della bella ventitreenne.
“Io non so parlare di lui come del primo poeta della nuova Italia. Per me, egli non è Enotrio Romano; non l’ardente cantore di cui il nome va, risonante di gloria, per il mondo. Egli, per me , fu l’amico adorato, l’ideale della mia sognate fanciullezza, il secondo padre della mia orfana gioventù. E la sua mano mi sorresse e m’innalzò nella lieta primavera della mia vita.” Questo brano, contenuto in un racconto intitolato Giosué Carducci, all’interno di una raccolta di racconti (Zingaresca, oggi non più ristampato), narra nel dettaglio l’incontro tra la giovane scrittrice e il grande Vate della poesia italiana.
Espone, senza remore e sotterfugi, anche se forse un po’ mistificato dal piglio narrativo, il meccanismo fuori dal conforme che la condusse, in giovanissima età, alla pubblicazione della sua prima raccolta di versi.
Subito dopo, si cimentò con la prosa, stendendo un brevissimo romanzo Marion (oggi ripubblicato da Sellerio col titolo Marion, artista di caffè concerto), autobiografico e abbastanza scabroso per la mentalità dell’epoca; opera da cui Carducci prese elegantemente le distanze, nel timore di intaccare la sua fama d’uomo politico e di esponente accademico.
Da questo momento in poi, il destino di Annie Vivanti prende un’altra piega. Si sposa con un avvocato irlandese e lascia l’Italia. Di lei, in territorio nazionale si perdono quasi le tracce, anche se, all’estero, negli Stati Uniti, Annie continua a pubblicare racconti (oggi in gran parte riproposti, anch’essi da Sellerio, in un volume dal titolo Racconti americani).
Una vera e propria officina per la Nostra, strumento di limatura della sua tecnica narrativa, seguito da scritti prettamente narrativi, di repertorio decadente, i cui soggetti rispettavano certi argomenti inconsapevolmente cari alla scrittrice: il mito dell’eterno femminino, il rifiuto della moralità comune, il culto del piacere e della bellezza, la contemplazione dell’effimero e della fatalità.
Si ribadisce: inconsapevolmente; perchè chi legge la Vivanti ha la sensazione che dietro il suo stilema non si nasconda nulla, che tutto sia esattamente come appare, che non ci sia servilismo ad alcuna corrente letteraria, nessuna influenza esterna.
Dunque, si può dire un caso, una fortunata coincidenza che gli argomenti che catturavano l’interesse dell’autrice combaciassero con la moda letteraria del tempo. Tanto più che, se non tutti, quasi tutti gli scritti vivantiani risentono di echi e tematiche di riferimento prettamente autobiografiche; e, se non proprio e non sempre autobiografiche, almeno molto vicine all’umano sentire della scrittrice. Tanto più che, le rare opere che non raccontano di esperienze dirette risultano, poi, essere una mescolanza fortunata e inscindibile di verità e finzione, così come erano vissute da Annie Vivanti: con estremo trasporto e passionalità
Così è per Fosca, sorella di Messalina o per Circe. Il Romanzo di Maria Tarnowska, due romanzi oggi non più editati, dell’età cosiddetta matura, in cui l’inevitabilità di un destino prescritto e il mito della teatralità del femminile ritornano in maniera prepotente. Così fu anche per Marion in cui si racconta della chanteuse bambina – forse il più autobiografico delle sue composizioni – ritratta con il biscotto in mano, che si inizia al palcoscenico, sempre per fatalità ed una buona dose inerzia.
Fu questo l’ingrediente del suo successo, di pubblico e di critica – sebbene Annie affermasse di disconoscere la valenza del giudizio critico – che la portarono ad un numero sbalorditivo di ristampe e di traduzioni al di fuori dei confini nazionali.
Altrettanto sbalorditivo fu l’apice del suo successo, raggiunto in Italia dopo che attorno alla sua figura ci furono vent’anni di silenzio. Era da tanto che la scrittrice non produceva più nulla per il pubblico italiano. Fino a quando, spinta anche e soprattutto dal successo che stava vivendo la figlia Vivin come enfent prodige del violino in tutto il mondo, decise di riscrivere in italiano I divoratori, pubblicato l’anno precedente in Inghilterra.
Senza dubbio possiamo confermare, a distanza di quasi un secolo dalla sua prima pubblicazione, che questo romanzo sia il suo capolavoro. L’istanza autobiografica è molto sentita, come sentita è la tesi che deve aver spinto l’autrice ad iniziarsi a questa narrazione; la quale focalizza ogni suo sforzo sul ritratto del sacrificio materno, sulla forza dell’ambizione, sulla delusione bruciante unita alla speranza di potersi giocare la carta del riscatto spingendo sui sogni dei propri figli.
Sarà la genialità precoce, prodigiosa e dirompente a “divorare”, a generare un sostrato di finta felicità, di soddisfazione solo parziale e dunque più amara dell’insoddisfazione stessa.
Quello della genialità è stato per Annie Vivanti un tema di grande interesse, una specie di martellante pensiero. Ne scrisse in una novella intitolata “La vera storia di una bimba prodigio raccontata da sua madre, Annie Vivanti”, oggi contenuta nel volume Racconti americani, e ne scrisse molto tempo dopo, in un brevissimo racconto intitolato “La storia di Vivien” anch’esso facente parte del volume Zingaresca.
In quest’ultimo racconto, sempre rigorosamente autobiografico, la Vivanti narra con estremo candore e senza alcun sensazionalismo, il momento in cui ha presagito che la figlia Vivien, ancora neonata, sarebbe stata anch’essa vittima del Genio.
Insomma, lo spauracchio per quei formidabili bambini prodigio la spaventavano a morte.
Si legge nei Divoratori: “Non vi è mai venuto in mente il pensiero che forse la bambina sarebbe più felice se non fosse altro che una semplice bambina?” È questo il corollario di tutto il romanzo: genialità e infelicità camminano di pari passo, a braccetto.
Nella realtà, tuttavia, la personalità eccentrica di Annie Vivanti lascia supporre che si compiacesse della genialità della figlia, così come a suo tempo s’era compiaciuta della sua; forse – presupposizione soggettiva e non provata – proprio per non lasciarsi “divorare” dalla figlia Vivien, per non soccombere al suo prodigio musicale, la scrittrice decise di dedicarsi ancora alla scrittura, stavolta con maggiore costanza e dedizione.
Eppure, nella vita, così come nel romanzo, l’epilogo è triste, perché i “divoratori” sono poi coloro i quali subiscono, come dicevamo, la loro stessa genialità, pagandola a cara moneta: solitudine, infelicità e dispiacere.
Ha torto, la brava Annie, ad asserire un così tragico corollario? Pare di no. Non ha torto, né nella finzione romanzata né nella realtà; nella seconda più della prima, visto che la figlia Vivien pagò la sua genialità con un precocissimo suicidio.
E non è detto che, anche quando si ritiene che l’esistenza di Annie possa considerarsi straordinariamente ricca di accadimenti, non sia stata anche lei una infelice, che anche lei non abbia, ad un certo punto del suo percorso, visto con occhio puro e schietto “[…] la Vita, in tutta la sua iniqua e spaventosa inutilità – la breve, vana, tragica, sonnambulesca corsa dal Nulla al Nulla” (I divoratori, p. 518)
Di certo, questo, è un romanzo dalla forza prorompente, in certi punti davvero brillante e sempre ilare, anche quando il passaggio è triste; per contro è anche giusto dire che certi accadimenti, certi incontri fortuiti siano davvero troppo inverosimili per accattivare il lettore. Indubbiamente queste sono delle ingenuità imperdonabili per un narratore, poiché si nota la toppa necessaria a far quadrare i conti all’interno della storia. Ma è anche giusto asserire che, in un complesso di cinquecento pagine, questi episodi disturbano poco e finiscono per essere presto dimenticati o compensati con passaggi davvero acutissimi.
Non esagero nell’asserire che ai Divoratori spetta un posto d’onore nel limbo dei buoni romanzi del Novecento. Anche se ancora indissolubilmente legata al nome di Carducci e anche se la critica la relega nell’ambito delle scritture “femminili”, Annie Vivanti resta una narratrice molto abile, molto attenta alla ricostruzione psicologica dei personaggi, delle loro aspettazioni e morbosità. Il suo stile è schietto e scevro di inutili zavorre e dice esattamente quello che il lettore si aspetta, senza alcuna sovrastruttura. Forse è proprio questo che rende amabile e decreta il successo dei suoi testi.
Con queste caratteristiche, Annie Vivanti appare più moderna di molti scrittori contemporanei. Lei meglio di qualunque scrittore d’oggi, avrebbe saputo sopravvivere agli attacchi gratuiti della critica conforme e altera; avrebbe alzato un sopracciglio, forse avrebbe tirato un sospiro e sarebbe tornata caparbiamente al suo scrittoio; e finita l’ultima pagina avrebbe detto: “Addio, dunque, figlioli della mia mente; fate buon viaggio. E che la critica vi sia leggera!” (Zingaresca, Una prefazione «I divoratori»)
1 comment Settembre 7, 2008
A PROPOSITO DEGLI SCRITTORI…
A proposito degli scrittori si dicono molte panzane; alcune sono dei veri e propri inciuci denigratori e ingiuriosi, altre, con il tempo, si rivelano delle verità assolute.
Gli scrittori contemporanei, e mi riferisco soprattutto alle giovani reclute, non difendono più il loro diritto alla individualità, sono accorti a non offendere, a cercare l’aggancio, l’ammanicamento, il cono di luce, l’angolazione migliore da cui risplendere.
Si fanno amici altri scrittori, sono riverenti e compiacenti verso recensiori, si fanno essi stessi recensoni e aspettano d’essere ricambiati.
Le loro operette, appena appena digeribili da chi con la letteratura un pò la frequentata anche al di là del tempo libero, sono irriverentemente blande di stile e sempre più conformi ad un tipo di scrittura che va per la maggiore.
Chi si stupirà più allora quando la lingua si trasformerà in una babele di neologismi da strada e di tempistiche abbreviazioni?
A me piacciono gli scrittori scomodi – e non per scelta -, quelli che non cadono nella rete di editori-commercianti, quelli che non si lasciano corrompere dalle regole di mercato, quelli che per difendere l’individualità del proprio stile non scendono a compromessi, quelli che sono in grado di scrivere una frase composta, quelli che la abbelliscono di termini appropriati, quelli che non si compiacciono mai.
1 comment Maggio 22, 2008
NUCLEO ZERO, Luce D’Eramo
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Add comment Maggio 22, 2008
LA FRONTIERA DELLA NUOVA CRITICA LETTERARIA
Ogni tanto, chi ha a che fare coi libri, si chiede che fine abbia fatto la critica letteraria.
2 comments Maggio 10, 2008
La grande assente
Ogni tanto, mio malgrado, mi tocca parlare di Anna Banti con tono decisamente polemico.
Questo perchè, oltre ad essere la grande assente negli scaffali delle librerie, la dimenticata per eccellenza da lettori ed editori, viene trascurata anche in quegli eventi culturali tematici dove il nome della Nostra, al contrario a mio avviso e non solo, dovrebbe troneggiare.
Intendo, in questo caso, riferirmi al convegno Donne in rivolta tra arte e memoria che si svolgerà il 29-30 aprile a Firenze, nell’ambito del 71° Maggio Musicale Fiorentino, organizzato dalla Fondazione “Sum”.
Nel suddetto convengo nomi altisonanti di donne, esponenti di spicco nel panormama culturale contemporaneo, parleranno proprio di queste donne-contro, donne che, attraverso la propria arte, hanno rappresentato il mondo femminile.
A Monica Guerritore sarà affidato il compito di leggere ed interpretare brani tratti da autrici più o meno note: Virginia Woolf, Paola Masino, Anna Maria Ortese e molte altre ancora.
Manca un nome, manca il nome della solita grande assente; tra questi manca il nome della più importante scrittrice del Novecento italiano, manca il nome di Anna Banti.
La qual cosa, stavolta, mi stupisce non poco, poiché i brani che saranno letti sono stati scelti da Ernestina Pellegrini, una raffinatissima studiosa e docente universitaria che da sempre ha mostrato di apprezzare le tematiche e lo stile bantiano, che ha scritto molti saggi ed articoli sulla stessa autrice, dicendone sempre un gran bene.
Ora, il perchè Anna Banti non compaia nella lista, io proprio non saprei dirlo; le opere della scrittrice, tutte, hanno raccontato la condizione della donna e la sua condizione sociale. Pututtavia, posso dire che, sia che si tratti di una svista, sia che si tratti di una scelta ponderata, la grande assente farà sentire la sua mancanza.
3 comments Aprile 28, 2008
CRONACHE NAPOLETANE di Jean-Noel Schifano
Add comment Marzo 10, 2008
ZUPPA INGLESE (RACCONTO IN 10 PORZIONI) di Marco Giacosa
C’è un modo di intendersi e un modo in cui ti intendono.
Se azzeri le differenze o quanto meno le minimizzi, probabilmente vivi bene. Essere sempre sè stessi. E’ difficile per chiunque, figuriamoci se diventi un uomo, nel tuo piccolo, pubblico. Ne avevo di ideali, poi se ne sono andati.
Alcuni più in fretta, altri meno, battuti, ma non umiliati, ci tengo, da quei compromessi che inevitabilmente ti toccano quando sali i gradini della scala sociale.
La coscienza è un contenitore che si riempie a poco a poco di gocce che diventano precedenti affinché la goccia successiva venga accolta senza scossoni. E senza sensi di colpa. Un giorno, però, tracima, e nemmeno te ne accorgi.
Ma i conti alla fine ti toccano.
(…) cedo, e scrivo “vi ho voluto bene”, che poi, in fondo, è la più vera delle verità…
…sempre ammesso che ne esista una sola.
Zuppa inglese, Marco Giacosa, Società Editoriale ARPANet, pagg. 58, 2007, € 3, ISBN 978-88-7426-037-9
1 comment Settembre 24, 2007
LA RANA racconto di Anna Banti (in Campi Elisi)
4 comments Settembre 21, 2007
CARLOTTA VARZI S. A. di Emilia Salvioni
Non stupisce più che apprezzabili opere del Novecento italiano siano state dimenticate: masticate, fagocitate, inghiottite senza rimorso e senza memoria. E’ stato, e continua ad essere, il destino di molti autori che per la nostra letteratura sono perno e fulcro. E’ così che l’editoria, la quale sembra avere sempre meno memoria, rispondendo a chiare e sempre uguali leggi di mercato, impedisce ai lettori contemporanei di leggere piccoli e grandi capolavori.Ebbene, se tale assunto vale per i nomi noti, ancor più e ancor meglio varrà per quella letteratura “trascurabile”, figlia di una editoria meno nota e meno potente, oppure per quella parte di letteratura che, come si trattasse di un genere – naturalmente minore, – proviene dalla penna di una donna. E cosa accade se entrambe queste caratteristiche, alibi ulteriore alla dimenticanza, si mescolano? Cosa accade ad una narratrice, di talento, fertile e matura nella composizione, ma pur sempre donna, che, non avendo “sostenitori” diversi dalla vocazione, pubblica le proprie opere con editori di modeste dimensioni e limitati mezzi?
Un esempio di quel che accade lo abbiamo in Emilia Salvioni, narratrice esperta e dotata, donna intelligente, integerrima, votata, tutta, alla scrittura, all’affabulazione, a tal punto da rinunciare essa stessa all’esistenza per dedicarsi all’invenzione narrativa. Siamo nella prima metà del Novecento, epoca che ammette con profonde remore che una donna possa scrivere e possa farlo anche coi dovuti crismi. La Salvioni è brava e lo dimostra, pubblica le prime sue opere sotto pseudonimo, con piccoli editori, si fa notare, nonostante, lo si ribadisce, sia una donna e sia anche molto giovane. Nel 1934, approda alla pubblicazione, fortunosa – sia chiaro, – con Mondadori, il quale edita Danaro, che aveva positivamente colpito Marino Moretti. Ma questo sodalizio avrà vita alquanto breve e, sebbene il noto editore milanese pubblichi successivamente un’altra opera della Salvioni, la vicenda editoriale, venuta alla luce grazie ad un interessantissimo resoconto di Carlo Caporossi (“Il carteggio di Emilia Salvioni e Arnoldo Mondatori”, liberamente consultabile, per chi abbia voglia di approfondire, sul sito http://www.emiliasalvioni.it/, nella sezione Stampa & Recensioni), chiarisce il perché e il per come le opere della Salvioni siano cadute nell’oblio.
Come affermò la stessa Salvioni, tenere fede al proprio stile, “indipendente e personale”, diventava impresa coraggiosa, certo manifesto di una personalità forte, anche quando non incontrava il favore dei lettori. Oltretutto, c’era da considerare la già ribadita questione che non avesse sostenitori nel mondo della cultura, almeno non sostenitori pronti a battersi affinché le sue opere fossero degne di maggior considerazione, motivo anche questo che pregiudicò le vendite: delle 3222 copie stampate di Denaro se ne vendettero soltanto 1430. Insomma, il “marchio” Salvioni, per quanto sinonimo di qualità creativa e compositiva, non risultò sufficiente a supportare le vendite; non era più un buon affare stamparla!
Insomma, l’imperterrito meccanismo editoriale la voleva al margine e in quel margine, la Salvioni, c’è rimasta fino a quando, dopo Angeliche colline e Lavorare per vivere, viene ristampato Carlotta Varzi S. A., opera narrativa composta in un momento di piena maturità stilistica.
Silenzio che durò fino a quando, grazie alla sinergia implacabile e caparbia di chi ha apprezzato la figura di Emilia Salvioni e ancor più il suo indiscusso talento narrativo, Carlotta Varzi S. A. torna sugli scaffali delle librerie con la medesima, suggestiva sovracoperta di sessant’anni fa.
Il romanzo si apre sulla figura di Carlotta Rivalta, una ragazza, appena adolescente, che coltiva, per un attimo, l’idea del suicidio. Orfana di madre, vive nella nuova famiglia con i due fratellastri Tullio e Sandra e la sua matrigna Elisa, donna egoista e insensibile, la quale convince il marito a togliere Carlotta dal collegio, affinché possa essere d’aiuto nella drogheria di famiglia. Gli affari non vanno bene, la drogheria è ridotta a tugurio per incuria e incapacità di gestione; Carlotta nutre ribrezzo per questa attività commerciale, nella sua mente coltiva il sogno di risollevare la sua posizione con lo studio e rendersi pari, almeno intellettualmente, al figlio del notaio del paese, Roberto, di cui è innamorata.
Il sogno sfuma; suo padre è irremovibile: la vuole in drogheria. Carlotta è impacciata e prova uno sdegno profondo, ma da questo momento il poi il suo destino è segnato. Tullio, il padre, si ammala di cuore e in breve tempo muore, dunque l’attività commerciale grava interamente su di lei, così come la responsabilità dell’intera famiglia.
Da questo momento in poi è il destino che gioca un ruolo forte nella trama; quello stesso che la conduce ad un matrimonio giocato tra l’affetto e la convenienza, che allontana dalle emozioni personali sostituendole con lo sforzo alla sopravvivenza in una mansione imprenditoriale che arriva anch’essa per fato e che la rende ancor più bigotta, moralista e incapace di viversi gli affetti: “La gloria del mondo! Sorrise amaramente pensando che, per essere la gloria del mondo, una donna deve rinunciare a sé stessa, negarsi qualunque gioia”. Carlotta, per questa strada, diventa prima la Carlotta degli “stortini”, poi la vedova Varzi, severissimo appellativo che sceglie per sé stessa in seguito all’improvvisa dipartita del marito.
Il successo sul lavoro, che peraltro stenta a riconoscersi – “[…] come ogni donna molto attiva, essa era facilemente soddisfatta. Non s’accorgeva nemmeno d’essere il capo della famiglia e dell’azienda, né che il marito dipendesse in tutto da lei. Prese l’abitudine di lodare di continuo l’accortezza e la diligenza di Anselmo, con sincera convinzione; per merito suo, credeva, gli affari prima tanto confusi della bottega si facevano sempre più vantaggiosi. Teneva l’amministrazione, lasciando al marito il compito di ricopiare la contabilità nei registri con calligrafia impeccabile, ma, illudendolo di avere una parte importante, illudeva sé stessa” – vede una severa contropartita nel deserto di sentimenti che la circonda; l’astio e qualche volta la severità e l’intransigenza faranno di lei una donna sola.
Senza voler in alcun modo accennare all’epilogo – drammatico e definitivo, – non si può esimersi dal dire che Carlotta Varzi S.A. è un romanzo importante che narra dell’emancipazione femminile e di come questa condizione, non sempre cercata, diventi anche il prezzo amaro che paga chi, per essa, rinuncia a certe solite e modeste aspirazioni borghesi. Come a dire, insomma, che l’emancipazione è la contropartita di una profonda solitudine. “E intanto tutta la sua vita era fuggita così, domani sarebbe stato eguale ad oggi e forse, come aveva detto il Moroni, un vino dolce e generoso era stato versato inutilmente.”
Questo romanzo appassionato, immerso in una atmosfera profondamente drammatica, risalta nell’ampia produzione di Emilia Salvioni come un gioiello, un approdo della sua felice maturità di scrittrice.E’ la storia inedita di una donna imprenditrice negli anni Trenta, in un paese di provincia, delineata con estrema precisione di dettagli e di ambientazioni. Viene descritto il suo successo come donna in carriera e il suo fallimento come donna amorosa: non tanto nel ruolo di moglie, perchè Carlotta si sposa ed è affezionata al marito, che con il suo amabile buonsenso appiana le asprezze del carattere di lei, e sarà molto addolorata della sua morte, ma come donna-amante, nel momento in cui una vera, passionale emozione dissolve le sue difese e la lascia, come una bambina spaurita, ad addentrarsi nel mondo oscuro dei sentimenti senza la guida del limpido raziocinio commerciale che le ha portato fortuna.Per tutto il percorso del libro, Carlotta guida gli uomini che la circondano come una saggia matriarca, dispone e decide, e non ha dubbi nel valutare e nel provvedere; ma quando conosce il bel Giuliano, indolente seduttore quasi per caso, il percorso della sua vita le si illumina di una impietosa luce radente: sicché da un lato si rende conto lucidamente di essere di fronte a un fallimento personale totale, ma dall’altro si accorge che la sua stessa essenza di imprenditrice di successo la circonda di un alone di ambigua ma effettiva ammirazione maschile, di triviale forse, ma soffocante sensualità.Così Carlotta perde la pace, si vede diversa, si vuole diversa: e per un momento crede talmente in questa sua scoperta del “diritto alla felicità” da inseguire l’innamorato (che fra l’altro, quando lei gli ha detto di amarlo, ha seccamente risposto: “Io no. Ma ho voglia di te, molta!“) nella grande città, per una intera giornata di passione e di avvilimento, sentendosi insudiciata, ma determinata nella sua ricerca della soddisfazione amorosa. Sa benissimo che Giuliano è “fatuo e svagato”, e che la lascerà presto: ma intende prenderselo per un poco, con la stessa lucida testardaggine che le ha portato fortuna negli affari.Ma quel giorno, a Milano, lui non c’è. E Carlotta, sconfitta, prende un treno di terza classe, si siede sulla panchetta di legno, riflette e rinuncia. Le pagine finali sono drammatiche e forti, piene di malinconia, ma anche di fredda ironia e di coraggio, sigillate dallo straordinario, straziante colloquio telefonico finale tra Carlotta e Giuliano.
5 comments Settembre 14, 2007



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